Prendeva sempre il bus sbagliato, per
distrazione, obliterava il biglietto, trovava un posto e si sedeva.
Dopo un paio di minuti, sbirciando dal finestrino, non riconosceva
più i palazzi consueti e si precipitava a suonare la
prenotazione di fermata. Scendeva, allora, alla fermata successiva e
guardava il busbagliato allontanarsi, due volte su tre si accorgeva
di avere già stracciato il biglietto prima di scendere.
Distratto e imbranato, un disastro. Arrivava trafelato al bar sotto
l’ufficio, baciava tutti, non so perché, ordinando un
cappuccino e una fetta di panettone.
Era aprile inoltrato e le rondini tracciavano archi tra i cornicioni, il panettone era solo per lui, quello del Natale precedente. Tre volte su quattro, faceva in modo che al primo affondo il cappuccino inondasse il piano in simil porfido del bancone, con schizzi sulla giacca e sui pantaloni, poi venivano le scuse e l’imbarazzo. Avvampava e inciampava nella sua stessa borsa da lavoro che lo aspettava in un angolo, rassegnata d’avere un padrone così goffo, baciava tutti e usciva, dopo tre minuti rientrava col fiatone, aveva dimenticato di pagare, e la borsa. E poi di corsa al lavoro, con una macchia vistosa di caffellatte appiccicoso.
