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domenica 9 giugno 2013

Tema: Di un grande falco che volava alto nel cielo, di una femmina nera e di avvoltoi che di carne facevano carogna

Svolgimento

C'era un grande falco che volava alto nel cielo. Questo grande falco che volava alto nel cielo combatteva sempre la femmina nera che teneva prigionieri tutti gli animali del bosco. Il grande falco che volava alto nel cielo scendeva in picchiata e beccava la femmina nera e le pizzicava ora il braccio, ora l'occhio, ora il piede. E la afferrava coi suoi artigli potenti di grande falco che volava alto nel cielo. Ma la femmina nera che teneva prigionieri tutti gli animali del bosco era protetta da tanti avvoltoi che le giravano intorno. Gli avvoltoi che giravano intorno alla femmina nera che teneva prigionieri tutti gli animali del bosco dicevano al grande falco che volava alto nel cielo che anche loro volevano ucciderla. Il grande falco che volava alto nel cielo lo sapeva benissimo che gli avvoltoi, anche se dicevano che lottavano con lui, erano sempre avvoltoi e degli avvoltoi non ci si può fidare.


mercoledì 22 maggio 2013

Tema: Io se fossi luna, luna nei cieli di notte

Svolgimento

Io, se fossi luna di cieli di notte, non mi andrebbe proprio per niente a condividere lo stesso cielo con un sole sbruffone e invadente che taglia pezzi regolari di me e se li mangia. Che ad essere luna a metà, a un quarto o a spicchio io non potrei. Avrei la stessa sensazione di chi subisce un'amputazione, sentirei il formicolio della parte mancante e correrei ad avere certezza con la mano e mi ritroverei a toccare puntualmente un arido moncherino. Io se fossi luna a metà, a un quarto o a spicchio, farei un grande fagotto mettendoci dentro giusto cinque o sei stelle, anche quelle più bruttine e che brillano poco e che nessuno dice - guarda che bella stella. Con il fagotto in spalla abbandonerei i cieli di notte e lascerei questo sistema solare. Vagherei per mille e ancora mille anni luce fino a che troverei un nuovo sistema solare. Il sole di questo nuovo sistema solare non sarà sbruffone e invadente che taglia pezzi regolari di me luna a metà e se li mangia.

domenica 24 marzo 2013

Tema: Quanta notte si può sopportare?


Svolgimento

Io la notte non la voglio passare con uno scarafaggio, una zanzara e una falena: loro hanno le ali, io no. E non è giusto che io non abbia le ali. E' proprio in notti come queste che c'è mare e ci sono i lampioni al tungsteno. Che andrei in giro a pisciarci sotto che sembrerei cane. E mi griderebbero bastardo e farebbero anche bene. E' il mio sangue sporco e me lo voglio tenere dentro alle vene, stretto stretto, e nessuna siringa si avvicinerebbe al mio braccio. E neanche una stella si offrirebbe a farmi da guida, neanche quella che sembra i tuoi occhi quando mi guardi. Poi, da cane, mi girerei ringhiando e lo griderei in faccia all'uomo al balcone che fuma una sigaretta, lo griderei ringhiando e senza ululare: "Io sono la sola cosa che conta".
Io sono cinico e amo di lontano, a volte a tavolino con carta e penna. Ultimamente utilizzo anche fogli excel che conservo debitamente in hard disk esterni. Ho un cavallo a dondolo, si chiama Ludmilla e tutte le sere mi guarda coi suoi occhi neri neri e il suo muso rigido di legno e la pancia piena di paglia gialla, mi guarda che fumo e mi ricorda che la paglia piglia fuoco facilmente, e me lo dice sussurrando: "Attento alla paglia che tu sia uomo o cavallo a dondolo, che tu sia cinico o romantico".

Vito Bartucca

venerdì 28 dicembre 2012

Tema di Natale: Masculu è


Svolgimento

Io queste domeniche senza cuore le butterei tutte nel cassonetto della differenziata, quello con la scritta alluminio. Che sarebbe bello trasformare le domeniche in caffettiere grandi e lucenti. Che mi sembrano senza cuore queste domeniche col sole e con le nuvole sparse, e le commesse dentro ai negozi con le mani impegnate a chiudere pacchetti più o meno grandi. Io, in queste domeniche di commesse chiuse nei negozi con l'eyeliner che disegnano occhi stanchi, prenderei un cuore di bue e lo alzerei contro il cielo e glielo direi a queste domeniche secondine: "se non hai un cuore, domenica malvagia, tieni questo che è grosso e ancora pulsante e libera le commesse dalle loro vetrine con le luci accese anche di giorno, che tanto non ci servono a noi le tue vetrine invitanti".
Io le domeniche le voglio vedere sopra al fuoco, che facciano uscire caffè nero e fumante, che almeno mi sveglio.

domenica 2 dicembre 2012

Tema: Zucchero filato

Sez. Aspettando l'Apocalisse
Svolgimento


A guardare il cielo viene da sorridere questa mattina che di più azzurro c'è solo a primavera, e ha nuvoloni belli e bianchi che se ci metti un bastoncino sono zucchero filato. 

E a Mattia lo zucchero filato piace tanto tanto, anche se la nonna glielo dice sempre che poi gli cadono i dentini. La mamma lo imbacucca tutto e lui guarda la finestra e immagina già la stecca di zucchero filato e le sue dita appiccicose e impiastricciate. Ultimi giorni di scuola e poi le vacanze di Natale! Non vede l’ora che finisca la giornata, che nonno Marco a sera lo porterà alle giostre e finalmente avrà il suo amato zucchero filato. Sorride sornione con le guance rosse di letto e si lascia coprire di sciarpa, guanti e cappuccio, almeno zittisce la mamma. Con un bacio grosso sulla guancia la zittisce, che parla velocissima e Mattia vuole tornarsene a letto, altro che scuola! «brrrrrr» gli si torcono le guance e il suo viso è una smorfia da mangiarselo con le patate quando dice di aver freddo, e a ridere la madre innamorata di quel figlio, si sente l'unica donna ad averne mai avuto uno. 

I finestrini si appannano così veloci che Mattia scoppia a ridere, non si vede proprio niente niente ed è bello rimanere al calduccio accovacciato sul sedile. Da dentro non si vede proprio la lunga scia di auto che fanno da tappeto nelle vie del centro «Col Natale alle porte la gente diventa pazza, neanche fosse l'ultimo Natale! Mattia, tu lo sai che la mamma ti vuole tanto bene?» «Sì». Conosceva oramai quel gioco e, senza troppa soddisfazione, rispondeva meccanico alla madre «E tu quanto vuoi bene alla mamma?» «Quanto il mave» con quella erre moscia di dentini da latte oramai caduti. E a canticchiare tutti e due le canzoni di Aladdin «Il mondo è tuooo» stona la madre, «Il mondo è mio» con voce bianca e acuta.

domenica 18 novembre 2012

Tema: Le Domeniche in fila

Svolgimento

Io, se le domeniche non ci fossero, chiamerei un alchimista cosicché le crei apposta per me, per imprecare contro a questo sole e a queste campane che mi buttano giù dal mio letto di percalle e mi portano allo specchio, a guardare le pieghe del cuscino sul mio viso e le piaghe delle lenzuola sul mio petto. Poi chiamerei un abile illusionista che rimetta tutto apposto. Io le domeniche non le voglio di pieghe e di piaghe.

