venerdì 13 gennaio 2012






GINA E PINA TI ASPETTANO, TANTI AUGURI MEIS!

La classe








AL MIO GIANLUCHINO, PER NON SENTIR FREDDO NEI GIORNI DELLA MERLA (TU CHE TI OSTINI A NON SPOSARTI CON UNA BELLA PASSERA). L'HO FATTO A MANO CON TANTO AMORE!


Ermelinda  Frangisponde

giovedì 12 gennaio 2012

Tema: La Gallerie Lafayette e il mistero degli uomini scomparsi


Aggirandovi nel tourbillon degli scintillanti piani di quello che é uno dei più esclusivi magazzini del mondo, in mezzo a borsette Dior, diamanti Chopard, pellicce Fendi, mentre nell'aria vagabondano molecole di Air du Temp o di Eau de Adrién, in mezzo a la crème dei più bei commessi gay dell'universo, impossibile non notare la mancanza dell'umano maschile di tipo maritoide e/o paterno. Sarà mai che tutte le clienti, francesi, giapponesi, italiane e russe siano giunte in boulevard Haussmann senza accompagnatore? In realtà il problema mi é parso di qualche rilevanza, e dunque evidente, quando a sparire é stato il mio compagno. Fino a quel momento mi era stato vicino, solerte e sereno, a tratti pure incoraggiante, ma al piano del reparto giocattoli l'ho perduto. É stato un attimo, tra il panda gigante e il pupazzo fatto di Lego. 
Un momento prima, in effetti, avevo notato un sospiro, uno sbuffo e un girare d'occhi che alludeva a ben altra rotazione. Interrogato circa il suo livello di noia, lui però aveva decisamente negato. 
Allora, perché era scomparso? Lo avevo dunque perduto?
"Chissà se c'é un ufficio compagni smarriti … " meditavo,  giuliva ma inquieta,  mentre stavo per acquistare in saldo 3 culottes al prezzo di due. Terminato l'affare, tornata sui miei passi, ho notato uno spazio vicino all'ascensore, da cui filtrava una luce triste. Sono entrata in una specie di sottoscala, che si apriva in una saletta vasta e spoglia. 
Erano tutti lî, pigiati come caviale in scatola. Sul volto terreo un'espressione di incredulità mista a dolore fisico. Qualcuno guardava l'orologio, quasi ipnotizzato da quell'inutile esercizio; qualche altro cercava conforto nella presenza maschile, e provava a incrociare lo sguardo del vicino di sedia. 
Inutilmente: nell'angolo dei compagni scomparsi, a La Gallerie Lafayette, ognuno sta male per sé. 

R.L.


Tema: Tanto la ferita è già guarita.


Ho serrato bene le finestre stanotte e ho tirato le tende scure della mia camera. C’è una luna grande stanotte e temevo che rotolasse fino a portarsi sul mio comodino. Non ne avevo voglia di tingermi la faccia e fare di me un Pierrot. Scaccio subito il malinconico pensiero di una lacrima nera che segna il viso pallido. Di luce ne ho avuto abbastanza oggi col sole a tratti primaverile. Che brilli per qualcun altro questa luna e vada ad ispirare poeti, musici e cantastorie. O qualche vagabondo perfino, o un venditore di rose, o un ubriaco che vomita i suoi umori su un marciapiede sotto ad un lampione arancio. Accendo l’unica lampadina a incandescenza rimasta in casa mia. Che uso poco tra l’altro che ho paura che si rompa e debba sostituirla con una fredda, bianca e asettica lampadina a risparmio energetico.

