venerdì 18 ottobre 2013

Tema: Giusy Ferreri, seconda classificata a X Factor 2008

Sez. Il Secondo Posto
Svolgimento

Ma quant’ è simpatico quello con i capelli ricci!, come si chiama? e che nome ha il suo gruppo?, chiede mia madre a mia sorella.
Ma che ne so. (A lei piace Giusy Ferreri, gli altri cantanti potrebbero morire). Ma’, è una band!
Ah, e come si chiama la sua band?
Aram Quartet, e ora stai zitta che non mi fai capire niente.
Mia madre, con i grembiule e lo strofinaccio ancora in mano, che stava finendo di pulire la cucina, scivolò pian piano dal bracciolo sul divano accanto a quell’ arpia di mia sorella che, con un occhio ad X Factor e un altro al portatile, smanettava su Google per trovare la traduzione di una versione di latino che la prof voleva per l’indomani.
Mamma, ma che fai?, ti sposti per favore che mi fai cadere i fogli!
Ma dico io, se devi studiare perché non te ne vai in camera tua e mi lasci vedere il programma in santa pace.
Ma non devi finire la cucina?
Se parli ancora la finisci tu la cucina e in più te ne vai nella tua stanza a studiare come si deve, no che prendete in giro i professori!
Mia sorella, incazzatissima, si alzò dal divano, prese fogli e portatile e sbatté il tutto sul tavolo da cucina. Intanto ad X Factor c’era un gran movimento tra i giudici: Morgan ringhiava contro la Ventura, la Ventura starnazzava, la Maionchi tra un Blurp e un altro (e totalmente per i casi suoi), ribadiva la solita frase: siete bravi ma per me è NO.

giovedì 17 ottobre 2013

Tema: Venga pure la fine, di Roberto Riccardi edizioni e/o

Sez. Gli amici della Maestra
Svolgimento


1.

Bosnia Erzegovina, 1995

Rumori, dal fitto della boscaglia. Samira volge di scatto gli occhi al suo compagno, nel suo sguardo c’è una richiesta di aiuto. Lei e Sefer sono le staffette avanzate della banda di irregolari che ha osato sfidare il temibile esercito serbo. Una follia, l’aveva detto dal primo momento. Trenta soldati improvvisati, male armati, contro un intero reggimento attestato a difesa. Un attacco suicida. Li hanno fatti a pezzi, sono rimasti in sette. Due di loro sono feriti, Ismet non arriverà alla notte. La sera allunga la sua ombra nel cielo e col buio aumenterà la paura. Quella che già adesso le attanaglia la gola. 
Samira sente il pericolo nel fruscio sottile delle foglie. Sarebbe bello che a muoverle fosse il vento del Nord, anche se tante volte lo ha maledetto, quando all’alba usciva di casa e la sua sferza impetuosa le gelava il sangue. Sarebbe bello se tornasse quel tempo, quando la vita era lavoro duro, la mattina a scuola e il pomeriggio ad aiutare la mamma nelle faccende di casa. 
Ma Samira una casa non ce l’ha più. L’ha barattata con un fucile e due scarponi incrostati di fango, per un uomo che l’ha trascinata in una lotta disperata, a perseguire un obiettivo privo di senso. Non ci saranno vincitori, alla fine di quel dolore avranno perso tutti. I pochi che scamperanno alla mitraglia, ai cecchini, alle mine disseminate nei campi, riceveranno in premio un paese dilaniato, dove nulla sarà più come prima. Croati, serbi, bosniaci musulmani, quando il massacro si sarà fermato resteranno nemici. La guerra non finirà nei pensieri della gente, nelle anime ferite. Prima erano tutti mescolati: in seno ai villaggi, alle famiglie formate senza badare troppo alle origini. Era il komšiluk, il codice non scritto della reciproca tolleranza. Dopo, sarà tutto un guardarsi con rancore. «Il tuo esercito bastardo ha ucciso mia madre». «Brutta puttana, cosa vuoi? Sono stati i tuoi a incominciare». Saranno questi i discorsi fra chi si era giurato eterno amore, se qualcuno avrà ancora voglia di parlare. 

Ma Samira non vedrà tutto questo, perché nel bosco avanza la milizia del colonnello Dragojevic, il macellaio venuto da Gračanica. L’uomo che conduce la pulizia etnica in quell’angolo di Bosnia. Non avrebbero dovuto affrontarlo, sono condannati, nessuno di loro sfuggirà a quegli uomini addestrati a scovare i nemici nel cuore della foresta. Li sente più vicini, adesso, tanto da fiutarne l’odore. Per Sefer è lo stesso, glielo legge negli occhi. 
«Cosa facciamo?» chiede.