E' una di quelle domeniche che sembra non ce ne dovessero essere altre, di quelle che hanno il cielo sereno e il sole splendente, e le nuvole a forma di cane anche, che passa il vento e le trasforma in caffettiere. Mangiale le nuvole che sono bianche e il bianco non mette paura e sembra buono. Che è autunno ma non quello malinconico che cadono le foglie e mangi le castagne. C'è e noi siamo qua. Solo che mi fan male le cicatrici. No, non quelle dell'anima, mica sono scemo io. Quelle del dito, della fronte, del collo, della spalla e del ginocchio. Poi passano appena si assestano le stagioni perché loro cambiano, io no. E meno male.
Cilindro, baffi, occhialini.
Mi travesto da supereroe e combatto contro le nuvole a forma di caffettiera.
E se ne andranno, insieme a questa domenica.

lunedì 17 settembre 2012

Sez. Attrici - Tema: Era fuoco


«Adesso vedrai che mi trasformo in cane. Col mio naso di cane ti annuso, ti scovo, ti trovo. E vedrai che ti trovo. Coi mie denti ti afferro e non ti lascio andare più. E sarò tutta cane. Vedrai se lo sarò!» e lo dice tutto d’un fiato togliendosi il cerone bianco dal viso e le labbra a cuore e il pallino finto-naso e quei quattro raggi-sopracciglia nere. E ride, con stridore rauco di voce di petto mentre il cancro le mangia i polmoni. Tirando da una sigaretta ride «io, con questi occhi che mi hanno disegnato, che non sono donna ma mezzo clown e mezza bambina. Federico ti immagini io cane? Oddio che ridere! fallirei» e Federico ad amarla dalla sua poltrona, immobile lui con un sorriso onnisciente, gli occhi che sono due buchi in confronto a quello scricciolo di clown. «No Federico, basta. Non sognarmi più dentro a vestiti di personaggi che vagano dentro a quella tua testa troppo grande per me. Ti ho dato tanto, tutto quello che avevo, ed io ti ho amato e ti amo, ma non sognarmi più, sono stanca. Mi piace sorprenderti Federico e lo faccio ogni giorno e mi trucco ogni mattina e tiro fuori quello che c’è nella tua testa senza che tu mi dica niente. Lo tiro fuori io il tuo mondo e te lo faccio vedere. E non sono più Giulietta. Sono la tua estensione, Federico, il tuo prolungamento. Tutto quello che tu non sei io lo sono. Sono la membrana che ti separa dal mondo, che è piccolo, Federico, troppo piccolo per te. E per me con te». Federico fa un cenno con la mano destra e rotea gli occhi verso sinistra: la finestra, guai a tenerla chiusa! Giulietta si avvia lentamente a spalancarla, le dispiace lasciar disperdere il calore raccolto in casa, non le piace lasciar disperdere i loro umori al vento. Vorrebbe raccoglierli tutti gli umori, dentro a dei barattoli e porli in credenza. Spalancando le imposte un sussulto scuote quel corpicino esile «Visto? Fa freddo Federico. Copriti bene dai!». Avevano imparato a conoscersi dopo tutti quegli anni insieme e non occorrevano parole tra Federico e Giulietta. Ma a quella chi la tiene, chi è capace di farla stare zitta? E parla e parla, il fuoco dentro.
E dopo avere arso insieme e fatto ardere il mondo intero si spengono insieme, a distanza di cinque mesi l’uno dall'altra.

VB

giovedì 24 maggio 2012

Tema: Placida Terra

Ripubblichiamo oggi questo post per commemorare Placido Rizzotto, 
sindacalista ucciso nel 1948, nel giorno del suo funerale dopo che i suoi resti sono stati ritrovati solo nel marzo scorso.

La Maestra


Svolgimento




Uscì quella mattina che sentiva ancora il sapore di caffè nella bocca e si leccava le labbra ancora calde della tazzina. E si aggiustò i baffi prima di tirare la sigaretta mattutina. Di lavoro ancora ce n’era e non poteva fermarsi. Certo due orette ancora poteva dormire ma c’era abituato lui a dormire poco. Tutte le aveva passate e la cicatrice sul braccio glielo ricordava ancora. Liberare le terre da quei crucchi bastardi non era stata una passeggiata. E non si fermava perché da liberare c’era ancora la sua di terra. Quella che calpestava sotto coi suoi piedi, che gliela avevano rubata a lui e alla sua gente. I Borboni furono, lui lo sapeva. E quella femmina nera, la draga, valeva più di tutti gli eserciti crucchi che poteva immaginare. Una mano che gli stringeva la gola era quello che sentiva ogni santissimo giorno della sua vita. La terra doveva essere coltivata, strappata di mano a quella femmina nera, nata perché lo Stato laggiù non c’era ancora stato e se c’era stato era per starsene con quella femmina nera, la draga. Neanche i colpi di mitra erano serviti per farlo calmare, con quei morti innocenti in quella vallata la prima mattina di maggio. Camminava ancora a testa alta attraversando la piazza e sputando ai piedi di quelli seduti alla villa. Quella villa, rideva solo quando ci pensava, sulle inferriate lo aveva appeso e lui di tutta risposta si presentò alla manifestazione e a colpi di mitra ne fece fuori un poco. Non propriamente lui che le mani non se le macchiava, aveva i suoi scagnozzi lui. Così imparava la lezione. Ma lui duro era, i crucchi li aveva cacciati e quella femmina nera, la draga,  pure se ne doveva andare. Se le terre erano abbandonate e nessuno le va a coltivare dovevano andare ai contadini. Con le zappe, mica coi fucili. Fame di pane c’era e non di potere. E sognava con la sua donna di vivere in una terra libera e di crescere tanti bambini in mezzo alle campagne che amavano. Tutti glielo dicevano di lasciare stare che tanto le cose non cambiano. Se li avesse ascoltati forse quei figli li avrebbe visti. Ma la femmina nera, la draga,  se lo mangiò una notte di primavera spuntando tre colpi nel buio tra le rocce. 

giovedì 5 aprile 2012

Tema: Conversazione.