L’umidità invernale penetra la cicatrice sul mio sopracciglio. Fu causata da un brutto incidente risalente a circa dieci anni fa. Una sera d’agosto tornavo in motorino da una festa parecchio noiosa, uno sprovveduto automobilista non vide uno stop e mi prese in pieno. Il referto, scritto dalla mano tremante di un’infermiera stanca e accaldata, parlava di trauma cranico, escoriazioni sparse e ferite lacero contuse. Un taglio incerto percorreva la perfetta sagoma dell’arcata sopracciliare, quattordici punti di sutura che guarì in poco più di una ventina di giorni. Per il resto il dolore si ripresenta puntuale ad ogni passaggio di stagione. Non ci fu tempo di pulire fino in fondo la crepa causatami dall’urto con l’asfalto e tutt’ora, di tanto in tanto, compaiono delle bolle rosse piene di materiale che il mio corpo scarta, essendo estraneo alla sua composizione. Le ferite lacero contuse sono dovute ad un’azione di strappamento e sono conseguenza di urti energici sufficienti a vincere l’elasticità dei tessuti. Sono particolarmente soggette a infezioni ed hanno tempi di guarigione molto lunghi, con risultati cicatriziali antiestetici. Spengo la luce e provo a dormire chiudendo la cartella clinica che mi si è aperta nella mente. La luna stanotte riesce a superare la tramatura delle tende tirate. E ancora una volta la triste figura si fa fantasma. Un piccolo Pierrot si posa sulla mia guancia sinistra bianco bianco e nero nero, e lo caccio via che mi sembra zanzara. Credo che la  sua lacrima sia una ferita lacero contusa con quel risultato antiestetico sul viso. Chissà chi causò quella ferita. Perché non si fa mai a meno di una cicatrice. Ognuno ne porta almeno una. È che le relazioni, e non solo sentimentali, son sempre urti energici che strappano i tessuti cellulari. Arrivano le piastrine a suturare gli strappi creando croste che cerchiamo sempre con l’unghia dell’indice per grattarle via. E rimangono zone chiare della pelle, dalle forme irregolari, antiestetici segni di valutazioni sbagliate. Metto un piede qui e cadiamo di botto perché inciampiamo o non abbiamo visto la buca sul marciapiede. Riesco a passare da quella porta e non comprendiamo il nostro braccio sporgente e sbattiamo allo spigolo dell’uscio. Errori di calcolo, incapacità di sentire il proprio corpo. O semplicemente incapacità di prendersi cura di sé, di preservarsi, di dirsi “io sono la cosa che conta”. Accarezzo il mio sopracciglio e sento il peso delle relazioni che mi hanno lacerato. E faccio un calcolo approssimativo di quante piastrine io abbia messo all’opera, di quante volte ho tolto via le croste perché “tanto la ferita è già guarita”. Come se si potesse fare a meno di cicatrici antiestetiche. Come se si potesse fare a meno delle relazioni. E rigiro il cuscino per poggiare la guancia destra sul percalle freddo. Mi addormento accarezzandomi le ginocchia doloranti dal trauma causatomi dall’urto contro il box doccia.

Scosto le tende e il sole inonda la mia stanza. In questo bagno di luce guardo la piantina di edera che ho posizionato sopra la mia finestra. L’imperiosa cupola della Chiesa del Carmine fa capolino tra il biancore di una nuvola bassa. E per un attimo sorrido beffardo guardando il mio corpo antiestetico di cicatrici. E ti auguro cicatrici antiestetiche. Come le mie.

VB



mercoledì 11 gennaio 2012

Tema: Un pomeriggio al profumo di lavanda

Sai quando un profumo, una musica, un sapore ti porta indietro nel tempo e ti senti piombare in un’altra epoca? Ecco a me il profumo di lavanda fa questo effetto:  era il profumo di nonna Maria e quando mi capita di sentirlo è come tornare la bambina che adorava aprire di nascosto i pesanti  cassettoni di noce del comò della stanza da letto dei  nonni. Lo sento ancora, il tintinnio delle maniglie d’ottone che cercavo di mitigare per non  farmi scoprire e poter frugare con la dovuta cautela e con un orecchio sempre attento ai passi che potessero venire nella mia direzione.
Tra i fazzoletti  in cotone con le iniziali ricamate, il velo scuro da messa e  la madonnina di Lourdes di plastica fosforescente erano ripiegate con precisione maniacale le calze di seta ed il busto contenitivo color carne con il reggicalze di raso.
Questa mescolanza di sacro e di intimo solleticava ulteriormente la mia curiosità  e non potevo trattenermi  dall’aprire  il portamonete dei  rosari: quello di pelle blu morbidissima con la chiusura a palline nelle quali erano incastonati due finti rubini rossi … al suo interno, avvolti nella fodera di seta,  almeno tre rosari: uno in finto cristallo, uno in legno e quello in onice nero che la nonna aveva disposto volere intrecciato nelle mani per il suo ultimo viaggio e che non potevamo assolutamente toccare … poi la sottoveste nera di pizzo, il messale ingiallito farcito di santini…, il guscio rigido in similpelle che nascondeva la sveglia da viaggio quadrata…, la retina ed i fermagli  in osso per  capelli; la spilla d’oro con le rose di corallo rosa, le finte camicette…  sai quelle che avevano solo il davantino con il colletto, l’abbottonatura, un elastico sulla schiena e si portavano sotto il golfino abbottonato?  Poi i foulard di seta, i più profumati in assoluto: sapevano di lei…di nonna Maria e di lavanda.  Erano pomeriggi eterni, caldissimi… per mitigare la canicola le imposte erano semichiuse e le mosche tenute a bada dalla tenda verde traforata che solo di rado veniva smossa da un refolo d’aria… Fuori in cortile, una gettata di cemento grigio ormai consumato e lucido, stava sdraiato Tell, fedele cagnetto di nonno Pinot… le gambe cortissime, una pancia che sfiorava terra ed il pelo corto e maculato,… cercava un po’ di refrigerio all’ombra delle ortensie e dormicchiava sulla ghiaia respirando affannosamente  forse a causa della vecchiaia. Oltre ad esplorare i cassetti della nonna, mia sorella ed io potevamo giocare ai cinque noccioli o all’elastico che c’eravamo portate da Torino, fatto con i collant smagliati della mamma.  I collant … che conquista sarebbero stati… invece noi dovevamo ancora portare i gambaletti traforati di quel ruvido cotone bianco e inamidato, con l’elastico così stretto che ti lasciava il segno proprio sotto il ginocchio e faceva prudere da morire, fino a quando non decideva di lasciarsi andare definitivamente e allora le calze cadevano impietose sulle scarpe di vernice della messa domenicale .
Unica interruzione alla monotonia pomeridiana era la merenda.  Pane burro e zucchero, ma se riuscivamo a farci portare da Neta, la cugina di papà da cui comperavamo le uova avvolte nella carta di giornale, allora avremmo potuto bere anche uno spumeggiante bicchiere di vino fragolino, quello con la schiuma rosa… che “a va bin anche per i cit” … servito nel bicchiere con il piedistallo ed il bordino dorato, nel soggiorno buio accanto alla stalla dove il profumo di lavanda della nonna lasciava il posto a quello della campagna...  poi tornavamo a casa con la 127 color azzurro carta da zucchero ovviamente senza aria condizionata ma con il deflettore aperto ed il mangiadischi arancione … “non piangere salame dai capelli verde rame era un gioco…non era un fuoco lo sai che t’amo io ti amo veramente… eppur mi son scordato di te…come ho fatto…non so…una ragione vera non c’è… lei era bella però…”
 BG

