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venerdì 12 aprile 2013

Tema: Alla non-fermata dell'autobus

Svolgimento

Eccolo, il mondo spicciolo, quello delle sei di mattina. Siamo in pochi, infreddoliti, nella notte più scura perché è quella che viene prima dell’alba. Dannato lavoro, ma bisogna pur averne uno quando si è svegli. Ma se l’uomo fosse fatto per svegliarsi così presto, il buon signore ci avrebbe dato degli occhi apposta per vederci anche al buio, ma non li abbiamo, quindi credo che sia fondamentalmente sbagliato e contro natura alzarsi a quest’ora del mattino o della notte. 
Sono fermo alla fermata dell’autobus. Una fermata che esiste solo perché sulla strada, in mezzo agli alberi e in mezzo al nulla di una campagna monotona e selvaggia, qualcuno ha piantato un cartello con sopra scritto “FERMATA”  e un paio di orari nemmeno tanto rispettati. Nessuna panchina, nessun riparo dalla pioggia, nessun rialzo, nessuna voglia di andare al lavoro. In mezzo al freddo e in mezzo al nulla. La cosa che mi stupisce delle sei di mattina è che in giro ci sono un bel po’ di uccelli, tutti in giro, tutti in alto a fare i fattacci loro, ma cosa ci trovano di bello a cinguettare e fare versi, lo sanno solo loro. Io alle sei di mattina non cinguetto, non parlo, sono una fottuta scimmia spelacchiata e le scimmie vanno a banane, si spulciano, si arrampicano, fanno cose stupide, molto dopo le sei del mattino. Darwin dixit. 
Fatto sta che in questa fermata dell’autobus, ci siamo io e una signora, forse sulla quarantina, intabarrata, infreddolita come me, ben truccata ma con gli occhi spenti. Facile che per truccarsi bene si sia alzata anche due ore prima di me, che tanto a me basta bagnarmi la pellaccia con un po’ di acqua fredda e strofinarmi un po’ gli occhi con dell’acqua ancora più fredda. Se ne sta lì al mio fianco, forse stiamo aspettando il buon Godot, che forse sta viaggiando col servizio nazionale dei treni e non ha beccato nemmeno una coincidenza, che forse nemmeno esiste in quanto solo personaggio teatrale, che nemmeno si degna di comparire nel suo spettacolo. Aspettiamo la corriera per andare nella grande e piena di vita, città. 

venerdì 1 marzo 2013

Tema: Treno al volo

Svolgimento

Se prendi il treno, prendilo al volo. È infinitamente più pratico. Facciamo finta che sia una mia proposta, non dovrei, tu sei libero di non farlo, ma ci scommetto che l'hai sempre sognato. Dove l'hai visto fare, in un film forse, c'era l'attore protagonista che dal cavallo con un salto da scoiattolo arrivava sul predellino del vagone, poi da quello raggiungeva l'interno e si confondeva tra i passeggeri, e tu lo guardavi e pensavi un giorno di questi ci provo pure io. Adesso è arrivato quel giorno di questi, non puoi tirarti indietro, soprattutto in questo momento che ho deciso di scrivere un pezzo sulla tua impresa. Vabbè, continuiamo.
Procedi così. Decidi la sera prima quale treno prendere, annotane l’orario e il binario. Questo ti servirà a non rischiare di prendere un intercity di passaggio per il nord, quando tu dovresti percorrere soltanto trenta chilometri per andare al lavoro. Informati in via preventiva su cambiamenti di corse di orari o agitazioni sindacali che renderebbero strampalata e ridicola la tua impresa. La mattina seguente, all’ora stabilita, piazzati proprio all’estremità delle pensiline della stazione, senza badare troppo agli avvertimenti del capostazione. Cercherà in tutti i modi di farti rientrare nelle filepecore degli altri, stare al di qua della linea gialla, ma tu gentilmente farai finta di non avere sentito o capito. 
Un treno al volo è un'esperienza da provare, almeno una volta. È una cosa che non fa nessuno, eppure offre molti vantaggi, come per esempio evitare di affrettarsi tra sveglia doccia caffè in dieci minuti, per aspettare poi in stazione sul marciapiedi al freddo per venti minuti. Scongiura le chiacchiere con i compagni di attesa, la mattina è una cosa sempre un po’ scocciante che impedisce di concentrarsi sulla propria condizione di homo sonnolens. 