Il cielo era una struttura di tubi Innocenti che ramificava i suoi nodi oltre il loro campo visivo. Sopra le loro teste. L'aria ingiallita e il vento secco del sud scompigliava i capelli di lei.


- mi ami?
- ti amo.

E risero coi loro denti di tabacco e caffè.

- sai cosa?
- cosa?
- c’è che quando guardo al mio passato non riesco a ricordare com'era quando non c’eri tu.
- io c’ero.
- e dov’eri tu?
- ero dov’eri tu.
- io avrei voluto conoscerti bambino.
- Io e te ci conoscevamo bambini
- io non lo ricordo.
- io ero quel bambino col quale giocavi.
- e adesso?
- ci siamo svegliati.
- ah. Disse lei. Buttò via la cicca che aveva fumato.


domenica 25 marzo 2012

Sez. Ricette - Tema: Pecore di Pasqua.


“Annuzza basta! Un scutuliari accussì s’arvuru chi tutti li pidocchi ntesta nni fa cadiri!”. Come cuoceva il sole d’agosto che appiccicava le carni e gonfiava i piedi e correva il sudore sulle facce arse. Acqua frisca sotto quel piede di mandorlo dentro alla giaritedda di coccio. E a colpi di canna le mandorle cadevano e a Maruzza, che c’ha il petto grosso che può fare la balia, le mandorle ci finivano in mezzo alle minne e tutte ridevano le mennulare e parlavano all’ingrasso che tanto i masculi non c’erano. Solo Pidda si stava zitta e abbassava gli occhi a terra e raccoglieva le mandorle di in mezzo alla terra secca. Si ammucciava lei che ancora era schetta e queste cose non le doveva sentire e sorrideva che già c’era caldo e se parlavano ancora gli si ardeva pure in mezzo alle cosce. E cantavano quelle femmine le canzoni d’amore e di sirvizzu, e in mezzo ci scappava pure lo sparlittio per questa o quella famiglia che si era venduta la terra perché i debiti se li mangiava vivi, e che storie di corna che sapeva Tresa. “Lilla e Pidda non ne volete travagghio oggi” che erano le più piccole e sei anni neanche li avevano loro “spicchiatele le mennule e mettetele dentro al sacco e senza farivi nichei”. E tutte che sudavano erano e non ce n’era acqua che bastava e bagnavano i fazzoletti grandi e se li mettevano in testa e gli veniva il cuore. E poi arrivavano gli uomini che si portavano i sacchi e li impostavano nel magazzino. E tutto l’inverno la testa là se ne andava a scappavano le mani scaltre dentro il sacco a tastare la mennula duci duci. E Tresa, che era licca forte, a pugni sani se ne prendeva e che faccia faceva quando ci capitava la mennula amara. Disgrazia era che poi le pecore venivano brutte e “San Giusippuzzu di lu quatru queste cose non le vuole. Chi Pasqua è cu li pecuri mala arrinisciuti? Nzama a Ddiu Signuri”.
Pare di no ma poi ricomincia il sole e fa più lustro di giorno e l’inverno passa, che te lo sei dimenticato il freddo e la pioggia e le angustie. E la sudda che cresce e tutto diventa rosso bello bello e duci duci, che non ti sembra neanche vero che ti si asciugano le ossa. E le mennule erano a bollire e calde calde ci toglievano le pelle marrò e che bello quando gliela toglievi. E si asciugavano al sole le mennule facendoci prendere aria che se nzama a Diddiu Signuri si bagnano le pecuri marciano.

lunedì 12 marzo 2012

Sez. Favole - Tema: Placida terra.


Uscì quella mattina che sentiva ancora il sapore di caffè nella bocca e si leccava le labbra ancora calde della tazzina. E si aggiustò i baffi prima di tirare la sigaretta mattutina. Di lavoro ancora ce n’era e non poteva fermarsi. Certo due orette ancora poteva dormire ma c’era abituato lui a dormire poco. Tutte le aveva passate e la cicatrice sul braccio glielo ricordava ancora. Liberare le terre da quei crucchi bastardi non era stata una passeggiata. E non si fermava perché da liberare c’era ancora la sua di terra. Quella che calpestava sotto coi suoi piedi, che gliela avevano rubata a lui e alla sua gente. I Borboni furono, lui lo sapeva. E quella femmina nera, la draga, valeva più di tutti gli eserciti crucchi che poteva immaginare. Una mano che gli stringeva la gola era quello che sentiva ogni santissimo giorno della sua vita. La terra doveva essere coltivata, strappata di mano a quella femmina nera, nata perché lo Stato laggiù non c’era ancora stato e se c’era stato era per starsene con quella femmina nera, la draga. Neanche i colpi di mitra erano serviti per farlo calmare, con quei morti innocenti in quella vallata la prima mattina di maggio. Camminava ancora a testa alta attraversando la piazza e sputando ai piedi di quelli seduti alla villa. Quella villa, rideva solo quando ci pensava, sulle inferriate lo aveva appeso e lui di tutta risposta si presentò alla manifestazione e a colpi di mitra ne fece fuori un poco. Non propriamente lui che le mani non se le macchiava, aveva i suoi scagnozzi lui. Così imparava la lezione. Ma lui duro era, i crucchi li aveva cacciati e quella femmina nera, la draga,  pure se ne doveva andare. Se le terre erano abbandonate e nessuno le va a coltivare dovevano andare ai contadini. Con le zappe, mica coi fucili. Fame di pane c’era e non di potere. E sognava con la sua donna di vivere in una terra libera e di crescere tanti bambini in mezzo alle campagne che amavano. Tutti glielo dicevano di lasciare stare che tanto le cose non cambiano. Se li avesse ascoltati forse quei figli li avrebbe visti. Ma la femmina nera, la draga,  se lo mangiò una notte di primavera spuntando tre colpi nel buio tra le rocce. 

martedì 28 febbraio 2012

Sez. 8 marzo - Tema: "Donna Franca"


