Svolgimento :
C’era un buco nella terra, rotondo, proprio nella piccola scarpata bassa che separava la terrazza dalle altre. Un appezzamento di terreno sulla collina, prima seminativo, grano, leguminose, a periodi alterni, lo facevano i nostri padri, per non impoverire il suolo e la loro terra era contenta e generosa. Poi non si seminava più e il terreno venne convertito in frutteto, mio padre lo fece trasformare in tante terrazze lunghe e strette, curve di livello che percorrevano la superficie. Sulle terrazze ci piantò i peschi, lungo i bordi cotogni e peri e prugne, per contenere la terra, e poi tutto un sistema di solchi e di tubi in plastica per distribuire l’acqua a ciascuno degli alberi. Le pesche erano quelle con la buccia liscia, bianche e profumate, avevano un buon mercato a quei tempi, durarono una ventina di anni.
Adesso c’era questo buco perfettamente rotondo, proprio nella piccola parete verticale di terra. Era un buco di pochi centimetri di diametro. Non so perché aveva attirato la mia attenzione, mentre percorrevo il terreno ormai sgombro dagli alberi, coperto soltanto di erba spontanea, borragine, gramigna, certe varietà di cicoria. Il buco mi sembrava profondo, poteva essere la tana di qualche animale, mi avvicinai per guardarci dentro, ma dentro era buio. Raccolsi tra l’erba il bastone dritto di un pruno selvatico e con quello provai a verificarne la profondità, riuscii a infilarlo quasi completamente, circa un metro, poi il palo toccò duro e si fermò. Non andò più avanti né indietro, qualcosa lo aveva bloccato e lo tratteneva. Tirai piano, poi con più forza, con il risultato di non ottenere niente, il bastone rimaneva piantato nella terra, e sporgeva dalla terra per fare da antenna alle comunità dei centopiedi. Feci leva, spinsi con il peso del mio corpo, provai a scuotere, a strattonare, sudai, mi feci male ai polsi, senza smuoverlo di un millimetro. Tutto inutile.