non tutti i mali vengono per nuocere

Svolgimento

Per molti bambini avere una mamma, una nonna o una zia maestra, ai miei tempi, ma forse anche adesso, era una fortuna perché se c’era qualcosa che non avevi capito, loro erano sempre pronte ad offrirti una spiegazione supplementare. Per me no, era una Sfiga. E di quelle con la S maiuscola per intenderci. Perché io una zia maestra ce l’ho avuta, era piccola e pure cattivella ed essendo io, il di Lei nipote, dai miei compagni di classe ero costantemente preso per il….naso. Che ce l’ho pure un po’ grande, tanto che la mia mamma che mi voleva un gran bene, se me ne rammaricavo, mi diceva sempre: “ amore mio non preoccuparti che un bel palazzo non è tale se non ha un bel camino”. E io, scusatemi sono ancora un gran bel “palazzo”. Ma lasciamo stare, nessuna divagazione altrimenti esco fuori tema.
Insomma non c’era giorno che non finissi nel mirino di qualche “birichino” ma forse oggi non si usano più questi termini e dovrei dire che ero accerchiato da veri e propri piccoli teppisti.
Quello che maggiormente attirava la loro attenzione era – come si direbbe ai nostri giorni – il mio materiale didattico. Ecco allora che, colori e matite non riuscivano mai ad avere una punta bella, fine e appuntita, perchè loro le prendevano e, “tac” le spuntavano di nuovo sotto il banco. Era una lotta contro il tempo, non tanto cercare di sottrarle al nemico, quanto farle durare almeno una settimana a furia di temperarle.
E dei fogli dei quaderni vogliamo parlarne? Orecchiette ovunque che mi sembrava di essere stato catapultato all’improvviso dal mio amato paesello della Val Camonica al Tavoliere delle Puglie.
Tua zia è una vecchia strega, tua zia è una vecchia strega”. Il ritornello ce l’ho ancora in mente, urlato mentre le belve mi rincorrevano per tirarmi addosso il “cassino” che, per chi non lo sapesse, secondo il dizionario Treccani è: cassino s. m. [der. di cassare]. – rotolo di cimosa per cancellare lo scritto sulla lavagna, sinonimo di cancellino. Meno comune col senso di grattino, raschino.
Ma... "non tutti i mali vengono per nuocere" e così mentre i maschi si accanivano contro di me, piccolo scricciolo silenzioso e biondo con l’unica colpa di avere una zia maestra piccola e cattiva, le femmine si trasformavano in crocerossine adoranti. E così, c’era chi mi temperava i colori, chi mi offriva un po’ della sua merenda, se i teppisti urlatori me la rubavano e chi ancora con una buona frequenza ripuliva il cancellino dalla polvere di gesso.
E’ stato allora che mi si è aperto davanti agli occhi un mondo nuovo, cui avrei, negli anni seguenti, attinto a piene mani…ma questa storia magari ve la racconto un’altra volta.