Quando mise il primo piede sullo scalone asimmetrico e curvo del suo villino fu travolto da Giulia, che gli si buttò con le braccia al collo rimproverando il padre per l’assenza e per i peli che le pungevano le gote arrossate dal primo sole di primavera. Arrivò quella mattina da Parigi. Passò dalla toletta per radersi il volto scuro di siciliano da due generazioni. L’essenza di zagara riempì l’ampio salone tappezzato da motivi floreali e intarsi lignei. E le domestiche indaffarate lo ossequiavano ad ogni andirivieni. Bussò tre volte a colpetti deboli e con ritmo cadenzato. Era il loro linguaggio segreto. Le labbra di lei si aprirono in un sorriso intrigante che poteva sembrare malevolo. Si ricompose, schiarì la voce e con fare da usignolo cantò il suo permesso di ingresso all’ospite usuale. Ignazio aprì la porta tenendo le mani dietro la schiena. Trovò la moglie seduta al centro del letto china sulle carte della sua fitta corrispondenza. Aprirono il cerimoniale del loro ricongiungimento con un casto bacio di guance sfiorate, un antico ossequioso civettare tra moglie e marito. Porse alla moglie una scatola foderata di raso blu cobalto e chiuso da un nastro di seta color avorio. Per un attimo le candide mani di lei si confusero col nastro, tanto il suo incarnato era d’alabastro. Nascose un sorriso sornione per non dare soddisfazione al suo uomo. Amavano giocare. Scartò quel mistero con una grazia sacrale, nascondendo perfettamente ogni ombra di curiosità o eccitazione all’idea di ricevere una nuova gioia. Stavolta lui la sorprese davvero. Nessuna spilla di Cartier o abito di Worth era paragonabile alla gloria di quel nuovo regalo. Emise un gridolino che le spezzò la voce. Sette interminabili metri di perle legate da un sottilissimo filo. A chiudere quell’enorme circonferenza una rosa in oro bianco. Amate perle che brillarono ai riflessi del sole mattutino che penetrava dalle vezzose vetrate della camera in stile moderno. Lei balzò dal letto e strinse suo marito ringraziandolo con un languido e umido bacio. E gliene promise uno per ogni perla e perdeva il conto a sgranare quell’interminabile rosario profano. Lei che era la vergine, degna di giaculatorie. Sette metri di perle attorno a un collo di colonna. Viso di porcellana, capelli neri, occhi grigi di mare. Tutti col naso all'insù al Massimo Teatro a guardare il palchetto dov'era lei, fiera tra le sue perle, dal collo di fiera. Musa di poeti, scrittori, pittori, cantanti. Regine che si inchinavano al suo passare e sguardi d’amore dalla sua gente. Tutti la amavano e lei fu dispendiosa e ricambiò l’amore che gratuitamente riceveva. Poggiata su un fianco guardava lo sorte amica. Era prima che tutto finisse quando l’occhio di pittore impressionava su una tela i tratti di grazia e sensualità. Non pensava, in quel momento, che le sue perle sarebbero diventate cenere. E divenne cenere la sua primogenita e anche l’unico figlio maschio che riuscì a concepire. E cadde un vessillo. La guerra e il dolore, la nuova economia e i governi contrari, fu uno sfaldamento lento, continuo, inesorabile, cadenzato da lutti e pene per i tradimenti del marito.

martedì 14 febbraio 2012

Sez. Anatomia - Tema: Fegato.


Queste cose non avvennero mai
ma sono sempre.
 Sallustio


Le sue tempie pulsavano vistosamente. Gli occhi offuscati dalla concentrazione e dal furore col quale guardava il verme nemico che sorgeva imperioso di fronte a lui. I muscoli tesi dentro a quell’armatura lucente e fiera. Le vene del suo braccio sembravano affluenti del grande fiume d’Egitto, tanto erano colme di sangue infetto dal morbo della vendetta. La mano destra stringeva la sua temibile lancia e nella sinistra, a coprire buona parte del suo glorioso corpo, il magnificente scudo forgiato solamente per lui. La mente gli si offuscava. Fiamme, bagliori, fumi, gambe e braccia e poi il volto di lui. Bisbigliava qualcosa quel vile uomo, quella feccia schifosa che presto avrebbe conosciuto la sua furia. Vacillò un momento e una lacrima, che sembrava goccia del suo sudore, percorse il viso tinto di terra e sangue. Quel sangue che aveva unito lui e il suo diletto dilaniato e oramai sepolto. Nelle sue orecchie rimbombava quella voce che non avrebbe più udito. Gli apparve il suo spettro una notte “Vivo m'amasti, e morto m'abbandoni. Sotterrami, ti prego. Respinto sono dalle vane ombre defunte, né mischiarmi con loro di là dal fiume mi si concede. Vagabondo mi aggiro. Più non potremo vivi entrambi,  lontano da tutti, sedere a parlare e aprire le nostre bocche e parlare di noi. Fammi cenere, come se fosse il tuo ultimo atto di amore”. E quella notte, quella stessa notte “Aspetta! Lascia che ti abbracci” e strinse fumo. E strinse il suo dolore tra le mani fredde e sanguinose di eroe. Dai suoi occhi uscivano lacrime copiose di sale e percuoteva le sue cosce possenti di guerriero che avevano domato cavalli e puledre, schiave e regine, servi e l’unico uomo che amava. E poi fumo e vino, carne tenera d’agnello e belve inferocite. Sapore di sangue arrivò fino alla gola. Ingoiava sabbia e vomitava rabbia. 

domenica 5 febbraio 2012

Sez. 8 marzo - Tema: Il mondo di Greta.


...quand'ebbero camminato fino a mezzogiorno, 
giunsero a una casina fatta di pane e ricoperta di focaccia, 
con le finestre di zucchero trasparente. 
"Ci siederemo qui e mangeremo a sazietà," disse Hänsel. 
"Io mangerò un pezzo di tetto; tu, Gretel, mangia un pezzo di finestra: è dolce"...

Hänsel e Gretel
fratelli Grimm





Entrò nella stanza correndo la bimba che quasi stava per inciampare e il merletto del suo abito bianco bianco e fresco fresco di ammorbidente si sarebbe sporcato e strappato. L'ingresso sapeva di dopobarba e di mentolo perché era domenica ed era arrivato lo zio che si rasava solo la domenica. E lei non voleva contare i giorni della settimana, li sapeva certo, ma a lei non importava, tanto sapeva che c'era la domenica che odorava di dopobarba e di mentolo perché arrivava lo zio. E portava le paste. Dentro ad un pacchettino con la carta gialla e il nastro rosso che teneva al mignolo che era un equilibrista lo zio. Aveva i baffoni neri neri e duri duri che si pungeva le mani Greta quando glieli afferrava forte e li tirava. E rideva lo zio con la sua voce grossa di Babbo Natale. E lei rideva con la sua voce da topina che squittiva come Rudolf, che era il suo criceto che girava nella ruota e non si annoiava mai. Greta e il suo vestito bianco bianco che sapeva di ammorbidente la domenica. Andava alla prima elementare e riempiva pagine di A e conosceva l'alfabeto intero, e sapeva contare, e sapeva a memoria le canzoni dei cartone animati, e giocava a fare la mamma con il suo bambolotto che faceva la pipì. E Greta faceva la pipì. Dentro al letto una notte sì e una notte no e le piaceva tanto svegliarsi col calore tra le gambe e il letto caldo. E la mamma la lavava e la profumava con la colonia alle rose. Beveva il latte caldo e andava dritta a scuola a riempire pagine e pagine di O. Come rideva con la sua bocca sdentata di latte e le sue labbra rosse di fragole. E l'odore di mamma nelle ascelle. Greta che indossava le sue scarpette blu e non le voleva togliere mai. Che erano di velluto e Greta le accarezzava mentre la maestra spiegava come se ho tre caramelle e la nonna me ne da due io ho cinque caramelle. Il velluto era bello e morbido come il pelo di Gigio il gatto grigio. L'ultimo regalo di natale.

venerdì 27 gennaio 2012

Tema: La giornata della memoria.