«Non parlare, potrebbero sentirci». 
Il suo compagno ha ragione. Hanno bisbigliato, ma nel silenzio di un bosco fa rumore anche il respiro. Samira però non sa tacere. 
«Non vedo più gli altri. Forse dovremmo…».
«Tornare indietro? Fallo tu se vuoi. Io non muovo più un passo».

mercoledì 16 ottobre 2013

Tema: Gita a Tindari


Svolgimento

Procedo dal mare azzurrino bistrato di viola che incontra tratti ancora più chiari e in fondo incontro l'indaco di Capo Milazzo.
Allungato come un rettile, interrotto dall'alternarsi delle ciminiere non ha niente a che spartire con Marinello, i laghi affioranti sulla striscia di sabbia sottratta al mare per miracolo.
Un miracolo voluto nelle atmosfere celesti tra schiere di angeli e cherubini, intorno al trono della Vergine.
I cherubini li immagino veloci e impressionanti come i cavalli alati dell'Orlando Furioso e accoglienti di tante ali a sorreggere i salvati. Forse così salvò l'infante.

Sfuggì alla madre. Salì la pellegrina al monte carico di limpido cielo, sulle pietre antiche affioranti posava il passo. Aveva il cuore gonfio e il grembiale carico di offerte, ceri e fiori. E frutta da mangiare dopo la visita al santuario della Vergine Nera.
Poco distante riposavano i fasti e le grida di attori, rimosse le maschere che ne avevano amplificato le voci.
Aleggiavano ancora i canti e i fumi di fuochi sacri, dionisiache, preghiere propiziatorie agli dei di eventi favorevoli, lì, nella città greca antica, poco distante.
Nell'aria carica di tanta umanità, l'immondo si fondeva al virtuoso, il piagato risanava al cospetto del Volto Santo, la Vergine Nera dal volto d'ebano che riluce sopra la tunica bianca ricoperta di stelle. L'officiante esalava tra l'incenso salmodie incomprensibili, ma la speme e l'ardore popolare sovrastava il salmodiare del prete.
La folla cominciò ad accalcarsi numerosa davanti alla Chiesa incapace a contenerla, ondeggiava in ceri accesi, ginocchia striscianti in gramaglie vedovili, medaglie d'osso e anelli al dito con impresse i darroghiti dei defunti. Ma anche in gonne gonfie sotto i corpetti, camicie a quadri e facce annerite dal sole tra rughe bianchissime e cesti, portati sulle teste, sopra la truscia arrotolata. Celano sotto il panno che li copre pane nero, ricotte, quel che serve per il dopo, quando inizierà la festa, la danza che scioglierà il popolo e lo riporterà verso il peccato e la promiscuità.
L'ardore e la speme di queste donne trasuda nei sentori che si mescolano e accumulano man mano che si ingrossa la massa umana, piangono in silenzio, ognuno il proprio personale dolore, bisogno, angustia, si stracciano le vesti al tuo cospetto, disperate.
La faccia d'ebano impassibile sfiora gli sguardi imploranti, mostrando il Figlio al Mondo.
La gente si agita in un moto d'onda e poi un grido.

martedì 15 ottobre 2013

Tema: Palermo Fantasy (Santa Rosalia e i suoi parcheggiatori VS il male)

