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lunedì 9 settembre 2013

Tema: Se una notte d'inverno un narratore

Svolgimento:

L’ultimo fulmine che Pagui aveva visto, risaliva a cent’anni prima. Non aveva la barba, non aveva la neve in testa e non gli facevano ancora fare Babbo Natale il venticinque di dicembre. A dodici anni tutto è fantastico e Pagui era uno di quei bambini che della fantasia non aveva paura. Aspettava costantemente i temporali per star sveglio tutta la notte, affacciato alla finestra per sentirne il fresco, il profumo, il bagliore. Certo, il giorno dopo a scuola non era fra i più svegli, ma a lui non importava. Non gli importava di cosa accadesse durante il giorno; era fondamentale non perdersi un temporale. Era felice di ogni tuono: la colossale mandria di bufali che correva scatenata su, nel cielo nero come i suoi piedi e che faceva tutto quel gran baccano. Non vedeva l’ora che l’estate tornasse a casa, portandosi via ombrelloni e altri ammennicoli da spiaggia. Candido come la brina, spettrale come un fantasma, si teneva pronto per le prime piogge dando un’occhiata al cielo prima di andare a letto, oppure subito dopo gli altri. E così, mentre tutti gli altri dormivano sonni tranquilli, lui spalancava la finestrella di legno e si sporgeva poggiando i piedi sulle tegole rosse e calde da un giorno intero. Il primo settembre la pioggia non era ancora arrivata, ma Pagui non ci fece tanto caso, in fondo poteva capitare qualche giorno di ritardo, col traffico sulla Salerno-Reggio Calabria, beh, vorrei vedere. Si mise un dito in bocca e subito dopo lo mostrò al vento per farsi dare informazioni. Ma niente, era secco, tutto secco. Non tirava un filo di vento nemmeno a soffiarlo dalla bocca. Pagui, intristito rientrò in camera sua e si mise a dormire svogliatamente.