“Stai zitto” disse lui “non è bene parlarne al telefono”. Adagiò la cornetta con la sua flemma proverbiale. Allentò la cravatta che gli stringeva il collo. Con gli occhi tristi di chi sa che dovrà passare un’altra serata da solo, versò del whiskey in un bicchiere basso e largo. Lasciò evaporare l’alcol e la stanza si riempì di aromi forti e intensi che si mescolarono al denso afrore di tabacco e acqua di colonia. Tramuta in lazzi lo spasmo e il pianto, in una smorfia il singhiozzo e il dolor, ridi pagliaccio sul tuo amor infranto, ridi per quel che t'avvelena il cor! la sua aria preferita inondava la stanza di stucchi rococò. L’opera riusciva a trascenderlo e a trasfigurarlo. Svogliatamente scelse un libro dal secondo scanno della libreria. Ne Accarezzò lievemente il dorso della copertina nera partendo dal basso. Con l’indice destro arrivò fino all'angolo retto di quel volume e con un’agile mossa lo strappò alla sua posizione. Altri volumi si mossero scuotendosi dal loro posto. Cercavano un nuovo assetto quei libri, a coprire lo spazio vuoto lasciato dal loro compagno. Si abbandonò alla sua poltrona e aprì quel tomo “Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l'uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d'aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si addolciva ma un poco più in giù precipitava rapido e l'uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico. Parallelo alla strada correva un torrente e giù, sulla sponda del valico, l'uomo vedeva una ruota idraulica e l'acqua scrosciante della chiusa, bianca sotto il sole estivo”. Il rumore acuto di vetro infranto rimbombò in cortile. Alzatosi con le sopracciglia aggrottate scostò le tende bianche di lino per guardare; sui suoi occhi era calato il sentore di una profezia che sta per diventare certezza. È che non si abituava mai ad attimi di serenità. Aveva visto molti andarsene e lui era rimasto. In quel liceo dove insegnava latino e greco gli volevano bene in molti. Aveva molti amici su cui contare. Il libro era finito sul pavimento. Giaceva indisturbato e dall’ultima pagina era comparsa una piccola linguetta. Un triangolo isoscele fuoriusciva dalla linea retta del sovracopertina. Incuriosito afferrò quella carta indisciplinata. Una piccola fotografia raffigurava Piazza San Marco. Le sinuose forme della Basilica erano interrotte da piccioni che si alzavano in cielo e mani scomposte di braccia scoperte che salutavano qualcuno che era dietro la macchina fotografica. Nel retro compariva la dedica “Voglio farti ubriacare e tirarti fuori il fegato e metterti un buon fegato italiano e farti ritornare un uomo. ps. ti amo”. Fu il primo sorriso di quella giornata. Il disco aveva finito il suo giro. Bevve con foga il resto del whiskey. La portinaia lo aveva avvertito che quella notte sarebbe successo qualcosa. Lei certe cose le sapeva perché le intuiva. O comunque le scopriva da sola. E anche se non le avesse scoperte gliele avrebbero dette. E sapeva anche di lui, ne era certo. E un brivido percorse la sua schiena e si divertiva quasi a immaginare la donna che inorridiva al solo pensiero. E con la voce cacofonica e rozza avrebbe gridato “Invertito!”. “Che si fotta quella bagascia” e rise ancora, e di gusto per giunta, versandosi altro whiskey. Jack lo aveva conosciuto a Venezia, quando insegnava lì. Era rimasto impressionato da quell’americano che amava l’Italia e che lì viveva. Gli aveva passato i libri di uno scrittore emergente, Ernest Hemingway, ed era diventato il loro confessore e confidente. Avevano anche convissuto insieme perché si sa, quando hai conosciuto il miele non puoi più viverne senza. Poi di colpo le cose erano cambiate. La loro clandestinità diventava claustrofobia fatta di bottoni di camice, valige da chiudere, telefonate brevi e discrete, niente corrispondenza, patte di pantaloni serrate.

martedì 24 gennaio 2012

Tema: Descrivi una comune malattia

Svolgimento
Il male oggetto di questo tema si definisce con una di quelle espressioni siciliane che non hanno equivalente in italiano e che è lagnusia. Per i non siculi, si raccomanda di non cadere nell’errore di considerarla meramente come pigrizia, la lagnusia è una vera e propria patologia e come tale si manifesta anche sotto forma di: noia, sonnolenza, abulia e apatia. E’ un termine importante del nostro lessico, in quanto indica una condizione, o anche un modo di vivere, riassunto altresì in modi di dire quali “u siddiu è ca a ggenti si siddiò a siddiarisi”, anche se il siddio è più una lagnusia che verte sulla tristezza, ma il concetto è quello: basta, mi è seccato, non combatto, non mi muovo nemmeno più. Credo sia stata una delle prime parole imparate da un mio ex professore di inglese, quando doveva andare a fare la spesa e non riusciva a spiccicare parola nonostante a casa avesse ripetuto mille volte unettodimortadelladuediprosciuttocotto, ma la nostra parola la sapeva, anche se pronunciata con quella s sonora tanto sconosciuta a noi nativi.
Il lagnuso (persona affetta da suddetta malattia) si ritrova tutt’a un tratto incapace di intendere e di volere, e può stare anche ore a fissare il soffitto o la parete di  fronte senza pensare assolutamente a niente, anche se sembra uscire da pensieri profondissimi quando gli si fa una domanda e lui prima non la sente, poi fa “eh?” e ci mette altri cinque secondi buoni per capirla e altrettanti per rispondere. I primi sintomi si riscontrano al mattino, quando sente che sta arrivando il momento di cominciare una nuova giornata e l’unica cosa che riesce a pensare è no no no no no ti prego no, per poi passare a più articolate elucubrazioni riguardo alle scuse da inventare con se stessi e con gli altri per non potersi recare a compiere il proprio dovere, qualsiasi esso sia: non riesco ad alzarmi sarò forse influenzato, o forse ho mal di stomaco, sì ma anche se mi alzo il tempo è troppo brutto magari esco mi bagno tutto prendo la polmonite poi devo stare a letto molto più di un misero giorno che sarà mai se oggi rimango a letto dopotutto…Poi, sempre che il male non sia ormai allo stadio avanzato, si decide ad alzarsi, ma il difficile è farlo, tutte le connessioni tra muscoli e cervello sembrano interrotte, o forse è il cervello che non lo vuole davvero, per cui quando riesce a sedersi sul letto si aspetterebbe quanto meno una ola di invisibili omini che stanno attorno al suo giaciglio ed osservano la scena. Passano altri cinque minuti, quando va bene, prima che riesca ad alzarsi completamente, nel frattempo rimane a fissare dritto davanti a sé ripassando mentalmente tutte le scuse di cui sopra per capire se effettivamente sono tutte da scartare. Per il resto della giornata fa tutto di malavoglia e male, non capisce niente di quello a cui si applica e non si biasima per questo perché già gli sembra un miracolo applicarsi a qualcosa, e quando finisce con i suoi doveri di studio o lavoro torna a casa dove ha un sacco di cose da fare, ma gli sembra giusto dedicarsi un’oretta di meritato relax. Sì ma dai, che sarà mai se entro un attimo su Facebook, guarda quello che foto che ha, andiamo a vedere, ah ma non mi dire che è fidanzato con quella, io pensavo che stesse con un altro…basta basta adesso devo mettermi a studiare…aspetta che leggo questa cosa…una controllatina alle e-mail…nooo che tardi devo andare a studiare, sì ma prima devo fare quella telefonata… Le orette diventano due, e poi tre, e così passa quel che resta del pomeriggio ed anche della sera.
Naturalmente, i peggiori nemici del lagnuso sono gli attivi. Facciamo qualche esempio: la collega che le lezioni sono finite oggi, l’esame è tra due settimane e lei ha già finito il programma e fatto i riassunti di mille pagine di libro mentre si sta preparando anche un’altra materia, mentre tu è già tanto se sai di che libro si tratta, e uscendo fuori dall’aula ti dice “in bocca al lupo per l’esame!”, o la madre che è stata dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio al lavoro e una volta a casa ha cucinato la cena, fatto i piatti e alle dieci di sera si è messa a stirare, che ti dice “eh ma ti stanchi subito”.