Svolgimento

Secondo una recente teoria straniera, le auto a Palermo sono tutte in cattivo stato, hanno i parafanghi caduti, hanno la vernice scolorita, gli sportelli tamponati, i fari mai del tutto funzionanti. Naturalmente, ci si chiede se sia il guidatore a crear tali danni o qualche altra motivazione si nasconda ed è importante cercare di spiegare il problema perché non si può rimanere indifferenti. Una tipica scena prevede una persona al volante, che sia una donna o un uomo non cambia nulla, il risultato è lo stesso. Il guidatore è alla ricerca di un posteggio e, trovato incredibilmente un buco dove lasciare l’auto, viene raggiunto in un battibaleno da un aiutante, una specie di guida post-patente, il parcheggiatore, che può essere straniero o indigeno: in genere, degli stranieri a Palermo ci si fida di più che degli indigeni, anche se non manca di trovare il forestiero che ha imparato a parlare il siciliano, ad usare i modi burberi e la faccia corrucciata per ovviare alla maleducata indifferenza e presunzione dei nuovi concittadini.
Si diceva, nonostante l’impegno profuso dall’Aiutante Parcheggiatore, che ricordiamo è stato offerto gentilmente dal fondo cassa del Comune, affinché il guidatore possa portare a termine la sua prova parcheggio, i “piloti” – molti palermitani hanno acquisito questa onorificenza per tutta la fortuna che gli è stata data nelle rischiosissime corse a rischio  di morte –  non sono degli esseri perfetti e di conseguenza cadono negli errori più semplici: accade che urtino in ripetizione e in maniera più o meno violenta sulle altre auto parcheggiate; essi, col cuore fra le mani e il dolore incommensurabile per aver sfregiato la cosa altrui, iniziano a ripetere che è stata una svista e che staranno più attenti. 
Nonostante tutto, il parcheggiatore, affannato per l’impegno e alla costante ricerca di altre anime da guidare, riceve il suo giusto compenso e con un sorriso ti ringrazia. Ma può succedere che il palermitano non sia d’accordo e nella sua mitologica fiducia nelle proprie capacità, trovi le motivazioni per farcela da solo, schivando (e schifando) in ogni modo l’operato degli “angeli delle strisce blu”.
Questi ultimi sono disposti a farsi centinaia di metri per soccorrere un’auto in difficoltà e riuscirebbero a trovare una sosta a qualsiasi auto anche in capo al mondo, solo per permettere al cittadino di svolgere al meglio la sua esistenza.
Molto spesso accade, invece, che individui senza dignità non abbiano alcun riguardo verso questi angeli e per questo incappano nella cattiva sorte, dettata da Santa Rosalia, che oltre che glorificare la città, può se vuole, punirla delicatamente – i palermitani devono imparare in qualche modo –  attraverso i suoi parcheggiatori: essi possono scegliere di manomettere le ruote, infilando i chiodi sulla gomma o possono al limite disegnare lunghe righe sulla carrozzeria.
È stato rilevato da studi molto complessi che, unendo tutte le strisce che sono state rinvenute sulle auto nostrane, si possa dar vita a una immensa scritta che potrebbe ricoprire Monte Pellegrino, assolutamente di grande impatto: W Santa Rosalia!

lunedì 14 ottobre 2013

Tema: Buzz Aldrin, secondo uomo ad aver calpestato il suolo lunare

Sez. Secondo posto
Svolgimento


“Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”.

Era il 20 Luglio 1969 e questa frase riecheggiò in ogni angolo del mondo.
Gentile e educato lo era stato sempre. Aveva anche un certo successo con le donne. Forse la sua faccia acqua e sapone, la divisa che indossava lo aiutavano. 
Faceva l’aviatore. Voleva diventare famoso.
Quando seppe che reclutavano astronauti non si tirò certo indietro e così dopo anni di studio e dopo essersi sottoposto alle più svariate prove fisiche in cui fu sparato, catapultato, mezzo annegato, centrifugato, diventò il pilota del LEM, il modulo lunare dell’Apollo 11, la prima missione spaziale che avrebbe portato l’uomo sulla luna.

Ed eccolo uscire dall’ hospitality con gli altri due membri dell’equipaggio. La folla in delirio e i giornalisti accreditati da tutto il mondo si accalcano per strappare le ultime dichiarazioni, ma il cordone della sicurezza è imponente. Adesso non possono parlare, sfilano nelle loro tute un po’ impacciati tenendo il casco sotto un braccio e distribuiscono saluti che sanno di benedizioni con la mano libera.
Con la bandiera a stelle e strisce e la scritta pilota ben cucita sul petto percorre fiero il tragitto che lo condurrà al piccolo ascensore con il quale raggiungerà l’abitacolo del razzo. Lui lo sa che sarà grazie alla sua abilità se si sbarcherà sulla luna. Del resto uno deve solo raccogliere pietre, l’altro non scenderà nemmeno. Sfigato, tanti chilometri per restarsene nella navicella. 
Questi pensieri azzerano la paura che andare verso l’ignoto, o l’incertezza di non fare più ritorno, avrebbe generato in tutti. Pagine e pagine saranno scritte, le TV di tutto il mondo faranno a gara per averlo come ospite. Sembra un Cristo Pantocratore, continua a benedire e sorridere.
Uno di loro affretta il passo e si china verso il collega che è avanti. Io vorrei stare vicino al finestrino, pare abbia sussurrato, mi piace vedere i paesaggi quando viaggio, e poi sono un po’ claustrofobico.
Poco male, in caso di guasto sarebbe stato il primo ad essere sbalzato fuori o il primo ad essere rapito dagli alieni. Gli altri avrebbero avuto il tempo di aggrapparsi a qualcosa e richiudere, e pace all’anima sua.
Ci vollero quattro giorni di viaggio.
Sulla Terra tutti davanti ai teleschermi. Qualcuno si ritrova a casa di parenti o amici. Nessuno vuole perdersi l’evento.
“Ha toccato. Ha toccato!” così Tito Stagno fa sussultare gli italiani.
E’ già notte, infatti, in Italia e un breve battibecco col collega Orlando in collegamento dagli U.S.A. che lo smentisce serve a svegliare chi si è un po’ assopito. Anticipa il reale allunaggio di circa un minuto, male interpretando una frase pronunciata proprio dal pilota che comunicava l’ingresso in orbita e il corretto allineamento.
A questo punto silenzio. Occhi sgranati su immagini sbiadite in bianco e nero. I retrorazzi del LEM alzano un gran polverone e piano lo fanno planare fino ad appoggiarsi al suolo. Nessuno fiata. Sulla scaletta un astronauta scende giù.
Ultimo gradino, un passettino e….un’orma, la prima!

domenica 13 ottobre 2013

Tema: Il secondo uomo più ricco d'Italia

Sez: Il secondo posto
Svolgimento

Che il 2008 potesse essere solo l’inizio di quella lunga scivolata non lo avrebbero creduto nemmeno nelle più alte sfere. In paradiso, per intenderci. 
Affogare in un mare di nutella? Com’era possibile? No, no, quella non era certo una buona fine. 
Non si era mai interessato di cabala, ambi, terni e cinquine. Lui i numeri li moltiplicava a piacimento, meglio che Gesù con quel miracoluccio fatto con due pani e cinque pesci (o due pesci e cinque pani, non ricordo). 
A lui i conti tornavano sempre, ed essere primo non era mai stato un problema fin da quando andava a scuola e vendeva i suoi temi per poche lire ai “compagni” completamente a secco d’italiano e di idee. 
Ma finire così!? Tutto poteva sopportare, ma essere secondo dopo la nutella, no! Non era accettabile. 
Rifletteva. Era la consistenza in sé a farlo imbufalire. 
Già sentiva la satira politica infierire sull’argomento, vedeva Crozza che non la finiva più con la sua litania. Perfino Mina gli tornava in mente con quella canzone sulla ”cioccolata svizzera”. 
E dire che ne aveva mangiato a barattoli interi. “Pare sviluppi doti manageriali”, aveva letto in qualche opuscolo scientifico.  L’effetto, di sicuro, in lui era tangibile, più manager di così! 

venerdì 11 ottobre 2013

Tema: Dal vangelo apocrifo di Maddalena

Svolgimento


Maria di Magdala, detta La Maddalena, indimenticabile interprete di alcune tra le scene più toccanti del Nuovo Testamento, ha lasciato nel dubbio migliaia di discepoli i quali ancora oggi, dopo duemila anni circa, non riescono a capacitarsi come abbia potuto sistemarsi così bene, senza nemmeno essere vergine timorata irreprensibile.
La Maddalena a quel tempo, si sa, aveva poca voglia di stare appresso alle questioni di cucina e della gestione casalinga, di questo si occupava sua sorella Aneladda, come si legge a pagina quattro del vangelo apocrifo. 

“(…) Durante il giorno e buona parte della notte io mi adoperavo all’esterno della nostra abitazione, compivo atti di adescamento nei confronti di vecchi passanti, prestavo cure strettamente personali ai bisogni più intimi di chi ne facesse richiesta, nel frattempo mia sorella Aneladda si preoccupava che al mio rientro tutto fosse pronto, ogni cosa al suo posto, il desco imbandito e le faccende domestiche svolte con cura e perizia (…)”.

Dalla lettura di queste pagine apocrife, scritte dalla Maddalena sui rotoli di papiro di qualità mediocre, trascritte su pergamena medievale da anonimi frati amanuensi alpini e rese pubbliche soltanto dopo quasi duemila anni, possiamo determinare e catalogare con precisione il tipo di prestazioni e le tariffe vigenti in quel tempo nel campo del commercio sessuale, oltre che trarre informazioni preziose sull’enogastronomia e sulle abitudini alimentari della regione Galilea durante il periodo della dominazione romana. Ad esempio, l’uso dei semi di papavero, detti papaverina, nella cottura delle pagnotte di grande pezzatura a lievitazione naturale, è interessante per l’effetto leggermente soporifero che avverte chi lo consuma. Con il sesamo invece si usava cospargere abbondantemente il pane bianco, in particolare la mafalda, termine considerato ambiguo o quantomeno causa di equivoci imbarazzanti. La frase “Apriti Sesamo”, attribuita tradizionalmente a un personaggio arabo di nome Alì Babà, era adoperata in realtà a Magdala durante l’approccio tra il viandante e l’adescatrice, come viene riportato a pagina undici del testo. 

“(…) E lo straniero con la faccia pelosa si avvicinò a me, fece cenno al suo asino di fermarsi, sollevò il telo che gli riparava il viso dal sole e mi disse Donna, sono stanco e affamato, cosa puoi offrirmi? 
A questa domanda non diedi una risposta e mostrai la mia mercanzia, il viandante scese dall’animale e mi venne incontro senza esitazione esclamando Apriti Sesamo! (…)”.

L’arrivo di Gesù a Magdala, la ridente cittadina in cui la Maddalena abita e svolge il proprio lavoro, getta nello sconforto lei e le sue amiche, essendo risaputo che il nuovo predicatore non possiede il becco di un sesterzio, e nemmeno è solito intrattenersi con donne, e questo prescrive nei suoi discorsi a chi lo segue lungo il cammino. 
Si preannunciano tempi neri per chi si guadagna da vivere con le proprie gambe.

(…) Si diceva che costui fosse stato inviato per dare agli uomini la gioia e la vita, ma quell’ orda di scalcinati non prometteva niente di buono, né dal punto di vista igienico né da quello economico (…), così presi l’incarico, rappresentante della mia categoria, di incontrare questo uomo di cui si raccontavano imprese contraddittorie. (…) Restituiva la vista ai ciechi e la parola ai muti (…) riusciva a mangiare un intera anguria senza mani nel tempo di una clessidra piccola (…) amava passeggiare sulla superficie del lago senza bagnare le sue vesti (…), esperto nel trasformare l’acqua in un vino rosso di qualità discreta, anche se poco strutturato e difficilmente abbinabile ai piatti locali  (…)”.

giovedì 10 ottobre 2013

Tema : Piacere, io sono Gauss di Silvia Tesio - Ed. Mondadori

Sezione : Gli amici della Maestra
Svolgimento



Se a scuola non avessero cominciato a stressarci con la faccenda dell’albero genealogico, questa storia non sarebbe nemmeno cominciata.
Invece eccomi qui, seduto davanti all’ufficio della direttrice didattica signora Pani, nell’attesa che la mamma finisca di levarmi dai pasticci.
Mi chiamo Gauss, ho dieci anni (undici ad agosto, infatti sono del segno del Leone) e la mia caratteristica principale è che dico sempre la verità. È il mio marchio di fabbrica, il mio vessillo e -secondo mamma - il mio peggior difetto. Un po’ di tempo fa le ho sentito confidare alla nonna che teme sia una specie di tic nervoso perché non c’è verso di farmi smettere. Ma la nonna le ha sventolato una mano aperta sotto il naso, come se stesse scacciando una mosca.
<<Stupidaggini!>> ha detto. Ed è tornata alla sua rivista di giardinaggio.
Siccome non sono tutti intelligenti come lei, per colpa di questo mio amore per la verità sono finito più volte nei pasticci e una dall’assistente sociale anche se, in quel caso, più che “un pasticcio” è stato un dramma di proporzioni galattiche.
Ricordo ancora mia madre giustificare a una donna bionda, grassa e con aloni di sudore grandi come fette di prosciutto sotto le ascelle, il perché avessi raccontato alla maestra dell’asilo che la nonna qualche volta mi chiudeva dentro lo sgabuzzino delle scope per ubriacarsi in santa pace mentre mia sorella di dodici anni mi costringeva a baciarla con la lingua.

mercoledì 9 ottobre 2013

Tema: Seconda fila

Sez. Secondo posto
Svolgimento


«Ah eccola, finalmente, è un’ora che suono! Ma poi che fa, non ci sente?»
«Salve, mi scusi…»
«Ma che mi scusi e mi scusi! Questo modo è?! Lo sapevo che era una femmina...»
Ecco, a questo punto diventa più forte di me. E parte il pilota automatico. 
Gli occhi si dilatano e la pelle del viso si distende. Un sorriso angelico mi aleggia in volto come un volo di api a primavera e l’Innocenza con la I maiuscola, l’idea iperuranica di Innocenza, rimodella completamente le mie movenze e il tono della mia voce. 
Grazia e pacatezza.  Lentezza e  leggerezza.   Sono una femmina!
Gli sorrido.
«Si calmi, la prego. Le ho chiesto scusa, mi pare. Se urla così le verrà un’ulcera entro Natale…». 
Il violino di Uto Ughi è uno stridere di miagolii tra i bidoni della spazzatura in confronto alla mia voce.
Un flauto nell’ovatta. No, di più: il sax di John Coltrane.
Lo sportello aperto, resto ferma in una posa plastica, non più fuori e non ancora dentro la mia macchina.
Gli sorrido, ancora, come se mi avesse appena offerto dei fiori. 
Elogio della lentezza, fra Kundera e Valery.
«Lei è una maleducata! Lei è una vandala! È a causa di persone come a lei che l’Italia se ne sta andando allo sfascio!»
Annaspa, snervato. Si è acceso in volto, e si sta guardando velocemente intorno in cerca di manforte, di una condivisa indignazione negli occhi dei passanti. 
Ma è ora di pranzo e non se lo fila nessuno: forse anche per questo improvvisamente ha una specie di scatto nella persona, inequivocabile.

martedì 8 ottobre 2013

Tema: L'Amante, seconda classificata in tutto

Sez: Il Secondo Posto
Svolgimento

Sono l’eterna seconda, ma un giorno mi sono stufata e l’ho fatta fuori. Dovevo liberarmi di questa posizione. Le ho dato un colpo di ferro da stiro. L’ho stesa, l’ho marchiata a fuoco. 
Non se lo aspettava. Lei, la moglie, la prima arrivata. Si forse ho commesso un errore, avrei dovuto uccidere lui, l’eterno indeciso, quello che mi aveva stampato il numero due sulla pelle. Quello che dentro le ciabatte di lei aveva fatto casa e che nei miei tacchi a spilli faceva casino.
Io la traviata, lei la casta. 
Natale insieme? Ma sei matta al massimo arriverò per la “seconda” portata, ma non ti assicuro nulla! Il Capodanno? No. Potrei fare una scappata il “2” gennaio. Mai una notte intera insieme.
Mi sono sentita sempre come un pezzo di carne di secondo taglio ben esposto alla vista, mai di prima scelta. Al ristorante, al cinema. Prego si accomodi, dall’ingresso secondario.
Figli? Diceva lui: “se mi ami, non puoi chiedermi questo”. Io venivo sempre dopo, l’eterna seconda che non poteva neppure salire sul podio, un secondo posto segreto da tenere avvolto in madide lenzuola, da rabbonire con promesse e regalucci di seconda mano. 
Quando ho bussato alla sua porta, non si è nemmeno stupita, sul volto la sicurezza di chi sa che niente la scalzerà dalla sua posizione. Io invece volevo aprire la mia bottiglia di spumante sul gradino più alto, spruzzarlo in faccia a coloro che continuavano a considerarmi una perdente.

sabato 5 ottobre 2013

Tema: Seguendo la bara

Svolgimento

Era morto.
Eh sì, era proprio morto!
Stava lì, sul letto, circondato dai soliti ceri, quelli lunghi e grossi, accesi.
Non c’erano fiori nella stanza, ma su un mobile un cestino con delle offerte: così aveva voluto.
Le mani, che stringevano il rosario e un libro di preghiere poggiate l’una sull’altra, erano composte sulla sua pancia.
Certo, per uno che di Dio e di Chiesa ne aveva voluto sempre molto poco, c’era di che pensare…
(Un mega paradosso!).
“Le convenzioni”, “tutti fanno così”, “non dobbiamo far parlare la gente”: queste le vere motivazioni.
La bocca tenuta chiusa da un aggeggio trasparente, anche i piedi erano tenuti uniti da un altro attrezzo simile, creato apposta per queste mansioni, magari da qualche ingegnere precario.
Panni neri scendevano a oscurare gli specchi per evitare che il riflesso della morte si proiettasse all’infinito.
La moglie addolorata, appoggiata al figlio trentenne, bamboccione, non aveva più lacrime.
Il figlio lo fissava e pensava a cosa avrebbe fatto adesso che il suo sostentamento era trapassato.
Sì, era stato un buon padre, un po’ rompicoglioni con la fissa che avrebbe dovuto cercarsi un lavoro, ma tutto sommato un buon padre.
Certo ora conveniva effettuare la reversibilità della pensione, quella di mamma era la minima, sì, quella sociale, quella che si dà alle casalinghe, quella che non arriva neanche a cinquecento euro al mese;  mentre la pensione di papà era quella di un funzionario del comune ed era di quasi mille euro.
Sì, al più presto era necessario fare la reversibilità se voleva continuare a vivere come aveva fatto fino adesso.
Due uomini dell’agenzia, in vestito, eleganti, a cui si erano rivolti per il servizio funebre, entrarono nella stanza e fecero segno che era ora.
Tutti gli astanti si alzarono e uscirono.
I due delle pompe funebri, che poi non ho mai capito ‘sta storia delle pompe, sistemarono la salma nella bara e lo fecero velocemente e con professionalità.
Al momento della saldatura, la moglie ebbe qualche sussulto in più e si aggrappò al figlio che la strinse e poi l’abbracciò.
Collocarono la bara lì dove poco prima c’era stata la salma, misero sul coperchio un cuscino di rose rosse con una striscia viola con su scritto: “La moglie e il figlio”.
Ancora, i tizi delle pompe entrarono nella stanza per dire che era ora di andare in Chiesa per la Messa.
Al figlio veniva quasi da ridere: una Messa per lui che in Chiesa non c’era più stato dal ’58! 
Chissà come l’avrebbe presa se avesse potuto assistere al suo funerale!
Ma: “le convenzioni”, “tutti fanno così”, “non dobbiamo far parlare la gente”, hanno avuto il sopravvento su un gesto che invece andava fatto per pura questione di correttezza.
Chiesa piena e Messa lunga, resa ancora più lunga dal Parroco che, avendo visto la Chiesa piena, non si lasciò sfuggire l’occasione.

venerdì 4 ottobre 2013

Tema: Il libretto rosso dei pensieri, il secondo libro più diffuso

Sez: Il Secondo Posto
Svolgimento

Prima di me c’è il diluvio, descritto insieme a tutta una serie di piaghe e disgrazie e personaggi che si rincorrono dalla genesi ai giorni nostri. Prima di me, sul gradino più alto del podio, c’è Lui, tutti lo sanno, soltanto uno è il Libro per definizione, il testo che contiene tutto e il contrario di tutto e diovifulmini se oserete contraddirlo. 
Classifiche, sondaggi, statistiche, fior di laureati mobilitati per calcolare i volumi di vendita dei volumi, ma lo so in partenza che per me non ci sono santi, mentre il mio avversario, insomma, secondo me le classifiche delle vendite sono truccate e se ci penso mi si rivoltano i paragrafi dentro i capitoli.
Il secondo posto mi andrebbe anche bene, non è di questo non mi lamento, un secondo posto nella storia, scelto tra milioni di altri libri, è tutt’altro che da buttare via. Eppure un po’ di rammarico c’è, mi sento defraudato di qualcosa, è una macchianera che imbratta le mie pagine. Dopo tanti anni di storia sul dorso, meriterei anch’io un primato, ci vorrebbe almeno un avvicendamento decennale, un ribaltamento delle tendenze, il coraggio di voltare pagina. 
Purtroppo, secondo i sondaggi, la gente di tutto il mondo si ostina a tenere sul comodino la Bibbia, e non il Libro delle Guardie Rosse, che sarei io, più conosciuto in occidente come il Libretto Rosso di Mao. E già qui ci sarebbe da aprire una parentesi, perché prima di diventare il Libretto Rosso sono stato bianco, poi melange, alla fine il rilegatore e il presidente Mao si misero d’accordo sul colore della copertina. Il rosso, diceva Mao, oltre che i tori, avrebbe attirato anche le masse operaie di tutto il mondo e poi il rosso è il colore dell’energia positiva, delle bandiere comuniste, della forza, della rivoluzione, nel frattempo che lui declamava, il rilegatore aveva già finito il suo lavoro e mi aveva impacchettato e consegnato.

giovedì 3 ottobre 2013

Tema: Ombra Bianca di Cristiano Gentili, Ota Benga edizioni

Sez. Gli amici della Maestra
Svolgimento




Poi nacque Lei

Il corpo della madre si aprì per farle strada alla vita. I vagiti furiosi trapassarono la porta di lamiera della capanna e giunsero fino al cortile gremito. Una nascita era sempre un evento che coinvolgeva l’intera comunità dell’isola di Ukerewe; un fazzoletto di terra pianeggiante con un tripudio di sfumature dal verde mela al verde smeraldo, incorniciata dal blu intenso del Lago Vittoria.
Il nostro spicchio di cielo a terra, pensò Sefu, il padre della neonata, in attesa che la porta di casa si aprisse.
Il tempo passava, e la porta restava ostinatamente chiusa. Si era nella stagione delle piccole piogge, quando il tempo è volubile e capriccioso. Era quasi il tramonto, e l’aria fresca s’imbeveva della luce rossastra degli ultimi raggi di sole; tuttavia Sefu respirava l’odore inconfondibile della pioggia. Presentiva che il buio delle prime ore della notte avrebbe generato, con l’aiuto dei venti monsonici, i grossi grappoli di nubi che all’alba avrebbero riversato a terra l’acqua proveniente dall’Oceano Indiano.
A un tratto la porta della capanna si aprì e una donna fece cenno a Sefu di entrare. Sul cortile scese la quiete. Lui oltrepassò la soglia di casa e il sorriso gli morì sulle labbra. Vide sua figlia dormire nuda su una stuoia. Sbarrò gli occhi e si afferrò i capelli con entrambe le mani. Il corpo paralizzato, gli occhi ipnotizzati dal corpicino che volle toccare con un dito auspicando fosse una sua fantasia. Era invece indiscutibile. Benché fossero trascorse alcune ore dalla nascita, la pelle di sua figlia era lattea come quando dalle acque del ventre di sua madre era venuta alla luce. È un’ombra bianca, continuava a ripetersi e a negarselo.
Nella capanna l’aria era impregnata di un silenzio mortale.

mercoledì 2 ottobre 2013

Tema: Camilla, seconda moglie di Carlo d'Inghilterra

Sez: Il Secondo Posto
Svolgimento

Alto, ancora in forma, se avesse i capelli sarebbero brizzolati e mi piacciono un sacco quelli canuti.
Vedovo. Sì, vedovo. Sto parlando di quello stato in cui si entra a fare parte quando muore la moglie. La prima, la donna di cui lui si è innamorato, che ha sposato, la madre dei suoi figli, la " prima donna"
E tu sei la seconda, seconda in tutto. Ora che ci penso la seconda volta è stata meglio della prima e mi lascio trastullare dal ricordo.
Intrappolata dal numero due in un vortice continuo tra confronti e precisazioni varie. 

“Lei non ci metteva la noce moscata nel ragù e mi accompagnava ogni domenica a pranzo dai miei.”

Io ce la voglio mettere la noce moscata nel mio ragù, è un ingrediente che mi piace e non voglio venire a pranzo dai tuoi perché a tuo padre gli puzza l'alito di germogli di soia andati a male.

La mia prima moglie inamidava le mie camicie prima di stirarle e le riponeva in fila perfettamente ripiegate una sopra l'altra.

Non voglio piegare le tue camicie preferisco appenderle che faccio prima e l'amido lo uso solo in cucina per le mie creme.

Lei le uova le montava a mano.

Io uso lo sbattitore elettrico e preparo il brodo vegetale prima di fare il risotto e canto mentre cucino.

Lei odiava cucinare che si sporcano un sacco di cose e si fa puzza in cucina e poi amava le banane mature, le schiacciava a composto e le mangiava con gusto

Io odio la frutta matura e non mangio banane, compro lo sciroppo d'acero e lo zucchero di canna e faccio i dolci light che ho la tendenza a mettere chili.

martedì 1 ottobre 2013

Tema: Middlesex, il secondo romanzo di Jeffrey Eugenides

Sez: Il Secondo Posto
Svolgimento

Gli avrò rivolto la parola una o due volte senza sembrare un demente. Quando mi ascoltava, durante l’intervallo o mentre raccoglieva frettolosamente le carte sopra la cattedra per andare via, aveva un modo estremamente fascinoso di lisciarsi quei quattro capelli che gli erano rimasti sulla nuca, un po’ sbiaditi sul giallino. Doveva essere un uomo tanto stanco, con gli occhietti incavati e increspati da tantissime venuzze che supplicavano riposo. Al mattino mi pareva un Picasso: un’accozzaglia di forme, odori e umori messi lì a darmi serenità. Capitava spesso di sentirmi perseguitato da quel suo odore di trinciato e deodorante, così ne seguiva che il suo nome mi pizzicava sul cervello e poi sulla lingua, ché avevo voglia di pronunciarlo, di destrutturarlo, di possederlo tutto. E partiva la fantasia. La fantasia di stargli sopra nudo, quella di baciarlo e di leccargli la lingua che sa di Merit, quella di mordergli i capezzoli che non gli ho mai visto mentre lo sento dentro. Sono anche andato a trovarlo a casa sua una volta, d’estate, per restituirgli un libro che mi aveva prestato. Ero sicuro di poterlo conquistare: mi feci offrire un tè, iniziai a scorrere col dito i tomi della sua libreria e iniziammo a parlare di letteratura americana, quella postmoderna.