L.L.G.

martedì 10 gennaio 2012

Tema: La questione bidet




Naturalmente la questione andrebbe approfondita, magari trovando qualche giustificazione antropologica e storica. I nostri sogni d'italica ammirazione, che ci fanno sospirare alla sola idea di un tailleur Chanel, di un rossetto YSL o di una cena con ostriche e champagne, si infrangono infatti dolorosamente di fronte alla clamorosa mancanza francese nei confronti del bidet. 
Narra la storia che l'intera corte francese migrasse a stagioni alterne da Parigi a Versailles, e viceversa, non per motivi di moda o etichetta ma per dar modo alla servitù di spurgare le regali deiezioni, sparse un pô ovunque e divenute troppo puteabonde, perfino per i nobili nasi di coloro che le avevano prodotte. 
E poi: suvvia, non é possibile pensare che bisnonno Cesare, conquistati i Galli, non abbia voluto dotarli di tutti i confort, terme con jacuzzi e bidet inclusi! Cosa sarà accaduto, dopo? Il medioevo avrà forse gettato l'oblio sulla necessità di passare acqua e sapone sulla parte più delicata dell' umana carnalità? Mistero. A me piace pensare che i francesi siano tutti dotati di funamboliche qualità, pari a quelle di Philippe Petit, e che prima di camminare imparino ad arrampicarsi sul wc e a restarvi in equilibrio, in una mano il flessibile della doccia, una saponetta nell'altra. Magari vestiti a metà.
Il perché non so dirlo, forse é solo la loro ennesima dimostrazione di grandezza.

R.L.

Tema: Vedila come un'opportunità.

Svolgimento:

- Vedila come un’opportunità …
O cazzo, l’ha detto davvero. A quarantatre anni appena compiuti e undici di azienda finalmente l’ho sentito dire con le mie orecchie. Allora non è una leggenda, lo dicono davvero. Giro lo sguardo sul disordine che regna nella penombra dell’ufficio del mio Capo per cercare di fermare il sorriso primi che diventi una sghignazzata. I “colleghi” delle Human Resources devono essere gli unici a non sapere che oramai tutti in azienda sanno che “opportunità” è sinonimo di “inculata”. Prendo fiato, ricompongo l'espressione  e rispondo al mio "referente HR":
- Sì, la proposta mi interesserebbe, mi piace cambiare, anche se in questo caso più che un cambiamento sarebbe aggiungere un’altra mansione alle due che già svolgo. Però io non ho nessuna esperienza, soprattutto per la partecipazione a eventi. Solo non aspettatevi che io sia brava come la collega che va via. Lei è davvero bravissima e con un curriculum ineguagliabile.
 - Certo ma anche tu sei molto in gamba - ecco qui il Capo che ha sempre considerato la collega come una manciata di sabbia nelle mutande e che gode ancora all’idea di essersene liberato - e poi sai scrivere e hai quella capacità di tessere relazioni che sicuramente farà la differenza. Inoltre puoi sempre contare sull’appoggio di tutta la Struttura Aziendale. Sai anche l’AD ti stima, ha fatto lui il tuo nome …
Stoccata magistrale. Mi pareva strano che non lo avesse ancora citato: il mio Capo si trasfigura quando nomina l’Amministratore Delegato, si sente che lo cita con le maiuscole. Ma quando mai con tutto quello che ha da fare ‘sto povero AD avrà avuto tempo di pensare che io esisto?.  Mi sa che è stata la colleguccia che va via a metterci la parola buona, e le mando un bacio telepatico. Intanto i due mi guardano tesi mentre aspettano la mia risposta. Forse il troppo silenzio li preoccupa? Riprendo:
- Ne sarei davvero onorata – so che l’ironia è sprecata con questi due ma proprio non mi tengo – ma tutto questo aumento di visibilità e lavoro comporterà anche l’aumento di livello? È dal 2001 che non vedo avanzamenti … – ora li aspetto i due furbetti, vediamo un po’ se me la quantifichiamo “l’opportunità”.
- Be sì insomma, vedremo …  sinergia ... proattività ... - Ecco è partita la “supercazzola”: la risposta che non hanno le palle di dare è che se mai ci sarà un livello, non sarà certo nel prossimo lustro. Il mio unico neurone funzionante mi urla di alzarmi e salutarli con un educatissimo rifiuto del tipo “grazie ma non ho le qualità necessarie” oppure “grazie per aver  pensato a me ma è meglio se cercate altrove”. Invece, odiandomi perché per me potrebbe davvero essere un’opportunità e soprattutto perché un po’ mi sono bevuta la storia della stima personale dell’AD,  rispondo come da copione:
- Allora va bene, la prendo io tutta l’attività di comunicazione aziendale. – Ecco.  L’ho fatto. Ho accettato.  
Se non altro per questo ruolo mi servirà un nuovo look.
M.B.

lunedì 9 gennaio 2012

Tema: Parigi con il sole in inverno



Ogni tanto, in inverno, chissà perché, un giorno a caso esce il sole, e i parigini si sentono un pô smarriti: visto che sotto alla pioggia camminano senza riparo, verrebbe loro la voglia di aprire l'ombrello per schermare il sole, come signorine a spasso in un dipinto impressionista.

Gli uomini parigini, che hanno sul viso un'espressione intelligente, misteriosa e triste, sotto al sole invernale proprio non ci sanno stare, e si rifugiano nei bistrot, nei caffé e nei trenini Rer. 
Da finestre e finestrini spiano cosï questo mondo  stranamente luminoso e senza fumo. 
Gli uomini parigini sembrano tutti operai intellettuali, con il naso grande che punta verso terra, come in cerca di un tartufo. 