domenica 22 gennaio 2012

Tema: Oslo, catarratto e scirocco


Oslo non mi piace. Non che io ci sia mai stata. Ma non mi piace a priori. Non mi interessa. Troppo fredda. Troppo cara. E soprattutto troppo schematica: tetti spioventi, case tutte uguali, troppi giardini, troppo verde. A me il verde non piace, in genere dico. Troppa luce di giorno e troppo buio di notte. Almeno credo. Gli uomini. Tutti biondi con gli occhi azzurri, bianchi bianchi, cianotici, troppo alti, lavati. Degli stoccafissi appunto. E le donne? Tutte alte altissime, seni accennati, gambe lunghe quanto la A1 e quelle micro gonne indossate anche con meno 10. False, falsissime. Stoccafisse anche loro. Chissà se sanno di pesce. Gli uomini o le donne dico. Puzzeranno? In genere quando cucino il pesce apro porte e finestre. Accendo anche un paio di candele alla vaniglia. Non mi piace l’odore del pesce e neanche il pesce a onor del vero. Come pietanza dico. E neanche come animale. Non sono razzista e ci tengo a specificarlo. Mi piace di più il vino bianco che, come sempre ci hanno docilmente istruito chef e sommelier, col pesce si sposa benissimo. Se vengo invitata a cena e mi presentano quelle infinite, pompose e lussuriose portate a base di gamberoni, seppie, calamari, cernie e vongole io non tocco cibo. Bevo. E mi piace anche. 

Una volta ad una cena bevvi talmente tanto che finii a letto con uno sconosciuto. Era meglio che rimanesse tale. Cioè, lo conobbi a questa cena. Aveva gli occhi azzurri che spiccavano tra teste di gamberoni e chele di granchio. Ho bevuto solo catarratto, che non è la cataratta. Io ci vedo benissimo. Anche quando bevo. I pesci venivano dal mediterraneo e il vino dalla Sicilia. ”Il catarratto è un vitigno autoctono siculo”. Annuivo quando il mio ospite mi parlava descrivendomi per filo e per segno portate e abbinamenti. Io annuivo e bevevo. Mi spiegò tutto. Io ci ho capito poco ma va bene così, va bene. In generale, dico. Aveva gli occhi azzurri. Ma non come un oslese o oslaziano o oslonico…insomma come uno che arriva da Oslo. Lui era, o meglio dire è visto che malauguratamente non è ancora morto, basso. Oddio non era/è un nano ma sicuramente non era/è come uno che viene da Oslo. Né basso né alto. Direi mediterraneo se non fosse per il fatto che era/è savoiardo. Discendente dei Savoia. Gente brutta insomma. Io no. Io sono arabo-spagnola, post barocca a tratti. Insomma quello sconosciuto lo conobbi quella sera alla terza bottiglia di vino e alla quindicesima MS club. Avevo male ai piedi per quelle stramaledettissime scarpe. 250 €. Messe 2 volte. Tacco 14. Maledette false modelle di Oslo. In senso biblico lo conobbi. Mi accompagnò lui a casa e salì da me. Da allora si trasferì in pianta stabile. Si chiamava Charles. Ho deciso che d’ora in poi ne parlerò al passato. Non per augurargli qualcosa di brutto, non mi permetterei mai. Ma perché mi va di fargli del male. Gratuitamente. Che poi gratuitamente non direi visto quello che m’ha fatto quel bastardo di un Savoiese. Non era ricco attenzione. Discendente della casata Savoia inteso come categoria. Come atteggiamento e modo di essere. Un fighetto del cazzo insomma. Dopo due giorni si trasferì da me in pianta stabile Charles. 

È arrivato lo scirocco. Sapevo che non avrebbe tardato. Ne avevo sentito le avvisaglie già da qualche giorno. Charles se ne è andato stamattina. Così, senza nessuna spiegazione ed io neanche ne voglio. Di spiegazioni intendo. La sabbia mi affanna la vista e l’ululare di quel vento del sud mi stordisce i timpani. Altro che Oslo. Ho lasciato la tavola apparecchiata come un altare. La tavola della nostra ultima cena insieme. Conservo ancora i piatti sporchi tra i mozziconi di due candele e un posacenere che dovrei decidermi a svuotare. Cose, case, mani, narici, strade, luci, fiori, erba tutto si tinge di terra. Tutto ha una patina rossastra. È re Mida che passa. Ad Oslo tutto questo non succede. Non ci sono mai stata ma lo so. C’è ancora il suo bicchiere sul mio altare, sul suo altare. Verso il catarratto nel bicchiere in cui ha lasciato l’ombra della sua presenza. Lo Alzo insieme allo sguardo e, contro luce, cerco le sue tracce. Bevo dalle sue labbra e il mio corpo si fa ebbro e molle. Col corpo fiacco mi trascino fino alla fonte con le labbra tumide a combattere l’arsura delle mie carni. Ho messo con cura le lenzuola bagnate agli stipiti delle mie porte. È un’antica usanza araba. I savoiesi non la conoscono questa usanza. Così il vento beffardo si incontra con l’acqua e inumidisce la mia caverna. Mi abbandono senza forze e il suo alito mi sfonda la nuca. Serro le porte, non entra più, non entri più. Bagnatemi le labbra. Se ne è di nuovo andato.

