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mercoledì 4 settembre 2013

Tema : Il palo nella terra

Svolgimento :



C’era un buco nella terra, rotondo, proprio nella piccola scarpata bassa che separava la terrazza dalle altre. Un appezzamento di terreno sulla collina, prima seminativo, grano, leguminose, a periodi alterni, lo facevano i nostri padri, per non impoverire il suolo e la loro terra era contenta e generosa. Poi non si seminava più e il terreno venne convertito in frutteto, mio padre lo fece trasformare in tante terrazze lunghe e strette, curve di livello che percorrevano la superficie. Sulle terrazze ci piantò i peschi, lungo i bordi cotogni e peri e prugne, per contenere la terra, e poi tutto un sistema di solchi e di tubi in plastica per distribuire l’acqua a ciascuno degli alberi. Le pesche erano quelle con la buccia liscia, bianche e profumate, avevano un buon mercato a quei tempi, durarono una ventina di anni. 

Adesso c’era questo buco perfettamente rotondo, proprio nella piccola parete verticale di terra. Era un buco di pochi centimetri di diametro. Non so perché aveva attirato la mia attenzione, mentre percorrevo il terreno ormai sgombro dagli alberi, coperto soltanto di erba spontanea, borragine, gramigna, certe varietà di cicoria. Il buco mi sembrava profondo, poteva essere la tana di qualche animale, mi avvicinai per guardarci dentro, ma dentro era buio. Raccolsi tra l’erba il bastone dritto di un pruno selvatico e con quello provai a verificarne la profondità, riuscii a infilarlo quasi completamente, circa un metro, poi il palo toccò duro e si fermò. Non andò più avanti né indietro, qualcosa lo aveva bloccato e lo tratteneva. Tirai piano, poi con più forza, con il risultato di non ottenere niente, il bastone rimaneva piantato nella terra, e sporgeva dalla terra per fare da antenna alle comunità dei centopiedi. Feci leva, spinsi con il peso del mio corpo, provai a scuotere, a strattonare, sudai, mi feci male ai polsi, senza smuoverlo di un millimetro. Tutto inutile.


lunedì 27 febbraio 2012

Tema: L'amica muta (già "Nonna Rosa")



Nonna Rosa abita da sola in una vecchia cascina, né grande né piccola.
Come tutte le cascine di una volta in cui il piano terra era unicamente adibito a stalla, ha uno spazioso cortile da cui si accede al piano superiore tramite una scala esterna, unica via d'accesso all'abitazione vera e propria.
Nonna Rosa, essendo già abbastanza anziana, non ha timori quali essere derubata, assalita o sequestrata, quindi la porta d'ingresso è perennemente spalancata, fatto salvo per i mesi invernali, nei quali è accostata. D'altro canto, il suo nipote più grande abita a meno di cento metri e lavora in campagna: all'occorrenza le basterebbe lanciare un urlo e lui si materializzerebbe all'istante, armato di forcone. Per cui, Nonna Rosa sta tranquilla.
Le sue figlie meno, ma provate voi a farle capire che la porta dovrebbe stare chiusa e che prima di urlare “Avanti!”, quando sente dei passi sulle scale, sarebbe opportuno chiedere “Chi è?”.
Nonna Rosa è fatta così, inutile discutere.
Oltre al suo bodyguard personale, Nonna Rosa ha anche un'altra nipote, che si chiama Elisa, e oggi Elisa sta andando a trovare la nonna. Del tutto ignara di quello che sta per accadere, parcheggia in cortile, sale le scale, apre la porta e grida: “Ciao, nonna!”.
“Ciao, Elisa!”, le risponde Nonna Rosa, “Sun an cusin'a, ven drinta!”.
(Nota dell'autrice: per comodità, nella narrazione della vicenda useremo direttamente la traduzione dal piemontese, benchè molta della bellezza dei dialoghi vada in questo modo persa. Quindi, traduzione: “Sono in cucina, entra!”).