La stessa espressione forte e delicata di Coppi (gli sarà venuta per via del Tour de France), gli stessi occhi tristi, le braccia lunghe. Penso che siano proprio le braccia giuste per dare rifugio alle donne parigine, piccole anche se grandi, sorridenti, luminose e nervose come uccelli del paradiso.

R.L.

Tema: “Gestire le debolezze: pratica manuale” (Work In Progress)

“Mi si è alzato lo spread”.
Svolgimento

Una mattina mi son svegliato, ma non ho trovato l’invasore dell’inno del partigiano cantato da mio nonno alla macchia in montagna, ma solo sgorbi e frecce.

Il giornale, che mi si sgualcisce, mentre lo stringo freneticamente, non me lo ricorda affatto il nonno, ed io lo agito incazzato, invece, perché c’ho da fare, e non sono come il cascamorto del Tiggì – con la giacca lineare, che sarà costata un botto, e la cravatta regimental, a bande rosse e grigie – tutto calma e dizione perfetta.

Quel cascamorto del Tiggì sciorina sgorbi a mitraglia, con indigesta antipatia, ed i suoi sgorbi sono gli stessi che leggo stamattina, ma con delle frecce in picchiata, che potrebbero bucare il fondo della tazza o anche perforare il mio intestino pigro.

Non me l’immagino proprio il cascamorto del Tiggì sul cesso, né l’immagino stiticamente cronico intabarrato in bagno, proprio come me adesso, mentre là fuori il mondo corre sul filo dei grafici dell’economia e tutti s’interrogano se il Nikkei è meglio del Mc Kay o il Fuzzymib è un colore a variante del rosa parigino.  

“Cazzo, cazzo, cazzo …” mi dico “… possibile che non riesci ad alzarti oggi!”.

Per fortuna non c’è nessuno in casa, tutti sono chi a scuola e chi al mercato, mentre la badante marocchina ha portato nonna ai giardinetti ed io posso godermi in pace il cesso e senza interruzione alcuna.

I miei figli sono terribili; però se questo specchio a lato potesse parlare la sua preferita è Miriam, che lo occupa almeno venticinque volte al giorno. Miriam si pettina e  trucca … e questa beneamata tazza va in ferie.

“Il bagno è occupato? Il bagno è libero? Il bagno è pronto?”. Il bagno, il bagno e ancora una volta il bagno, sembra che in questa casa non si parli d’altro. Siamo in sette, o, meglio, lo eravamo, prima che andasse via il nonno partigiano, una mattina d’inverno sul finir di carnevale: vedi che scherzo!

Quello delle onoranze funebri me lo disse “altri tempi! altra tempra!”…quello delle onoranze funebri! mentre il medico legale mi disse “e che ci vuol fare: l’età! forse si sarà stancato; troppa confusione in questa vita!” …troppa confusione!

Ed è vero, a ben pensarci! siamo io; mia moglie Germana; Miriam nostra figlia, che ho già presentato; Martino mio figlio, nato dal mio precedente matrimonio (e che c’ha sedici anni); e poi nonna Itala, a cui è appiccicata Amina la badante marocchina, quasi fossero le sue terze e quarte braccia e gambe: “Insieme fanno un bruco vecchio, insomma”.

La casa ha sei stanze, che stilisticamente sono sette se si considera anche il bagno, ma statisticamente corrispondono a sei e quindi una per ciascuno di noi, mentre il bagno è zona franca e appartiene a tutti ovvero a nessuno e pertanto a prevalere in questo è l’anarchia. Fermo restando, comunque, il salvacondotto che si concedono i figli (in proprio e abitualmente senza permesso); poi quello accordato a nonna, per le sue impellenti esigenze di vecchiaia (e perché solo il pannolone non può fare il resto); in conseguenza, Amina, che è l’ombra di nonna, per non dir la sua appendice, e che deve restar libera, da ogni ciclo corporale, e reperibile per casa. A questo punto arriviamo io e mia moglie, ma chi può spuntarla fra noi, se non lei?

Rimpiango così la gioventù da scapolo. Rimpiango il silenzio della mia prima casa. Rimpiango poi il periodo delle cenette romantiche, sia quelle del primo che del secondo matrimonio. E infine rimpiango la perduta meditazione virginale, che gradualmente m’ha portato all’attuale stipsi cronica.

Avendole provate tutte, dall’alimentazione all’omeopatia, dall’agopuntura fino allo yoga, e non essendoci più lassativi efficaci, oltre che clisteri, mi sono dato alla Borsa e all’inizio funzionava: le quotazioni mi facevano andare di corpo*. (to be continued)

TO.GA.