VB



domenica 15 gennaio 2012

Tema: Profumo di mandarino.

       Piove. Non una pioggia incessante e tumultuosa tipo quella procurata da temporali passeggeri. È una pioggerellina fine e continua, come quei rumori di sottofondo che dopo un po’ neanche li senti più. È che il cielo si è coperto di spessi e gonfi nuvoloni grigi. Gonfi d’acqua e di elettricità. A guardarli bene mi ricordano le capigliature delle simpatiche vecchine sedute nei primi banchi delle chiese. Profumate di zagara, avvolte nei loro cappotti scuri contornati di pellicce che sanno di canfora, con la mani magre dalle dita affusolate che scambieresti per fusi. Lasciano passare elegantemente e fluentemente i grani del rosario in plastica color corallo. Mani esperte di ricamatrici e sarte che aghi per loro non bastano mai. La soave cadenza dello scandire gli ave pater gloria mi incanta sempre. Sul tetto appena sopra la finestra della mia camera due cardellini hanno deciso di fare il loro nido. Intrecci di rami e foglie tessuti da becchi esperti,. I ricami di mia madre sembrano e cinguettano ogni tanto e diventano come quei rumori di sottofondo. Che mi dimentico che ci sono e poi mi ricordo.

       Ho comprato una giacca nuova ieri. Nuova per me. L’ho pescata dentro ad un mucchio di roba che teneva un rigattiere. La tiro fuori dall’enorme cesto e la indosso. Sembrava cucita su di me. Lana rasata marrone, a quadri grandi di una tonalità più scura, toppe in camoscio ai gomiti e bottoni grandi color nocciola. Neanche uno ne manca di bottone. E meno male.  Detesto andare in giro per mercerie a comprare bottoni. Domani la porterò in tintoria. Nella tasca interna trovai un bigliettino piegato con cura. Il tempo ha cancellato un po’ l’inchiostro ma non abbastanza da non far leggere la calligrafia incerta ma elegante. Sembra una mano femminile, rotonde e paffute sia le vocali che le consonanti. “Oggi il cielo è grigio ma se guardo i tuoi occhi mi ricordo di che colore è veramente il cielo”. La giacca è stata abbandonata nel bel mezzo di una storia d’amore. O è stata data via alla fine di quella storia? Mi sdraio sul letto e continuo a studiare quella calligrafia. Mi immagino piano piano la donna e ne disegno col pensiero il profilo. La immagino quarantenne col viso contornato da capelli mossi, biondo scuro forse. Occhi grandi castani e un naso aquilino. Le orecchie un po’ a sventola nascoste da quella fluente chioma. E lui? Come sarà? A dire dalla giacca è uguale a me fisicamente e la cosa mi impressiona un po’. Il biglietto mi dice che l’uomo ha gli occhi azzurri. Scuro di carnagione credo. E i capelli, brizzolati, portati con una riga a sinistra. Orecchie piccole col lobo grande. E tra i due cosa c’è stato? È un amore clandestino? Due fidanzati? Un marito ed una moglie? Costruisco storie su quei pochi indizi e intesso trame come il nido di quei cardellini. Riprendo la giacca e la indosso un’altra volta. È ben tenuta e non mostra i segni del tempo che dovrebbe avere. È stata indossata poco e non ci sono tracce evidenti della  fisicità che ha coperto e nascosta.

     Al fascino indiscreto di sbirciare nelle vite non mie e assaporarne odori, umori, sentimenti, emozioni non so proprio resistere. Proprio come quei bambini che ti incontrano per strada e ti mitragliano di domande su come ti chiami, dove abiti, ce l’hai il fidanzato. Se fisicamente fossi come una di quelle vecchine che stanno nei primi banchi delle chiese mi direbbero che sono un ciarliere impiccione. Ma non è colpa mia se mi piace assaporare le vite di chi non potrò mai incontrare. 

   Guardo una foto scattata a Napoli nei pressi di San Gregorio Armeno. L’immagine di un‘Assunta è stata riprodotta su un muro con della vernice spray dalle mani precise di uno street artist. Nuvoloni bianchi ai piedi, abiti settecenteschi e il viso delicato della Madonna. A farle cornice dei capelli raccolti dietro la nuca. Gli occhi sono rivolti verso l’alto.

     Ho alzato anch’io i miei occhi al cielo, ma non ho fatto in tempo a contare tutte le stelle.

VB





giovedì 12 gennaio 2012

Tema: Tanto la ferita è già guarita.


Ho serrato bene le finestre stanotte e ho tirato le tende scure della mia camera. C’è una luna grande stanotte e temevo che rotolasse fino a portarsi sul mio comodino. Non ne avevo voglia di tingermi la faccia e fare di me un Pierrot. Scaccio subito il malinconico pensiero di una lacrima nera che segna il viso pallido. Di luce ne ho avuto abbastanza oggi col sole a tratti primaverile. Che brilli per qualcun altro questa luna e vada ad ispirare poeti, musici e cantastorie. O qualche vagabondo perfino, o un venditore di rose, o un ubriaco che vomita i suoi umori su un marciapiede sotto ad un lampione arancio. Accendo l’unica lampadina a incandescenza rimasta in casa mia. Che uso poco tra l’altro che ho paura che si rompa e debba sostituirla con una fredda, bianca e asettica lampadina a risparmio energetico.

