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giovedì 24 gennaio 2013

Tema: Sesso Lesso - Io non faccio testo

Sez. Your Fetish
Svolgimento


Io non faccio testo.
In statistica si direbbe che non faccio parte del campione rappresentativo delle mamme: il sesso infatti, anche dopo la maternità e nonostante quella, è rimasto il mio passatempo preferito.
Lo spropositato numero di figli accumulati negli ultimi sedici anni, e il ritmo frenetico delle mie giornate che mi fanno sentire come una pallina di un flipper che schizza tra casa, ufficio e tre scuole diverse, non sono riusciti a calmare i miei sensi, per fortuna: alla sera quando vado a letto, prima di dormire, io faccio sesso molto spesso e volentieri.
Lo faccio, anche se sono stanca, anche se sono nervosa, anche se ho addirittura, il più classico dei mal di testa.
Lo faccio perché sono sicura che mi rilassi, esattamente come un sacco di altre madri dopo cena, fanno la maglia ai ferri davanti alla televisione, o si danno al Mummy blogging davanti al computer, oppure ancora, al classico découpage sui muri di casa.
Però come vi ho detto, io sono una mosca bianca e non per tutte, anzi quasi per nessun altra, pare sia così.
Nella maggior parte dei casi le mamme, evitano il sesso se possono, perché alla fine di certe giornate passate tra capricci, pannolini, e piatti da lavare, per loro vale senz’altro  il motto di Lord Chesterfild: “ la posizione è ridicola, il piacere effimero, la fatica tanta”.
Non mi sento di contraddirle e neppure di consigliar loro di cambiare abitudini, visto che, l’attitudine a santificare il sesso è una questione molto personale; una questione di gusti esattamente come l’amore per i cibi piccanti, o la capacità di poter votare il PD anche a queste prossime elezioni, nonostante tutto.
E sui gusti si sa, non si discute.


domenica 14 ottobre 2012

Tema: La bottiglia di latte


Svolgimento


La mia famiglia non ha mai amato gli animali. In sostanza, abbiamo avuto Moby e poi un gatto, che non mi ricordo più. Basta. Moby era un bastardino, grande come un volpino, bianco e marrone. Bruttino e simpatico. Il resto della famiglia gli voleva bene, io invece lo amavo. Avrò avuto forse dieci anni. Mi sdraiavo nell’erba, lui partiva dalla parte opposta del giardino e a mille all’ora arrivava dritto sul mio orecchio destro e me lo mordeva. Passavo i pomeriggi così.
Il latte era contenuto in bottiglie di vetro con il tappo di stagnola. Il vecchio lattaio, lo Zoppi, aveva fatto la Resistenza ed era il comunista numero uno del paese. Lui rosso, il latte bianco, e i due colori che mi si confondevano in testa. Passava con un ape scassato, per giunta verde, e lasciava la bottiglia sul muretto. Alla mattina presto, almeno i bambini potevano fare colazione con il caffelatte. D’inverno, se non andavi alla svelta a ritirarlo, il latte ghiacciava e la bottiglia esplodeva. Noi bambini eravamo più contenti se esplodeva. Alla sera bisognava rimettere la bottiglia vuota sul muretto. E se ti dimenticavi di metterla, erano guai. Guai seri.
Avevamo traslocato in una casa nuova, una villetta bifamiliare. Sotto aveva il garage e due stanze non ancora finite. Noi vivevamo di sopra. La mamma passava molte ore al pianterreno, perché lì c’erano la lavanderia e il giardino da curare. Scendeva alle dieci del mattino, stava giù fino a mezzogiorno, poi risaliva per preparare il pranzo. Noi arrivavamo tutti puntuali all’una, affamatissimi. Nel pomeriggio, lei scendeva verso le tre e mezzo, e risaliva alle sei. I suoi orari erano così, programmati. Non è che potesse di continuo salire e scendere. E quando scopriva di essere scesa senza aver portato giù la bottiglia di latte vuota, si arrabbiava con se stessa perché le rimaneva il pensiero di doverla riportare nel pomeriggio, così  le veniva il cattivo umore. E, magari, lo dimenticava ancora.
A un certo punto, per evitare tutto questo, le era venuta un’idea. Un pomeriggio di primavera, quando l’erba è bella alta, aveva provato a buttare giù dal balcone una bottiglia vuota, e quella non si era rotta. Scendeva e se la ritrovava giù da basso: problema risolto. Perciò, finita la colazione, andati tutti via, lei rimaneva in cucina e buttava giù la bottiglia. Poi, dopo, con calma, la metteva sul muretto.
Ognuno ha delle cose apparentemente insignificanti di cui è contento, che gli rendono più fluida la giornata. Lei buttava giù la bottiglia. 
Io giocavo con Moby, un pomeriggio di primavera. L’erba era alta e io mi sdraiavo e lui mi mordeva le orecchie e io lo prendevo e lui scappava come il vento, poi io mi sdraiavo ancora e lui arrivava in picchiata. Ci divertivamo un sacco, e anche Moby scappava ma rideva. A un certo punto la mamma si affaccia dalla finestra con una bottiglia in mano. E io, che sono sdraiato, la vedo e le grido subito di non buttarla perché c’è il Moby in giardino. ‘Ma dai, non vedi come corre in giro’. ‘Non buttarla, vengo su io dopo a prenderla’, le dico, ma lei niente, sembra che si sia fissata e la voglia proprio lanciare. Grido ancora, ‘no, mamma, no, no, no nooooooo’ La bottiglia è venuta giù al rallenti.