*  “Anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno” (Hermann Hesse).
“Ma che fa, mi piglia per il cul… (Donato: marito di Germana, padre di Martino, nipote di nonna Itala, datore di lavoro di Amina la badante marocchina e, infine, padre putativo di Miriam).

domenica 8 gennaio 2012

Tema: La fin de l'année


Il 31 dicembre, a Parigi, queste le cose da tenere a mente:
il metrô é gratis, e centinaia di migliaia di parigini - veri o adottivi - ne approfittano.
Una folla rivoluzionaria festante si riversa sotto alla Tour Eiffel e all'Arc de Trionphe (lato sud, chissà perché a nord non c'é quasi nessuno), in mezzo a venditori di piccole torri portachiavi (3 a 1 euro ma il 1 gennaio, in saldo, ne potete avere 5 allo stesso prezzo), borseggiatori e venditori di kebab e champagne.
I rivoluzionari suddetti si sono dati appuntamento con tutta la gendarmeria di Francia e con tutti i soldati in perfetto assetto da guerra e con le ambulanze e la protezione civile. 
Pare la prova generale per la fine del mondo...

Perciô, se la calca vi inquieta e l'ansia vi assale, riguadagnate controcorrente il metrô, in tempo per arrivare alla pace del vostro tres jolie albergo periferico, all'angolo del quale vi attende un venditore d'ostriche che per 15 euro vi darà 8 occasioni di pura felicità+ 1 limone. 
Con un po' di fortuna, in camera, poggiata sul letto con un biglietto di auguri scritto a mano, troverete una scatolina di macarons Ladurée, che vi augurerà un dolcissimo 2012 (alla faccia dei Maya).

R.L.

Tema: Ironic

Svolgimento

“Well life has a funny way of sneaking up on you
When you think everything's okay and everything's going right
And life has a funny way of helping you out when
You think everything's gone wrong and everything blows up in your face”
Alanis Morissette, Ironic


Questa volta sono tranquillo, so di non aver studiato abbastanza. Mi presento all'esame con un sorriso stampato in faccia, sono quasi contento di sapere giusto il titolo di qualche capitolo.
Ho avuto poco tempo, lo ammetto. Riuscire a preparare un esame in due settimane non è da tutti, neanche da me a quanto pare.
Quando entro in aula vedo persone immerse nei loro libri, rigorosamente fotocopiati, che cercano di afferrare l'ultima parola prima dell'ora di inizio. Sorrido anche per loro.
Sono quasi sollevato dal peso di superare l'esame, mi trovo qui solo per vedere che tipo di domande ci saranno, così mi preparo meglio per gli esami successivi. Visto che ormai ci sono, posso pure cercare di rispondere a qualche domanda, al più non supero l'esame.
Quando salgo le scale dell'auditorium vengo stordito da centinaia di frasi bisbigliate che mi arrivano ai timpani, hai studiato questo? Passami il libro che imparo a memoria l'ultimo pezzo, sono sicuro di averlo fatto bene è che adesso non mi ricordo niente, non so nemmeno di cosa stanno parlando e mi accomodo, trasportato dalla mia nuvoletta di eterea ignoranza, nel primo posto libero che trovo, ovviamente è tra i primi banchi.
Hai l'espressione di chi sa tutto, mi dicono in coro due colleghi. Prima sorrido, poi rispondo, in realtà è l'espressione di chi non sa assolutamente niente, non credono a quello che dico e quindi si siedono accanto a me, sicuri di riuscire a copiare.
Tutto è un sorriso per me, ragazzi, giuro che non so niente, copiate pure ma probabilmente voi sapete più di me. So benissimo che non è vero, non hanno studiato.
Trenta domande a risposta multipla in trenta minuti di tempo.
Comincio a leggere la prima domanda:
  1. Chi sviluppò il paradigma di ricerca della Strange situation ?
    a) Sigmund Freud
    b) Mary Ainsworth
    c) Erich Fromm
    d) John Bowlby
Conosco la risposta, Mary Ainsowrth, allora non prenderò proprio zero, tenderò a questo valore, come fanno le x in quegli esercizi di matematica delle scuole superiori. Segno la risposta e proseguo con le domande, il sorriso cresce.
Seconda domanda, dai! So anche questa, allora non sono proprio vuoto. Annerisco il quadratino corrispondente e vado avanti.
Con la coda dell'occhio riesco a vedere le risposte che segnano i miei colleghi, uguali alle mie, come fanno a copiare da me? io non sono mai riuscito a copiare nulla, sono talmente goffo che riuscirei a farmi scovare subito. Mi diverto a voltare pagina e notare come entrambi, in una coreografia che sembra preparata da mesi, voltano pagina di conseguenza.
Conosco anche la terza risposta, il dubbio di conoscerne un po' troppe adesso mi assale.
All'ottava risposta che scopro di sapere voglio fermarmi, adesso non si tratta più di conoscere le domande, se riuscissi a superare l'esame con un buon voto potrei ritenermi più che soddisfatto.
Nona decima e undicesima domanda. Peccato che io non abbia studiato abbastanza, potrei fare l'esame ad occhi chiusi.
Convinto di conoscere tutte le risposte finisco il compito in sedici minuti. Ho messo tutto quello che so, posso consegnare il foglio e tornare a casa.
I miei colleghi, con un'abile mossa consegnano il loro compito prima di me, cavolo, abbiamo finito tutti insieme, che coincidenza!
Sono felice delle risposte che ho dato, non mi preoccupo neanche di controllare dal libro se sono giuste oppure no. Ormai devo superare il compito con un buon voto, se non lo supero mi mangio le mani.

