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venerdì 5 ottobre 2012

Tema: Ci nan ischio watah (Mi sento designificato _3)


Ci nan ischio watah. Cosa ci fa sveglio il giapponese alle cinque? Fa ginnastica, perfeziona il corpo. Muro bianco, schiena dritta, posizione del loto teravada. Piccoli spasmi contenuti. La bacchetta affetta la schiena scandisce i kangi a ogni goccia di sudore. I giapponesi tengono il corpo meglio della casa. Piccole dita incrociano origami. L’inchiostro non è ancora asciutto, il thè è nelle tazze dei pigmei. Conta le spirali e vedi il verde del thè che ti assale. È necessario bollire l’acqua altrimenti ci viene il colera. Come mai non si sente il traffico? La svizzera Rwandese ha disposto il “clearing day”: nessuna auto e tutti in giro a pulire e sistemare le strade. Perfetto posso andare a giocare a cricket senza fila. 
Dieci secondi dopo Irene indossa i guanti da giardiniere, Marco prende abbatte le erbacce con il machete. Una canadese ci abborda: «voi che bravi a lavorare qua. Io sono qua per affari, posso farvi una foto? Non trovate che il Rwanda sia troppo carino? ». 
Irene: «sono proprio bravi questi ad usare il machete». 

La giornata di volontariato mordicchia in piccole dosi la buona coscienza e problemi post-coloniali. Terra rossa, l’erba si aggroviglia come serpenti. Spine, sudore sorrisi si mischiano. Le mani sporche.


giovedì 21 giugno 2012

Tema : Me


Mi chiamo Irene Dorigotti: le mie iniziali ID, identity.
La mia famiglia vive da duecento anni nello stesso posto: Isera.
Do-rigotti, ‘’due piccole righe’’, così come firmavano gli analfabeti. 
Mio nonno paterno, Valerio, si credeva cosi’ nobile da costruire negli anni ottanta un cottage simil-americano, ma con gli araldi e gli interni in stile  castello di  Tuhn. 
Il mio trisavolo, Valerio, era il miglior medico condotto sul mercato filo-Austroungarico: ‘’La mia famiglia non ha mai digerito la prima guerra mondiale e, a dirla tutta, noi non ci sentiamo così italiani. Siamo tutti laureati, tranne papà e nonno Valerio. I primogeniti si chiamano Valerio i secondi Aldo...Ricordati noi siamo austro-ungarici.’’
Leggo le pieghe dei diari di famiglia.
Il giovane Valerio cresce ai laghetti di Egan, dove l’italiano si sussurra e il tedesco si sprechena. 
I set di spade simil-lancillotto appesi ai muri. Il Cavaliere dell’Oca mi guarda da ventiquattro anni senza capirmi. Mio nonno ha sempre avuto dei dubbi gusti. 
Giochiamo con le bombe, giochiamo con la caccia ai partigiani.
Onore al merito gli va per aver partecipato alla Jugenfreiheit e per aver fondato un’agenzia di viaggio. 
Negli anni cinquanta doveva essere uno di quegli uomini che profumavano di talco e bourbon. Alto, occhi chiari e un poco di brillantina mascherata nei capelli. 
Un giorno quell’uomo elegante prese la valigia e non vide mai finito l’orlo dei pantaloni che mia nonna stava cucendo. Non vide neppure mio papà, il piccolo Giorgio, all’asilo a ritagliare le particole con le suore. Mia zia Elena, che da bionda diventava scura. Non sentirà tutto il paese di Pomarolo mormorare: ‘‘Sono figli di separati.’’