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martedì 19 novembre 2013

Tema: color cammello

Svolgimento

Ero convinta che in qualche modo fosse stabilito che abitassi in quella casa. Qualcuno aveva scorso con un dito una lista che aveva davanti, si trattava di un militare di qualche corpo che non riuscivo a distinguere, un graduato ben piantato sulle gambe, non troppo alto, che aveva detto tu, a te è stato assegnato questo posto, sei di stanza qua, stacci fino a nuovo ordine, e io mi ero staccata dalla fila, e il militare, senza nemmeno darmi un’occhiata o rivolgermi un saluto mentre andavo via, aveva proseguito con le assegnazioni. Perché poi ci tenevo che mi salutasse? Non avrei saputo dirlo. In ogni caso fino a nuovo ordine potevo stare tranquilla.
Intanto una squadra di reclute si andava a piazzare nel seminterrato del palazzo. Ce n’era sempre una, di squadre. Facevano i turni per controllare la caldaia e l’ascensore. Erano giovani e ancora spaesati, e quel posto così protetto rendeva possibile un addestramento di intensità media, non eccessivamente stressante, preparatorio ai compiti che sarebbero stati loro assegnati in seguito, di gran lunga più impegnativi. Almeno, quella era la linea di quel comandante. Fuori, poi, ad ogni ora del giorno e della notte c’erano un paio di militari di guardia al palazzo. 
Il graduato restò in casa mia, da qualche parte. Lavorava prevalentemente seduto a una scrivania dal piano di vetro verde e due file di cassetti che facevano da sostegno, e si serviva di un grosso telefono nero di bachelite con il filo imporrito e i cavi rossi e bianchi che entravano nella cornetta scoperti, che squillava molto spesso, soprattutto di notte, facendomi girare nel sonno, se non svegliandomi, benchè lui avesse sempre la delicatezza, a una cert’ora, di abbassare il volume della suoneria facendo girare una rotellina sotto il telefono, nel basamento avvitato al corpo del telefono con quattro grosse viti a stella. Sentivo la sua voce bassa ma decisa formulare una dopo l’altra frasi che non riuscivo a decifrare, e che restavano come sospese nell’aria, di notte, nel corridoio della mia casa avvolto nel buio. Dalla porta socchiusa filtrava solo la luce fioca della sua lampada da tavolo, verde anch’essa, a campana. Io non ero del tutto insensibile a quel tono di voce, anche se mi sforzavo. Ma stando nel letto mi arrivava nella forma classica di una mano che mi scorresse lungo il corpo, che aveva nella realtà l’intenzione di conciliarmi il sonno, mentre io invece cominciavo a sudare e avevo voglia di rispondere subito e con trasporto a quel tocco.