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| Anna Block |
La tensione è precaria. Le mie mani subiscono il potere di tanti fattori inquietanti patendo la stessa confusione che annebbia la mente di chi sta per tagliare il filo sbagliato dell’innesco. Cammino a stento, nel senso che mi muovo a tentoni, tastoni, tastini, gomitate, ginocchioni, gattoni, rampini, tra le le strisce pedonali di una città grigio/verde simile alla mescuja che ti lascia il kebabbaro, anche quando hai sottolineato che non la vuoi. Però cammino. A riscaldarmi ho un copricapo in lana nera, uno scaldacollo in pile grigio, una felpa nera Marshall con cappuccio. Sotto la felpa una maglia nera con su scritta una citazione (Ubik, Philip K. Dick, 1969, nda) che esclama ‘Io sono vivo, voi siete morti’. A mantenere gelate le mie gambe ed i miei piedi, dei jeans molto scuri e degli stivali da motociclista. Ho dolori ovunque. Un uomo mai visto in vita mia si avvicina e mi confida: «Questa è la mia ultima giornata. Oggi compirò il gesto estremo, io non ce la faccio più. Ecco, te l’ho detto». Io gli rispondo «Ah, sì? Ok», guardandolo negli occhi, privo d’emozione o di consona espressione facciale. Passeggiando per la stazione trasformo il rimorso nella convinzione che quell’uomo volesse estorcermi dei soldi. Probabilmente ha già fatto questo gioco ad altre persone e gli è andata bene. Le gote tremanti, le pupille dilatate, sudorazione accelerata: l’affascinante ritratto di un uomo che scappa via.
