Quando ti
lasci hai voglia di parlare. Non importa chi
ha lasciato chi. In un caso o
nell’altro, per motivi differenti, quando ti lasci senti di dover tirare fuori
tutto quanto con chiunque, compulsivamente.
Deve essere
una sorta di dispositivo liberatorio, catartico, però di tipo primitivo,
biologico, inscritto in qualche breve sequenza di geni occultata tra quelli
primordiali della sessualità e quelli dei meccanismi di attacco e fuga.
Perché
quando ti lasci la narrazione della tua storia serve, innanzi tutto per mettere
bene in ordine le cose nel loro dispiegarsi logico e cronologico, per
sottolineare punti e capoversi, parentesi e corsivi. Per cercare, in mezzo a
tutta quella ortografia fitta, gli errori, le sgrammaticature e i dialoghi
lasciati a metà, i prodromi della fine.
Serve a
buttare cose, nascoste in fondo all’armadio della tua memoria, cose che non toccavi da stagioni, che non ricordavi
neanche di avere, e a fare spazio, pulizia. Arieggiare.
Serve a
controllare la tenuta dei punti di sutura delle ferite, e la loro estetica.
Controllare se c’è pus e, nel caso, spremere senza pietà. A volte gli schizzi
possono finire accidentalmente su una faccia semisconosciuta.
E allora può
capitare che racconti per filo e per segno tutti ma proprio tutti i dettagli
della tua storia sbagliata e bastarda a qualcuno che ti ascolta perché,
parallelamente, sta vivendo o sta finendo anche lei una storia sbagliata e
bastarda e perciò ti ascolta, sì, ma anche racconta, dice e sente, creando un intreccio
virtuoso di ma sì!, ma dai!, anche tu?,
anche io!, anche voi? anche noi!,
che nella penombra del crepuscolo somiglia moltissimo a un frutto dolce
ed esotico, a quella rara avis che è
una vera amicizia.