Il professore ha pubblicato i risultati del compito.
Doppio clic. Internet.
Doppio clic. Università.
Doppio clic. Risultati esame.
Doppio clic. 21.
Non ho studiato abbastanza, adesso mi tocca fare la prova orale.
Deluso dal risultato ottenuto mando un messaggio alla collega che ha copiato da me, sono telegrafico: ho superato l'esame, ho preso 21.
La sua risposta: ahah, io 22!
Oggi porto il telefono in assistenza, il tempo di raccoglierne tutti i pezzettini. 

F -sfigato - O

sabato 7 gennaio 2012

Tema: A Paris!





La vacanza non comincia quando si prende il treno per Pisa, dove c'é l'aereo che ci porterà nella ville lumière. La vacanza comincia quando si annaffiano le orchidee, si cambia l'acqua ai pesci e li si dota di pastiglia di cibo a lento rilascio; quando si scrive ovunque di ricordarsi di chiudere l'acqua, di spegnere l'adsl, lo stand by della tv, e di programmare il riscaldamento cosï che non ci siano sprechi ma in modo da evitare di trovare in casa i pinguini al ritorno. La vacanza non inizia quando al check-in ti fanno levare tutto di dosso, lasciano i tuoi compagni di viaggio smarriti e scalzi, e tu invece, anfibiata e stringata, sfili sotto al detector come Alice sotto i baffi dello stregatto. La vacanza inizia quando vedi quelli in partenza per Fuerteventura accalcarsi come pecore matte al gate 9, nonostante l'altoparlante gridi in pisano, kekazz, che é il 6 quello giusto! E all'improvviso un ovino senziente capisce, si sposta tornando indietro, il serpentone si arrotola e si srotola, in rigoroso disordine. E allora tu, compressa al tuo posto d'attesa, scelto perché tranquillo e lontano dall'umano casino, pontifichi rivolta a Mici che quando noi italiani sapremo fare una fila, allora avremo forse anche governanti onesti. Sicuro: cosï, comincia la vacanza.
A Paris!

R.L.




venerdì 6 gennaio 2012

Tema : Da gallina a tacchina


Non ho mai desiderato diventare una velina, sara’ per questo che col passare del tempo mi sono trasformata in una gallina, una bella e ruspante gallinona , dalle folte piume rosse, una di quelle che corrono sempre dietro il gallo sbagliato  e che con il passare del tempo mandano in scadenza le loro uova e diventano solo piu’ “buone” per fare il brodino con le tempestine.

Il paragone sa un po’ di  “Pollame” , ma del resto quanto si passa metà della propria vita a razzolare un po’ qua un po’ la,  accontentandosi di qualche pietruzza di scarso valore per riempire il gozzo, senza mai imbattersi in un diamante, anche grezzo, allora il paragone è d’obbligo!

Potendo scegliere avrei preferito diventare una “PAVONA” , tutta piume e colore, dal regale e altezzoso portamento, capace di fare una ruota da far impallidire quella di scorta di una prestigiosa  Bentley, vivere nel giardino del Bhawan Palace a Jodhpur, ed essere immortalata in centinaia di foto, inoltre nessuno avrebbe mai osato trasformarmi in brodino perche’ la mia carne sarebbe stata velenosamente blu..

Ma essendo il destino beffardo , io gallina dalle piume rosse, mi sono ritrovata a “un bel giorno a dividere L’aia con un gruppo di Pavonesse mica da ridere.
Pian pianotto ho dovuto adeguarmi al loro trend per far parte del “Loop della Ruota”

Ho cotonato il piumaggio, l’ho decolorato, mechato e lisciato.

Tutte le mattine mi facevo  un contorno occhi per combattere le zampe da gallina, ho congelato 2 uova nel freezer nel caso la scienza facesse progressi,  mi sono rifatta il becco e i bargigli.

E alla fine dopo tanto decolorare, incremare,  mechare, cotonare ho preso le sembianze di una tacchinella, ovvero mi sono trasformata in una via di mezzo tra Angelina Jolie e Lucia Annunziata.
nella foto AW

martedì 3 gennaio 2012

Tema: Si è fatta notte, tanta notte, troppo notte.

svolgimento


           Di notte coi fari accesi in macchina è bello: vedi le ombre lunghe lunghe e sai che sei tu a decidere di farle. E di cosa farne a volte. Perché se spegni le luci loro spariscono, o se metti gli abbaglianti si appiattiscono. E se passi in un viale alberato vedi quella luce penetrare la corteccia degli alberi e rimani affascinato dall’argentare delle foglie. E se vai vicino al mare non fai le ombre ma vedi quei fari riflessi sull’acqua che sembra che  brilli e puoi rompere il silenzio di tutto il mare e ti sembrare di spiare i pesci che dormono e li svegli. E sorridi.

