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lunedì 27 gennaio 2014

Tema: Vilma, la memoria del rosso

27 gennaio: Giornata della Memoria
Svolgimento

C’è una donna con il rossetto rosso. Dice solo le cose in cui crede, è golosa e instancabile, corre più di un treno della memoria. Da bambina si mette in bocca una lingua che non è la propria, perché qualcuno ha deciso che “qui si parla solo in italiano”. Buongiorno, passami il sale e ti voglio bene in sloveno diventano enormi gesti di resistenza: lei comincia a resistere. Vilma aspetta dalla parte giusta della barricata che arrivi il momento di scegliere da che parte stare. Sei disposta a morire per un’idea? Per un volantino? Per nascondere una lettera e portarla in montagna? Domande inutili: certo che è disposta. Se ti becchiamo, mettiamo a ferro e fiamme tutto il paese.

C’è una bambina con la bicicletta rossa. Pedala controvento su una terra che vorrebbe di tutti. Compie quindici anni in carcere, all’urlo dei passi dei condannati a morte. È così minuta che parlerà, ha così tanta sete, che venderà i partigiani per un sorso d’acqua. Vilma, piuttosto, ammazzatela: non parla neanche sotto tortura, nessuna sete può vincere la sua libertà. È ancora disposta a morire per quell’idea che è sempre più forte, che è sempre più giusta. Non è vita il sopravvivere di nascosto, non è giusto salvarsi, senza poter essere davvero uguali agli altri.

giovedì 17 ottobre 2013

Tema: Venga pure la fine, di Roberto Riccardi edizioni e/o

Sez. Gli amici della Maestra
Svolgimento


1.

Bosnia Erzegovina, 1995

Rumori, dal fitto della boscaglia. Samira volge di scatto gli occhi al suo compagno, nel suo sguardo c’è una richiesta di aiuto. Lei e Sefer sono le staffette avanzate della banda di irregolari che ha osato sfidare il temibile esercito serbo. Una follia, l’aveva detto dal primo momento. Trenta soldati improvvisati, male armati, contro un intero reggimento attestato a difesa. Un attacco suicida. Li hanno fatti a pezzi, sono rimasti in sette. Due di loro sono feriti, Ismet non arriverà alla notte. La sera allunga la sua ombra nel cielo e col buio aumenterà la paura. Quella che già adesso le attanaglia la gola. 
Samira sente il pericolo nel fruscio sottile delle foglie. Sarebbe bello che a muoverle fosse il vento del Nord, anche se tante volte lo ha maledetto, quando all’alba usciva di casa e la sua sferza impetuosa le gelava il sangue. Sarebbe bello se tornasse quel tempo, quando la vita era lavoro duro, la mattina a scuola e il pomeriggio ad aiutare la mamma nelle faccende di casa. 
Ma Samira una casa non ce l’ha più. L’ha barattata con un fucile e due scarponi incrostati di fango, per un uomo che l’ha trascinata in una lotta disperata, a perseguire un obiettivo privo di senso. Non ci saranno vincitori, alla fine di quel dolore avranno perso tutti. I pochi che scamperanno alla mitraglia, ai cecchini, alle mine disseminate nei campi, riceveranno in premio un paese dilaniato, dove nulla sarà più come prima. Croati, serbi, bosniaci musulmani, quando il massacro si sarà fermato resteranno nemici. La guerra non finirà nei pensieri della gente, nelle anime ferite. Prima erano tutti mescolati: in seno ai villaggi, alle famiglie formate senza badare troppo alle origini. Era il komšiluk, il codice non scritto della reciproca tolleranza. Dopo, sarà tutto un guardarsi con rancore. «Il tuo esercito bastardo ha ucciso mia madre». «Brutta puttana, cosa vuoi? Sono stati i tuoi a incominciare». Saranno questi i discorsi fra chi si era giurato eterno amore, se qualcuno avrà ancora voglia di parlare. 

Ma Samira non vedrà tutto questo, perché nel bosco avanza la milizia del colonnello Dragojevic, il macellaio venuto da Gračanica. L’uomo che conduce la pulizia etnica in quell’angolo di Bosnia. Non avrebbero dovuto affrontarlo, sono condannati, nessuno di loro sfuggirà a quegli uomini addestrati a scovare i nemici nel cuore della foresta. Li sente più vicini, adesso, tanto da fiutarne l’odore. Per Sefer è lo stesso, glielo legge negli occhi. 
«Cosa facciamo?» chiede.

«Non parlare, potrebbero sentirci». 
Il suo compagno ha ragione. Hanno bisbigliato, ma nel silenzio di un bosco fa rumore anche il respiro. Samira però non sa tacere. 
«Non vedo più gli altri. Forse dovremmo…».
«Tornare indietro? Fallo tu se vuoi. Io non muovo più un passo».

venerdì 5 ottobre 2012

Tema: Ci nan ischio watah (Mi sento designificato _3)


Ci nan ischio watah. Cosa ci fa sveglio il giapponese alle cinque? Fa ginnastica, perfeziona il corpo. Muro bianco, schiena dritta, posizione del loto teravada. Piccoli spasmi contenuti. La bacchetta affetta la schiena scandisce i kangi a ogni goccia di sudore. I giapponesi tengono il corpo meglio della casa. Piccole dita incrociano origami. L’inchiostro non è ancora asciutto, il thè è nelle tazze dei pigmei. Conta le spirali e vedi il verde del thè che ti assale. È necessario bollire l’acqua altrimenti ci viene il colera. Come mai non si sente il traffico? La svizzera Rwandese ha disposto il “clearing day”: nessuna auto e tutti in giro a pulire e sistemare le strade. Perfetto posso andare a giocare a cricket senza fila. 
Dieci secondi dopo Irene indossa i guanti da giardiniere, Marco prende abbatte le erbacce con il machete. Una canadese ci abborda: «voi che bravi a lavorare qua. Io sono qua per affari, posso farvi una foto? Non trovate che il Rwanda sia troppo carino? ». 
Irene: «sono proprio bravi questi ad usare il machete». 

La giornata di volontariato mordicchia in piccole dosi la buona coscienza e problemi post-coloniali. Terra rossa, l’erba si aggroviglia come serpenti. Spine, sudore sorrisi si mischiano. Le mani sporche.