Visualizzazione post con etichetta Fate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fate. Mostra tutti i post

giovedì 24 ottobre 2013

Tema : Evelina e le fate di Simona Baldelli Ed. Giunti

Sez : Gli amici della Maestra
Svolgimento



Evelina cercava la pace e il silenzio.
Per quello si svegliava prima di tutti. Prima del padre che andava presto nei campi, prima della madre e della nonna che facevano le faccende, prima dei fratelli più grandi che andavano a scuola e di quelli più piccoli che invece dormivano fino a tardi.
Certe mattine si svegliava persino prima del gallo.
Le piaceva stare un po’ alla finestra della camera e guardare Candelara.
Quella mattina si vedevano solo i rami nudi del noce che spuntavano appena in mezzo al bianco. La neve era arrivata già da un po’ ma quella notte doveva averne fatta così tanta che Cristo non ne poteva mandare giù più.
C’era una nuova candelora di ghiaccio che scendeva dalle tegole. Evelina seguì i saltelli di un pettirosso che cercava da beccare. Attaccò la faccia al vetro e guardò a sinistra, oltre gli olmi del viale che portava verso casa. La punta del campanile della Pieve di Santo Stefano e, in cima, la croce scura, sembravano anime sperdute in quella montagna di lana bianca.
La neve aveva coperto le case, i pollai, gran parte della chiesa, il sagrato con le belle pietre chiare, dello stesso colore delle mura che iniziavano poco più avanti e circondavano il paese come una collana. Il casolare dove Evelina viveva con la famiglia stava appena fuori da quel cerchio e se certe volte si dispiaceva che casa sua, la casa dei Badioli e le poche altre cascine lì attorno, fossero rimaste fuori da quell’abbraccio di pietra, altre volte era contenta di stare nella parte più alta, vicino alla Pieve con la campana che ti faceva capire sempre l’ora, e che era la cosa più bella di tutta Candelara insieme al castello che stava giù nel borgo.
Quella mattina le case verso il paese erano sparite nel bianco.
Poi, in un punto a metà dello stradone, le sembrò che la neve si muovesse.
Evelina si sfregò gli occhi per togliere la biccica, ma non servì a niente, il biancore continuava a gonfiarsi. Andò al catino, ruppe lo strato di ghiaccio che copriva l’acqua e vi immerse la faccia. Il gelo le entrò nella carne e le mozzò il respiro. 
Si tirò su con le orecchie che fischiavano, ma fu sicura di sentire delle grida venire da fuori, e dicevano Evelina, Evelina. Aprì piano la finestra per non svegliare le sorelle e cacciò fuori la testa.