domenica 27 gennaio 2013

L'odore dei pomeriggi (quando li butti via) - Parte due

Svolgimento


28 dicembre 1994

«Oh? Oh! Siamo in ospedale. Apri gli occhi» - sentivo la voce  impaurita di Irene, ma non riuscivo a capire da che parte venisse. Avete presente quella funzione presente nell’autoradio, che vi permette di selezionare quale delle casse deve avere più potenza, se la destra o la sinistra? Ecco, sembra ci sia qualcuno a cui questa funzione piaccia così tanto da bloccarsi, autisticamente parlando, a pigiare il tasto spostando continuamente la voce di Irene dall’orecchio destro a quello sinistro. Ecco che il mio equilibrio va a puttane e mi lascia immobile e probabilmente con la perenne impossibilità di issarmi su questo lettino. Ci provo, ma con risultati più che irrilevanti. Capivo d’essere steso, ma era come se non comandassi nessuno dei miei muscoli, la mia volontà. «Mi senti? Riesci a sentirmi? OH! Toglimi da questa cosa, non riesco a muovermi!» - tentai di parlare, ma non mossi neanche le labbra. “Cosa mi sta succedendo? Oh, Cristo, che mal di testa”. I miei mal di testa sono complicatissimi perché, oltre a succhiarmi il cervello, mi rendono quasi paralizzato. Ciò significa che non posso fare alcun movimento, altrimenti finisce che dalle tempie passa agli occhi e dagli occhi passa alla faccia e mi fa male tutto, quindi conati di vomito, conati di tutto ciò che può uscirmi dalla bocca e dal naso. Vabbè. «Fatemi uscire da qui!» gridai. «Ma come ti dimeni! Sta calmo, no? Fai scappare tutti i pesci. Tieni quella canna e fa’ silenzio; e poi, da dove diavolo vorresti uscire?!» - Era mio padre. Ed io riuscivo a muovermi. “Ma come c’è finito mio padre qui? Che poi mio padre è morto dieci anni fa, impossibile che sia ancora qui a rompere, pace all’anima sua”. Non eravamo in buoni rapporti, ma quantomeno scambiavamo due parole e qualche litigio, quando non ci dicevamo che ci mancavamo a vicenda. Qualche mese prima di morire, lo portammo in ospedale perché stava male, affermava di non star bene e che mia madre continuava a dire che aveva le fissazioni. Mi scappò una risata al pensiero, ma, povero papà, mia madre, quando voleva, sapeva essere più rompipalle di lui. Dimagriva in continuazione. In effetti, gli diagnosticarono un tumore ai polmoni e questa fu la scusa per continuare a fumare quelle dannate sigarette secche e lunghe da zoccola, che pian piano lo portarono via con loro su un posacenere. Cioè, lui ha un’urna. Comunque sia, morì e io, adesso, non ci capisco più nulla. «Cosa ci fai tu qui?» - chiesi sbalordito - «Cosa vuoi che ci faccia qui? Siamo a pesca. Ma vuoi calmarti, faccia da scemo? Se continui così dovrò darti una dose di calmante, amore. Amore, riesci a sentirmi? Devi girarti su un lato. Aspetta, ti aiuto io. Dottore, ma cosa gli succede? FACCIA QUALCOSA» È Irene. E, Dio, se non ha le mani ghiacciate. Mio padre era scomparso e adesso stavo annegando in un mare viola. Era enorme; e nessuna terraferma alla quale aggrapparmi, questa volta. Più mi muovevo o tentavo di nuotare, più annaspavo e respiravo male, ingollavo quella roba viola ed era amara come il fiele. Un’onda enorme prendeva la rincorsa verso di me e d’un colpo ci fu un gran casino di viola, giallo; animali marini scappavano a destra e a manca. Il fondale era giallo, ricco di conchiglie, alghe, mine, palloni bucati, preservativi. Era una discarica! - che schifo - Una discarica. Sentivo che la dose d’aria stava andandosene a quel paese, mi bruciavano i polmoni come se qualcuno li stesse punzecchiando con tizzoni ardenti; stavo per scoppiare, io lo sapevo. Mi sentii tirare con forza verso l’alto e mi mancò il respiro. Fuori dall’acqua urlai dal dolore e vidi una luce straziante. Mi sentivo piccolo e nudo. Urlavo.

giovedì 12 luglio 2012

Tema: Estate


Svolgimento

E' meglio quando la notte finisce o sta per farlo o quando è a metà del suo corso, ma non voglio tornare a casa quando incomincia. I colori non esistono più, ombre ipocrite mi guardano dal pavimento e io non riesco a ricambiare, distolgo lo sguardo eppure sento il fiato sul collo, mille occhi cattivi che mi dicono cattiva e una voce in testa che ripete non guardare, non parlare, non sbagliare. Scegliere la virtù come un divano comodo su cui buttarsi dopo una lunga giornata quando non c'è un punto del corpo che non sia sudore, e che non sia di pelle che poi si appiccica addosso. Pelle su pelle, e come fa male staccarsi, e grattare punture di zanzare che corrono a sciami al tramonto verso carni ingenue, fino a irrorare il pavimento di sangue. Carne e sangue e ancora appiccicati. Sapore, odore dolciastro, sempre rosso insieme alle angurie in putrefazione, vedersi destinati alla stessa fine, vedere i propri rapporti destinati alla stessa fine.