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sabato 10 novembre 2012

Tema: Stai attento

Hai visto qualcosa.
Freddo, buio, pece, solitudine.
Hai visto qualcosa. Non puoi aver sbagliato, tu sai cosa hai visto, ma non ci vuoi credere. Queste cose non esistono, spesso e volentieri ci scherzi su in compagnia degli amici. Hai sempre detto che ci credi e che ne saresti affascinato, se solo ti fossi trovato in una situazione del genere. Ma, amico mio, non ti aspettavi di vederlo, sì, proprio tu.
E fa freddo. Ti sei disteso sul divano e come ogni sera ti addormenti sicuro, fra le tue quattro mura. Forse sogni o magari è un incubo, così ti sei svegliato e fa freddo. Fa freddo dietro di te, di fronte a te ed ora dentro di te. Ombre dappertutto, caspita, ti sarai preso un colpo, eh? Le mani ti tremano e perfino gli animali ti evitano, ma tu ora reagisci ed esci fuori dal tuo buio. Passi svelti per la strada, due scalini alla volta e non prendi l’ascensore perché è troppo stretto, ti fa male, molto male e tieni stretta la testa fra le mani, perché scoppia e non vuoi crederci, non è possibile. Di nuovo il buio. Corri.
E’ passato del tempo, bevi caffè, guardi i telefilm, dormi quanto basta. Sei guarito. Parli con gli amici, discorsi ricchi e facce povere. Stai attento, ora ricominciano con le solite superstizioni, con le esperienze, quelle che non si raccontano, quelle cose viste e di cui non si può parlare. Toccherebbe a te, ora, raccontare, ma ricominci a tremare, quelle ombre nere, quelle esperienze nere come la pece. 
Decidi di rispondere allegramente, quasi facendoti beffa di quello che hai dentro, della tua pece. Stai prendendo in giro qualcuno di permaloso. Ridi, Ridi.
Hai visto qualcosa.
Non puoi avere sbagliato, forse sì. Ma si, queste cose non esistono, figuriamoci, ridiamoci su.
Stai attento però, questa sera rientrerai fra le tue quattro mura e ritornerai su quel divano, da solo.

Gualtiero Sanfilippo
 

domenica 22 aprile 2012

Sezione grandi scrittori tema: Tahar Ben Jelloun. Notte fatale



So che la notte non è come il giorno: che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono... 
(Ernest Hemingway)


Un’altra notte di sogni confusi, agitati, come i rami mossi dal vento. Un altro risveglio, segnato dal battito affannato del cuore, nel silenzio di quella casa addormentata. Aveva creduto di aver spazzato ogni residuo, di aver fatto abbastanza silenzio affinchè anche l’ultimo ricordo fosse, se non cancellato, almeno reso muto. Invece no. Lo stomaco aveva ripreso a far male e l’aria a morire nei polmoni. 

Aveva imparato che non avrebbe potuto cambiare troppo le cose. Come l’ombra che resta su un muro dove un tempo c’era stato un quadro, anche lei avrebbe continuato a portare quell’ombra dentro di sé per sempre. Era così, e intanto fuori, cominciava a scendere la notte…

Ogni volta che ripartiva verso le sue latitudini era come se il caldo dilatasse ancora di più i suoi pensieri. Tutto si trasformava con le prime luci delle prime stelle, tutto sembrava meno vero, meno reale. Non era più se stessa in lotta con i suoi fantasmi. Sapeva d’essere già passata in quella direzione, sapeva che i passi non erano stati solitari ma, per quanto cercasse in giro non trovava alcun segnale, nessuna foto, nessun indizio della sua vita passata. Neppure lo specchio rifletteva la sua immagine, neppure la sabbia conservava le sue orme. 

E allora cosa sono tutti questi pensieri confusi, queste immagini, queste voci. Il pensiero la coglie all’improvviso: non sono le voci del suo passato. Sono le voci del suo futuro, racchiuse in un vagito, in questa notte fatale.

l.l.g.