Svolgimento
Louise
Si svegliò con la
certezza che i bambini dormissero ancora.
La prospettiva della cena
prese forma nella sua mente e, con essa, la sensazione di questa
presenza, quella dei ragazzi nelle loro camere all’altro capo del
corridoio, i loro corpi nascosti sotto le coperte.
Un giorno sfilacciato
scivolava dalla finestra e si infrangeva
sullo spigolo del comò.
L’alba bagnava la camera. Dalla casa,
non sentiva il rumore delle
onde, ma le arrivarono le grida dei
gabbiani. Se le persiane non
erano chiuse, e il giorno la trovava allungata sul fianco – il viso
rivolto alla finestra – una delle
prime immagini che distingueva,
aprendo gli occhi, era il volo
alto degli uccelli sopra un quadrato
di cielo sul muro. Una carovana di nubi ci stazionava, a volte. Se le
mattine erano grigie,
Louise ci vedeva come un riflesso del mare,
una schiuma che poteva essere bianca, o anche nera. Ma poco contano,
in verità, le brezze marine: gli uccelli non cessano mai di
dominare
la città. Qualsiasi cosa accada alla gente del mare, loro
sventrano il cielo comunque. La loro costanza le piaceva, niente
poteva turbare le loro evoluzioni aeree. Normalmente non sentiva i
loro richiami – l’abitudine li fondeva in un quadro sonoro e
familiare – ma quella mattina i gabbiani sembravano raddoppiare gli
sforzi per strapparla al sonno. Può darsi che il vento soffiasse
verso la casa, portando il loro concerto fino a lei. O, magari, era
colpa dell’inquietudine per quella cena che già l’aveva
tormentata tutta la notte. Aveva sognato che erano tutti a tavola in
una cucina. Non era certamente la loro, ma era conosciuta. Armand
discuteva con i ragazzi. Lei non vedeva i loro visi, e non avrebbe
saputo definirne l’età.

