Ma proprio in quel momento di pace assoluta, di puro contatto con l’estremo, alle porte del Walhalla, che il beffardo destino si fa gioco di me. La puntina, sul 33 giri della vita, graffia l’intero lato A spezzando inesorabilmente il magico incantesimo. Il gabbiamo cade giù a piombo. Toots ingoia l’armonica. Odo un grido lungo e lacerante: “Papààààààààààààà….papààààààààààà…mettimmec’ andò stà o’ signoreeeeeeee!” dalla duna scorgo un barilotto pallone munito in canottiera rossa e berrettino di due misure più piccolo calzato a forza su di un capoccione nero riccioluto. Circa sei anni. In possesso di regolare foglio rosa di killer da spiaggia. Prossimo alla patente. Dietro di lui spunta anche il padre, sicuramente sotto l’effetto di psicofarmaci, carico come un dromedario transahariano. Infine la madre, sui quaranta chili, trascina un baule su ruote. Sicuramente cibarie al fresco.
Se solo avessi una lampada di Aldino, di quelle in maxiofferta, desidererei tre sole cose. Primo. Che gli esplodesse il pallone tra le mani. Secondo. L’imminente ritorno di Erode. Terzo. Che si materializzasse così dal nulla un portentoso recinto elettrificato a 100.000 volt intorno a me e che carbonizzasse all’istante chiunque osasse penetrarvi. Ci sono trenta chilometri di spiaggia libera, ma potente Nettuno, ma perché devi venire nel mio secret place? Perché? Perché? Perché? Serro i pugni semisvenuto sul telo. Immobile. “Salvatò statt’ accuort’ cu sto pallone!” ecco si chiama Salvatore il killer spiaggifero. Parcheggiano a pochi metri da me. La pace è finita. Amen. “Salvatò mi raccomando il signore” lo catechizza il dromedario. La madre assorta tace. Salvatore invece rimbalza in perfetta sintonia con la palla. Tendo l’orecchio nella speranza di cogliere un improvviso pzooot dal recinto. Ma niente. Sento solo i colpi sordi al pallone.
