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lunedì 9 dicembre 2013

Tema: La miglior vendetta

Svolgimento



In tutti i paesi nascono, o meglio nascevano, narrazioni da raccontare poi, più e più volte con l’enfasi delle epopee e il gusto dell’ oralità. Si raccontava con larghi gesti delle mani e gran risate. C’era calore in quel ridere di episodi buffi.

Pasqualottu era il perfetto protagonista di molti racconti. Aveva la faccia paciosa del grasso che diverte e si poteva definire pachidermico: l’uomo più grande e grosso e grasso e enorme e immenso che abbia mai visto in vita mia.

Quando passava per il paese, in sella al suo motorino, sembrava che la forza di gravità fosse soltanto una opinione. Si teneva in equilibrio come per magia, per un miracolo delle leggi della fisica.
Il motorino scompariva sotto la sua mole. La testa però la teneva alta e la vedevo svettare da lontano.
L’Ollio del nostro paese era sempre molto concentrato nella guida, riuscendo a sorpassare quei pochi cavalli che ancora passavano e i ciclisti e i pedoni con una certa sua leggerezza. Un piccolo scarto dell’enorme corpo ed eccolo superare tutti con disinvoltura.
Il paese - proprio sotto Macerata, a cento metri sul livello del mare, come recita ancora una scritta sbiadita all’ingresso, dopo il ponte sul fiume Potenza - era disegnato su due file di case attraversate da una strada. Assomigliava ai tanti villaggi descritti dai film western all’italiana che la domenica pomeriggio riempivano il cinema CRAL.
Quella strada non era ancora percorsa dal traffico feroce dei decenni successivi, cosa che avrebbe impedito ad un personaggio “ingombrante” come Pasqualottu di passare indenne.
Il suo era uno di quei motorini senza marce, a presa diretta, bastava una pedalata per avviarlo. Sotto i suoi colpi sembrava andare in mille pezzi, invece partiva strombazzando rumorosamente.
Pasqualottu commerciava in ferro vecchio, gomme d’auto e di motociclette e altri residuati della prima società consumistica.
Lo vedevi gironzolare da un meccanico all’altro, caricando i pezzi sul piccolo bagagliaio con gesti lenti. Il suo migliore amico era uno di questi artigiani della rivoluzione economica del dopoguerra, che tutti chiamavano Pirelli.
Aveva addirittura fama di essere un guaritore, uno che con le mani riscaldava e aiutava i malati. Pirelli aveva sempre la sigaretta accesa tra le labbra e spesso ne appoggiava una da qualche parte sul suo bancone, dando fuoco a un’altra, senza accorgersi. Il vecchio mozzicone stava lì a consumarsi e il nuovo era succhiato avidamente, quasi si trattasse dell’aria necessaria a sopravvivere. Fumava sigarette tutte bianche, da signora, le Mercedes che adesso non si trovano più e che venivano vendute in pacchetti da dieci con la scatola di cartone.
Pasqualottu e Pirelli facevano coppia fissa nelle partite a briscola e tressette dei sonnolenti pomeriggi estivi, quando molti del paese si ritrovavano, dopo la pennichella, al bar di Tonino, davanti alla chiesa.
Giocavano contro un’altra strana coppia fissa: il parroco, Don Giuseppe, prete energico e inevitabilmente d’altri tempi - anche lui gran fumatore - e Rosario, detto Rosario U’ Rutì, juventino leggendario che aveva convertito alla fede della “vecchia signora” mezzo paese ed era titolare della tabaccheria, attaccata al bar di Tonino, dove il sabato si giocava febbrilmente al Totocalcio.
Durante quelle partite molto tese il prete e gli altri si facevano trascinare dal gioco e non si risparmiavano accidenti ed espressioni irripetibili per noi bambini. Don Giuseppe si lasciava travolgere dalla situazione, alla ricerca del modo giusto di combinare le carte, tanto da perdere in quei momenti il controllo. Il carisma del suo ruolo consacrato andava a farsi benedire - è il caso di dirlo - così tanto da scandalizzare le mie zie zitelle: Sittimia, Marietta e la zia Monnica suor Maria Isabella. Occorre dire che però non volavano mai bestemmie o maledizioni vere e proprie, piuttosto i quattro preferivano le colorite espressioni che si riferiscono alle solite vergognose funzioni del corpo umano, così care al linguaggio popolare.