L’umidità invernale penetra la cicatrice sul mio sopracciglio. Fu causata da un brutto incidente risalente a circa dieci anni fa. Una sera d’agosto tornavo in motorino da una festa parecchio noiosa, uno sprovveduto automobilista non vide uno stop e mi prese in pieno. Il referto, scritto dalla mano tremante di un’infermiera stanca e accaldata, parlava di trauma cranico, escoriazioni sparse e ferite lacero contuse. Un taglio incerto percorreva la perfetta sagoma dell’arcata sopracciliare, quattordici punti di sutura che guarì in poco più di una ventina di giorni. Per il resto il dolore si ripresenta puntuale ad ogni passaggio di stagione. Non ci fu tempo di pulire fino in fondo la crepa causatami dall’urto con l’asfalto e tutt’ora, di tanto in tanto, compaiono delle bolle rosse piene di materiale che il mio corpo scarta, essendo estraneo alla sua composizione. Le ferite lacero contuse sono dovute ad un’azione di strappamento e sono conseguenza di urti energici sufficienti a vincere l’elasticità dei tessuti. Sono particolarmente soggette a infezioni ed hanno tempi di guarigione molto lunghi, con risultati cicatriziali antiestetici. Spengo la luce e provo a dormire chiudendo la cartella clinica che mi si è aperta nella mente. La luna stanotte riesce a superare la tramatura delle tende tirate. E ancora una volta la triste figura si fa fantasma. Un piccolo Pierrot si posa sulla mia guancia sinistra bianco bianco e nero nero, e lo caccio via che mi sembra zanzara. Credo che la  sua lacrima sia una ferita lacero contusa con quel risultato antiestetico sul viso. Chissà chi causò quella ferita. Perché non si fa mai a meno di una cicatrice. Ognuno ne porta almeno una. È che le relazioni, e non solo sentimentali, son sempre urti energici che strappano i tessuti cellulari. Arrivano le piastrine a suturare gli strappi creando croste che cerchiamo sempre con l’unghia dell’indice per grattarle via. E rimangono zone chiare della pelle, dalle forme irregolari, antiestetici segni di valutazioni sbagliate. Metto un piede qui e cadiamo di botto perché inciampiamo o non abbiamo visto la buca sul marciapiede. Riesco a passare da quella porta e non comprendiamo il nostro braccio sporgente e sbattiamo allo spigolo dell’uscio. Errori di calcolo, incapacità di sentire il proprio corpo. O semplicemente incapacità di prendersi cura di sé, di preservarsi, di dirsi “io sono la cosa che conta”. Accarezzo il mio sopracciglio e sento il peso delle relazioni che mi hanno lacerato. E faccio un calcolo approssimativo di quante piastrine io abbia messo all’opera, di quante volte ho tolto via le croste perché “tanto la ferita è già guarita”. Come se si potesse fare a meno di cicatrici antiestetiche. Come se si potesse fare a meno delle relazioni. E rigiro il cuscino per poggiare la guancia destra sul percalle freddo. Mi addormento accarezzandomi le ginocchia doloranti dal trauma causatomi dall’urto contro il box doccia.

Scosto le tende e il sole inonda la mia stanza. In questo bagno di luce guardo la piantina di edera che ho posizionato sopra la mia finestra. L’imperiosa cupola della Chiesa del Carmine fa capolino tra il biancore di una nuvola bassa. E per un attimo sorrido beffardo guardando il mio corpo antiestetico di cicatrici. E ti auguro cicatrici antiestetiche. Come le mie.

VB



martedì 3 gennaio 2012

Tema: Si è fatta notte, tanta notte, troppo notte.

svolgimento


           Di notte coi fari accesi in macchina è bello: vedi le ombre lunghe lunghe e sai che sei tu a decidere di farle. E di cosa farne a volte. Perché se spegni le luci loro spariscono, o se metti gli abbaglianti si appiattiscono. E se passi in un viale alberato vedi quella luce penetrare la corteccia degli alberi e rimani affascinato dall’argentare delle foglie. E se vai vicino al mare non fai le ombre ma vedi quei fari riflessi sull’acqua che sembra che  brilli e puoi rompere il silenzio di tutto il mare e ti sembrare di spiare i pesci che dormono e li svegli. E sorridi.

        Riflesso sul vetro di un armadio Liberty, uno di quelli belli coi tulipani intagliati e le forme geometriche e il cassettone in basso con le maniglie in ottone e la tendina di lino grezzo di colore bianco ingiallito, vidi un bambino. Avevo anche messo una nappina di seta gialla alla chiave dell’unica anta di vetro, e mi piaceva seguire con l’indice l’intaglio delle foglie stilizzate. Manifattura veneta di sicuro: mancava di policromia e dell’asimmetria tipica del Liberty siciliano. Le tarlature erano state coperte con una buona pasta e il colore noce chiaro era stato restituito in tutto il suo splendore. Forse i piedi non erano originali, sostituiti negli anni settanta forse. Era rimasta la colatura di un mastice arancio vivo. Faceva anche un po’ di tanfo di insetticida, aggiunto per sterminare possibili colonie di tarli. In basso, nel cassettone dalle maniglie di ottone, tenevo la biancheria intima. In alto, appese ad un bastone d’acciaio, ovviamente non originale, camicie e giacche. Nel ripiano le mie maglie e le t-shirt. Era bello il bambino coi suoi occhi grandi e neri, la sua pelle non ancora bruciata dal sole, i suoi capelli scomposti ma curati, che gli andavano davanti agli occhi. Solo una volta lo vidi. Era dentro ad un paio di pantaloni al ginocchio e i calzini bianchi alle caviglie, scarpe testa di moro sporche di terra e una camicia di canapone tessuto a mano. Poco prima correva tra le lenzuola di una terrazza. Erano bianche quelle lenzuola, bianche come quelle di una volta, lasciate a mollo nella cenere e lavate a mano nell’acqua fresca del fiume. Voleva farsi rincorrere il bambino ed aveva voglia di giocare. Vicino al termosifone o appendendosi alle travi del soffitto basso. Una volta fece un tonfo che svegliò la mia amica che dormiva sul divano. E quando si nascondeva nella scala a chiocciola e stava a guardarmi. E aspettava che io mi girassi di scatto per fuggire di corsa a letto. E lo salutavo con un cenno tutte le volte che entravo o uscivo, nel rispettoso silenzio che meritava. Perché di marachelle non ne sapeva fare. A spalare carbone era abituato e poco gli importava di capricci e lagne. A me piaceva la sua compagnia perché era silente ma attenta. Ci rispettavamo e nessuno pestava i piedi all’altro. Lasciai quella casa senza neanche salutarlo e tutte le volte che passo per quella via alzo gli occhi a quella finestra e sorrido al mio bambino e un pezzo di budello si storce appena. “Buonanotte anima mia” gli sussurro. Anche se non so chi sei, anche se non t’ho vista mai. Ed è quel desiderio, non melenso o sentimentalista, no. È quel bruciore dentro, quella feroce assenza di una cosa, di una persona o di un amore mai conosciuti.

        E questa notte ho spento i fari e le ombre non c’erano più. E poi gli abbaglianti e loro erano lontane. Poi gli anabbaglianti e il mare brillava e sfidavo le lampare al largo. E giocavo con l’argento di un ulivo.

         Che poi ti accorgi che tutta questa malinconia neanche c'è. Forse non è vero che esiste veramente. È solo  un luogo dell'animo in cui ci piace prendere un caffè, consumare un pasto frugale o dormirci un paio di notti. Per poi scoprire, dopo mille peripezie, che quello che cerco, o che forse cercano tutti, volenti o nolenti, violenti o perdenti, non so...è forse...rimanere tutti interi?

VB