        Riflesso sul vetro di un armadio Liberty, uno di quelli belli coi tulipani intagliati e le forme geometriche e il cassettone in basso con le maniglie in ottone e la tendina di lino grezzo di colore bianco ingiallito, vidi un bambino. Avevo anche messo una nappina di seta gialla alla chiave dell’unica anta di vetro, e mi piaceva seguire con l’indice l’intaglio delle foglie stilizzate. Manifattura veneta di sicuro: mancava di policromia e dell’asimmetria tipica del Liberty siciliano. Le tarlature erano state coperte con una buona pasta e il colore noce chiaro era stato restituito in tutto il suo splendore. Forse i piedi non erano originali, sostituiti negli anni settanta forse. Era rimasta la colatura di un mastice arancio vivo. Faceva anche un po’ di tanfo di insetticida, aggiunto per sterminare possibili colonie di tarli. In basso, nel cassettone dalle maniglie di ottone, tenevo la biancheria intima. In alto, appese ad un bastone d’acciaio, ovviamente non originale, camicie e giacche. Nel ripiano le mie maglie e le t-shirt. Era bello il bambino coi suoi occhi grandi e neri, la sua pelle non ancora bruciata dal sole, i suoi capelli scomposti ma curati, che gli andavano davanti agli occhi. Solo una volta lo vidi. Era dentro ad un paio di pantaloni al ginocchio e i calzini bianchi alle caviglie, scarpe testa di moro sporche di terra e una camicia di canapone tessuto a mano. Poco prima correva tra le lenzuola di una terrazza. Erano bianche quelle lenzuola, bianche come quelle di una volta, lasciate a mollo nella cenere e lavate a mano nell’acqua fresca del fiume. Voleva farsi rincorrere il bambino ed aveva voglia di giocare. Vicino al termosifone o appendendosi alle travi del soffitto basso. Una volta fece un tonfo che svegliò la mia amica che dormiva sul divano. E quando si nascondeva nella scala a chiocciola e stava a guardarmi. E aspettava che io mi girassi di scatto per fuggire di corsa a letto. E lo salutavo con un cenno tutte le volte che entravo o uscivo, nel rispettoso silenzio che meritava. Perché di marachelle non ne sapeva fare. A spalare carbone era abituato e poco gli importava di capricci e lagne. A me piaceva la sua compagnia perché era silente ma attenta. Ci rispettavamo e nessuno pestava i piedi all’altro. Lasciai quella casa senza neanche salutarlo e tutte le volte che passo per quella via alzo gli occhi a quella finestra e sorrido al mio bambino e un pezzo di budello si storce appena. “Buonanotte anima mia” gli sussurro. Anche se non so chi sei, anche se non t’ho vista mai. Ed è quel desiderio, non melenso o sentimentalista, no. È quel bruciore dentro, quella feroce assenza di una cosa, di una persona o di un amore mai conosciuti.

        E questa notte ho spento i fari e le ombre non c’erano più. E poi gli abbaglianti e loro erano lontane. Poi gli anabbaglianti e il mare brillava e sfidavo le lampare al largo. E giocavo con l’argento di un ulivo.

         Che poi ti accorgi che tutta questa malinconia neanche c'è. Forse non è vero che esiste veramente. È solo  un luogo dell'animo in cui ci piace prendere un caffè, consumare un pasto frugale o dormirci un paio di notti. Per poi scoprire, dopo mille peripezie, che quello che cerco, o che forse cercano tutti, volenti o nolenti, violenti o perdenti, non so...è forse...rimanere tutti interi?

VB






lunedì 2 gennaio 2012

Tema: Vita della parrocchia

Svolgimento


E adesso tocca ripulire tutto. Le feste son quasi finite: con la befana poi dovrebbe tornare la solita tranquillità. Se così possiamo dire naturalmente. La vita della parrocchia ha i suoi tempi, il suo calendario definito e non possiamo certo permetterci pause troppo lunghe nell'organizzazione a sostegno di Don Mariano, il mio parroco. Caro uomo, quanta pazienza! Per fortuna ci siamo io, la Pina e la Gina che gli diamo una mano. Dipendesse da noi lo sostituiremmo anche per le confessioni: non fosse altro che per dar pepe alle nostre chiacchiere durante il cucito. Ma se il buon Dio ha previsto che fossero solo uomini i preti un motivo c'è di sicuro. Io lo ammetto tranquillamente, non sarei capace di trattenere il segreto! Prima di partire con scope e palette devo dare una mano con gli annunci della bacheca, li riporto anche a voi. Così se avete del tempo libero e volete unirvi a me e alle mie amiche siete i benvenuti: