domenica 16 settembre 2012

Tema: Primo giorno di scuola


Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare. Mamme fighissime truccatissime con enormi occhiali scuri anche se veniva giù il diluvio universale. Ho visto bimbi con in spalla zaini enormi (contenenti chissà cosa) modello sbarco in Normandia. Ho visto papà impazziti con videocamere, fotocamere, hd, full hd, reflex, compact, iphone, ipad, arrampicarsi sugli alberi pur d'immortalare il proprio pargolo varcare l'oblio scolastico. Ho visto bimbi angosciati, con gli occhi spenti e persi chiedersi che cosa ci faccio io qua? fino a ieri scavavo buche in spiaggia, porcapalettaaaa!...e tutto questo andrà perduto come lacrime nella nutella. E poi si resta soli. Per la prima volta le loro vite si separono. Le porte si chiudono. Si va in classe. Amen.
La mamma fighissima iperaccessoriata pensa felice che finalmente inizia una nuova vita. Libera! Sono finalmente libera! Tolto il pargolo dalle palle, mal che vada per mezza giornata, e fugge come una libellula impazzita e sculettante dall’estetista.Anche le libellule sculettano.

sabato 15 settembre 2012

Tema: Pasticciata Siciliana (IV di IV)


L’avrebbe fatto stasera? Finalmente l’avrebbe fatto? Avrebbe fatto finalmente il salto nel vuoto, ci avrebbe provato con la Grande Strafiga Stupida Tettona che lo ammaliava con la superficialità dei suoi discorsi, l’esplosività del suo corpo? Marco uscì dal ristorante pensando che si, si, si cazzo, questa era la sera buona. La spinta gliel’aveva data il tizio di trent’anni che gli aveva indicato col dito, con un gesto insieme teatrale e magniloquento, onesto e magnifico, che gli aveva indicato col dito i vuoti delle sue stempiature e della sua vita. La spinta gliel’avevano dato i suoi Sogni Infranti. Una meraviglia.


Stefania. Una meraviglia. Dentro la sua Seat Arosa giallina, sua per modo di dire, dato lo zero totale delle sue entrate da qualche mese a questa parte, e l’intestazione in nome del padre, dentro la sua Seat Arosa giallina c’era ora Stefania, tutta provocante nel suo maglioncino rosso, nei suoi jeans stretti, nelle sue scarpe da tennis. Provocante, ammaliante, tremendamente attraente nella sua innocente sensualità. 


Carte di gelato svolazzanti, il bicchiere della bibita caduto per terra, i tappetini luridi di terriccio e minuscole cartacce, il cruscotto rattoppato con lo scotch, i vetri appannati. Lì, sull’umido dei fiati condensati, Marco aveva disegnato con le dita tremanti un tondo e tre segnetti all’interno. Una faccina triste. Una cosa così idiota che quasi ne provava vergogna. Ma lei aveva riso, e questa era ciò che contava. Gli aveva piantato in faccia i suoi due grandi occhi celesti e gli aveva chiesto perché mai quella faccina era triste.

Il suo corpo, nella risata, sobbalzò tutto. Lui sentì distintamente il fiotto caldo di profumo che sprigionarono quei due suoi seni. Seni enormi, mamma mia, seni enormi in cui avrebbe voluto affondare, perdersi dentro, annientarsi. Sentì che se ne stavano là, gioiosi e placidi, maestosi e materni. Sentì le sue gambe poggiate sul cruscotto, piegate e aggraziate, che ogni tanto cambiavano posizione. Sentì tutto il corpo di lei, florido e nello sbocco della gioventù, che sembrava invitarlo ad una più calda conoscenza.  


venerdì 14 settembre 2012

Tema: Felice giorno degli uccelli


Svolgimento

Lo sento, il cimento ricorrente si avvicina di nuovo. Riconoscerei questa precisa nota di cafard anche se avessi appena bevuto un bel bicchierone di decotto di acacia, assenzio e stramonio con quella spruzzatina di dopamina che fa sempre bene. Tu sei lì nell’afa della canicola e senti la bimba dei vicini che gioca al compleanno con la Barbie e le canta Eppi berdei; improvvisamente un ricordo ti si affaccia, investendoti con la forza di un treno in corsa. Sei in una stanza con le tapparelle mezzo abbassate per difendersi dalla battuta del sole del secondo piano di una vecchia casa; la stanza è una cucina, con dei mobili in formica bianca e finto legno scuro, col piano verde bottiglia e le maniglie trapezoidali nere. La tavola è apparecchiata con una tovaglia di tela grossa, rosa chiaro con una fascia più scura, e piatti di ceramica bianca; ai due lati siedono un uomo e una donna, in mezzo un bambino. La donna si alza e prende qualche cosa dal pensile d’angolo: è una piccola torta sulla quale ci sono tre caramelle tonde di gelatina e tre candeline. Posa il dolce sul tavolo e le accende, per poi incitare il bimbo a soffiare per spegnerle. Il piccolo non si accorge che lei soffia assieme a lui, né si rende bene conto di che cosa dovrebbe succedere perché è riuscito a spegnerle in un colpo solo: aspetta solo di mangiare la sua fetta di torta, senza sapere che cosa sia un desiderio. Forse. È il tuo primo ricordo in assoluto; riesci a evocarne gli odori, i suoni, i colori al punto che potresti perfino toccare i suoni o leccare i colori. 
Un istante dopo vedi un ragazzino imbarazzato, non sorride perché gli manca un incisivo e forse un po’ perché è avvolto in un maglione di lana mélange di un improbabile color cacca di gatto. È circondato da parenti festanti, ha davanti una torta con su dei confetti disposti a fiore e delle candeline; la consorteria parentale ulula perché le spenga, lui lo fa controvoglia perché sa che subito dopo qualche simpaticone provvederà a tirargli le orecchie ritualmente; quelle orecchie a sventola che cerca sempre di nascondere sotto i capelli perché lo fanno sentire brutto, goffo, deriso. 

giovedì 13 settembre 2012

Tema: un ricordo

Svolgimento

Rosse talvolta color tortora. Non capisco come mai me le comprarono ambedue. Non si può. Tutti i capricci esauditi. Ero davanti ad uno scoglio.
La domenica pomeriggio andavamo al cinema, avevo un maglione aragosta. Il colore era aragosta intenso, non salmone, né fucsia. Aragosta. Vellutato come le mie guance, tonde, rosate e poi arrossate dal calore  della lana, degli ambienti affollati, al buio di sale cinematografiche.
Le risse dei gladiatori, i ruggiti delle belve, i cristiani crocefissi mentre fuochi bruciavano dappertutto: bracieri, tra le croci dei condannati, davanti agli altari degli dei immortali. I dialoghi degli attori della celluloide, i film comici e i film d'epoca romana, nient'altro. Se cambiava il genere restavo fuori dai dialoghi e dalla storia. E la risata di mio padre faceva eco a tutto. Alle risate e anche ai momenti di crisi, alle lacrime, ai capricci, ma era difficile non esserne contagiati.
Tenevo sette anni. Camminavo con scarpette di vernice, talvolta rosse, talvolta color tortora. Avevano un pon pon di lapin in tinta proprio al centro. Era il tempo delle scarpette e delle mutandine di pizzo, velate davanti e affollate di merletti dietro, rendendo tanto eleganti quelle bambine di pizzi e rossetti rubati. Di smalti sulle dita piccole e unghia microscopiche, nastri, treccine strette e tirate su da fiocchi enormi.
Sono davanti allo scoglio. Ha la forma esatta che mi aspetto. La solita e se cerco di capire perchè mi sia tanto familiare non ho risposte da darmi. Mi è familiare. Ha una cresta tozza che si inalbera sulla parte più alta, poi è strozzato quasi al centro. Sono tante scaglie laviche levigate che si susseguono.
L'aria ha il sentore di mare, di gabbiani, di pesci andati a male, di escrementi lasciati colare sullo scuro marrone arroventato dal sole.
Lo scoglio è affondato, adagiato su fondale alto quanto basta, di sabbia, e acqua chiarissima.
Aspiro l' odore forte di mare, intenso e misto a alghe, gabbiani ed escrementi. E mi porto intorno al versante nord. 
Lì un' insenatura piccola, suggestiva, tempestata da piccoli molluschi che ne imbiancano il bordo, da alghe, da muschi.
Immergersi è una festa di colori, l'azzurro dell'acqua, la miriade di pesci: azzurri, verdi, giallo-verdi, sole e ombre che dall'alto proiettano sul fondo la rupe sormontata dalla cresta rocciosa. Poi dai ricordi emerge il volto di mio padre e la sua spazzola di capelli ricci, morbidi, neri, come un colbacco sulla sommità della testa. I suoi capelli sono la sommità dello scoglio. Ne aspiro il profumo, sono a casa.


mercoledì 12 settembre 2012

Tema : Mi sento designificato *1



I bianchi in vacanza.
I muezzin rincorrono la preghiera nella sera. La luna copre tutto Istanbul si avvolge di paschimine. Irene e Marco salgono sui tetti.

La cena viene servita con routine, Allah al bar. Marco annota sulla Moleskine l’equazione della valuta con le lire turche.
I bianchi in vacanza sono antropologi, alloggiano in un hotel cinque stelle dato dalla compagnia area e si lamentano di continuo di quanto sia un non- luogo: aeroporto accanto hotel lucido spersonalizzante.
I bianchi sono antropologi: usano lo scalo a Istanbul per riprendersi dalla modernità. Le donne turche indossano il chador, le più sexy il burqa. Gli uomini sono liberi di vestire all’occidentale. Profumano di grigliata questi turchi.
Irene segna sulla agenda:

“Istanbul, luglio duemiaedodici.
Sarà perché è il periodo del ramadan ma questi turchi puzzano proprio di grigliata. E poi non smettono mai di cantare. Le donne arabe non sono emancipate, inizio a vedere un settore di schismogenesi. La modernità in Turchia non ha abolito la pena di morte.”
Marco, macchina fotografica come terzo occhio, cattura la preghiera nella moschea blu. Silenzio e clik.
Clik e silenzio.
Che ne sarà di noi. Gli uomini pregano da un lato, i bambini corrono. Nemmeno Allah li fermerà.
Clik e un passo, uno sguardo in alto, la moschea si spoglia tassello per tassello.
Marco si piega e respira il tempo ingessato. Irene sale le scale, è il posto riservato alle donne. Solo con il velo la moschea si vede dall’alto.
Marco: «Era da tanto tempo che non mi prendevo una vacanza. Rashid, carica il narghilè.» Fuma e respira lentamente come se nulla fosse. Una donna si addormenta al tavolo, famiglie tornano satolle dal ramadan. I gatti turchi presiedono la situazione saltando sui tetti.


Tema: Pasticciata Siciliana (III di IV)


Intanto si rifece vivo lo squallore fatto persona, il trentenne emaciato, alto e magro come un palo in disuso, patetiche stempiature, occhiali spessi e sporchi, acne rivoltante. Si rifece vivo, tutto in visibilio dopo avere baciato entrambe le guance, affondando estaticamente le labbra umide sulle guance profumate e perfettamente rasate dell’Onorevole. “Sei venuto qua solo per mangiare?” gli chiese, accostandosi con tono ammiccante. Gli occhi gli si erano fatti stretti come quelli di un topino. “E per cosa, sennò?” gli rispose, Marco, che tra l’altro era riuscito ad afferrare a malapena un paio di olivette. Lo snobismo del cazzo, da che mondo è mondo, lascia morti di fame. “Dai, non fare quello che non capisce. Sei venuto per parlare con Lui, non è vero?”. E partì il duello. “Sono stato invitato” ribattè allora Marco, con tono il più neutro possibile. “Invitato? – lui cominciò ad innervosirsi – Cioè, come si invitano i parenti o gli amici ad una festa di compleanno?”. “Qualcosa del genere”. “Ok, ma non ci devi parlare, con Lui?”. La sua voce si faceva progressivamente più stridula, si contorceva, si seccava, come un fiore che veniva crudelmente torturato da un raggio laser. Intanto Marco aveva assunto il suo sguardo più neutro possibile, il tono più vago e ipocrita, controllo siderale, la narice arricciata innaturalmente. “Scusa, non capisco, cosa dovrei dirgli, a Lui?”. Era sadismo puro, Marco lo conosceva da tempo. Era stato un ragazzo interessante, a volte perfino bello. Aveva avuto la testa piena di sogni, una volta. Studiava, leggeva, si informava, voleva viaggiare, aprirsi, conoscere il mondo. Aveva avuto negli occhi una luce speciale, una volta. Ma era invecchiato anzitempo, adesso era sfatto, svuotato, straziato dai suoi trent’anni, dalla sua disoccupazione e da chissàchealtro. “Cosa dovrei dirgli, a lui? – ripetè Marco, gelido – Io neanche volevo venirci qui, stasera. Ma vabbè, mi sono detto, mangio un po’ a scrocco e me ne vado subito. Ti pare, stasera ho altre cose da fare. Come me ne fotte a me di andare appresso a sti cazzo di politicanti”. Si zittì, lesse un sms appena arrivato. Sorrise.  


martedì 11 settembre 2012

Tema: Corri!

Svolgimento


Prima di arrivare al centro del collo dell’uomo che stava in mezzo e prima che quest’ultimo si accasciasse a terra preda degli spasmi e del sangue che gli riempiva la gola, il pallino di piombo aveva forato l’aria per mezzo metro (sarebbe stato impossibile, da quella distanza, mancare l’obiettivo, anche per un tiratore poco esperto). Il secondo colpo non fu così preciso ma riuscì comunque a strappare alcuni tendini della gamba che tenevano il muscolo legato all’osso. Nei secondi successivi ai colpi, i due uomini riuscirono a correre, inciampare, rialzarsi e correre ancora; la gamba continuò a sanguinare, i rami sporgenti strappavano i brandelli di carne pendula e non si muovevano né si spezzavano. Dietro di loro, scarponi di pelle nuovi rompevano radici e affondavano in pozze di fango e sangue. Correvano. Inseguivano.

Un altro sparo, un tonfo, poi il silenzio.

- Ho paura, sto continuando a sanguinare, aiutami ti prego.
- Stai calmo, se ti agiti quello torna e ci ammazza. Chi diavolo è questo? Chi  l’ha portato?
- Non lo so, i ragazzi dicevano di averlo conosciuto al bar, ha accettato subito di venire, diceva di essere un esperto, che male! Aiutami.
- Sta’ zitto che quello ci sente, mi era sembrato un ragazzo a posto,   silenzioso sì, ma ho pensato fosse solo timido.
- Non la sento, non sento più la gamba.
- Shh, sento dei rumori, non ti muovere.

Il ragazzo silenzioso lo era, ma solo perché il piano andava pensato, gestito alla perfezione, il messaggio doveva essere chiaro, forte, avrebbe dovuto tuonare in mezzo al bosco e nei paesini attorno, lo avrebbero sentito a chilometri di distanza, nelle grandi città, udito da tutti, e doveva avere il colore del sangue, innocente oppure no, non importava. Avvicinarli era stato semplice, era bastato vestirsi come loro, offrire una birra al primo, vantarsi di essere entrato nei boschi con lo zaino vuoto ed esserne uscito carico di corpi dalle teste penzolanti, così tanti che di tutta quella carne una parte era risultata inutile e quindi lasciata ai cani.


lunedì 10 settembre 2012

Tema: Vale di Francia

La chiamavano "Vale di Francia" non perché fosse francese ma perché qualcosa in lei ricordava l'esser francese: la lingua francese, la cultura francese, la pittura francese, il vino francese e la poesia francese. Lei, a onor del vero, aveva vissuto per qualche tempo in Francia e nelle Fiandre Francesi eppure, era già francese prima ancora di aver poggiato il vezzoso piedino sulla pista dell'aeroporto di Orly. Lei non si sentiva francese: quello che sentiva era solo una forte attrazione e un grande amore per la Francia di un tempo, per le campagne e le foreste francesi, per il sangue ribelle francese, per la lingua francese, per le frangettine francesi e per quei visini alla Sophie Marceau del tempo delle Mele. ma questo esser francese... francese sì, ma di dove? Di Bretagna? Di Provenza? Oppure di Cornovaglia? Perché sebbene lei abbia vissuto a Parigi, tutti i francesi concordano che la Francia non è Parigi, sebbene i parigini stessi ne siano fermamente convinti. I parigini poi... Non esistono più "parigini". I veri parigini vivono fuori Parigi. Alcuni di loro hanno trovato sistemazione presso la campagna dell'ile de France, ma solo presso quei villaggi in prossimità della stazione. Sì perché loro, i parigini, la mattina si svegliano alle cinque: alle sei passa il teno che li porterà a Parigi e lì la metrò che li porterà al lavoro. Poi di nuovo la metrò, poi di nuovo il treno e poi casa. "Métro, b(o)ureau, dodò"* dicono i francesi o meglio, i parigini. I parigini sono stati sfrattati da Parigi: la nouvelle vague non fu un'ondata di freschezza no, fu un vero e proprio Tzunami per quella città! Da quando a Godard venne in testa di creare "Parigi" ecco che tutto il mondo ha voluto viverci, cambiandola profondamente, rendendola irriconoscibile. Sì perché la Parigi di Godard era ancora Parigi. Poi arrivò lui e Parigi cessò di esistere se non nei sogni dei poco radical e molto chic di tutto il mondo. Parigi ha cambiato volto tante volte eppure vi è un filo conduttore che li collega tutti.


Sezione Attrici - Tema: La bellissima

Un tailleur nero e la luce dietro. Al buio come un'ombra cinese forse anch'io potrei, ad esempio buttare giù i capelli e mettere su una coscia, che so...ruotare i capelli velocemente ora di qua ora di là e poi indietro fino a sciogliere via la giacca come una pelle. Ma alla luce quella morbida linea delle labbra da bambola, carnose, quelle spalle ampie e il seno, l'apertura alare delle gambe seconda solo a quella delle braccia e bionda, biondissima, alla luce no, non è facile copiarla.

- Marmellata signorina?-
- Veramente ghiaccio-
- Ghiaccio- E sorride.
Bionda, che dice sempre si. Bambola/oggetto, bambina esperta o donna ingenua, il sorriso non  torbido, gli altissimi giri di vortice in viti sempre più strette e cadute libere senza paracadute.

Nel vortice John Gray eppure perde la donna della sua vita. Forse vuole di più. Ha sempre voluto di più e non si accontenta della pazienza di lei, della ingenua sensualità, della passione. Della passione ingenua  di una bimba che esegue i suoi giochi. E la perde.
Ha voluto di più. E non corre, non corre, né sale le scale di corsa per prenderla tra le braccia e fermarla con forza contro un muro e gridarle: non è come credi, non è come credi.



sabato 8 settembre 2012

Tema: Diario di Viaggio




Non ricordo i miei ultimi scritti,
le date,
l'accozzaglia di parole che mettevo 
insieme tra un viaggio e l' altro.
Anche se poco presente vi leggo,
preparo lo zaino,
fumo una canna quando capita
e mi bevo una birra.
Sono appena rientrato da quota duemila,
montagne che si spaccavano
e lingue di neve che sparivano.
Qualche arrampicata folle
e la gestione di un rifugio.
La bella ragazza russa che continua a scrivermi,
il committente  inglese che mi chiede
opere in legno a cui non risponderò.
La richiesta di collaborazione con
il trafficante di droga del Nicaragua
per la costruzione del villaggio turistico.
L'amico miliardario che ti viene a prendere in
porsche e ti racconta i suoi Problemi.
Non mi faccio mancare le cose inutili!
Nel mentre cerco un biglietto
a buon prezzo per la Scozia
Anche se dovrei ripassare per l' Irlanda,
pare che il fantasma senta la mia mancanza.
Il castello sta crollando per incuria 
e a me scappa un
MAVAFFA....LO

Ella Bix

Tema: Pasticciata Siciliana (II di IV)



Bicchierata sto cazzo. Quello era un vero e proprio banchetto. Banchetto un po’ alla buona, certo, perchè si stava sempre nel paesello buco di culo di cinquemila anime e certo, ai paesani non piacciono certo le cose troppo chic, però diamine, c’era il ben di Dio, su quei tavoli. Tutto era stato adibito alla perfezione. Una perfetta riproposizione dell’Albero della Cuccugna. Stessi umori, stesse facce fameliche, stessa ingordigia da naufragi. Lì dentro era tutto un ruminare di mascelle, uno sbattacchiare di pappagorge, uno strabordare di panze e corpi mollacchi. 


Attorno ai tavoli del buffet, tovaglie a quadrettoni rossi come a riproporre chissà quale sagra rustica, attorno ai tavoli del buffet gli avventori erano perlopiù gente bruttissima e oscenamente grassa, dal colorito malarico e dalle pesanti occhiaie intartarate di ottusa furbizia e bieco rancore. Quasi tutti erano del tipo umano malaticcio. Flaccido, grosso e malaticcio. Molti si avvicinavano al mito dello straccione obeso, quello che ogni giorno s’ingozza di merce scadente rigorosamente sottomarca, inferni di coloranti, conservanti e grassi saturi. Animali da superdiscount, arrampicatori di scaffali inumani, schiavi del carrello carico di schifezze, disperati divoratori di immonde merendine, salumi, paste, lardi, cioccolatini grondanti tossine e grassi residui di Occidente alla deriva. 


venerdì 7 settembre 2012

Sez. Attrici - Tema: Marilyn Monroe

Ore 4.30 Pm. 

Bert Stern passeggia nervosamente tra le stanze della suite dell’hotel Bel-Air. 

Nella camera da letto è tutto pronto: il letto è rifatto con un lenzuolo bianco dal risvolto plissettato bordato da un filo di pizzo, sul tavolo vino rosso e bicchieri di cristallo. Non gli è sembrato vero quando lei gli ha detto sì e ora che l’aspetta gli sembra di aver sognato tutto. Continua a ripetersi di stare calmo, che è normale il ritardo poi si dice che non verrà, poi torna a ripetersi che è normale il ritardo in un loop mentale che dura da cinque ore. 
Poi di colpo lei è lì e satura lo spazio: biondissima, eyeliner nero e labbra cremisi. Più bella più di quanto l’avesse immaginata, così vitale e disponibile che l’angoscia dell’attesa gli sembra dovuta. 
- Scusami tanto – gli sussurra con la voce che l’accarezza – è che in questo periodo dormo così poco che Eunice non ha voluto svegliarmi per tempo. Ora però mi faccio perdonare, va bene? - e scalcia via le scarpe bianche col tacco a spillo. 
Sul fondo del letto Bert ha ammucchiato delle sciarpe di chiffon trasparenti, sul tavolo da toeletta ha appoggiato delle collane e fiori di stoffa. Le indica la camera da letto. 
- Con cosa ti andrebbe di cominciare? – chiede. 
Lei si guarda intorno sorpresa e batte le mani felice. Ignora i vestiti avvolti nel cellophane appesi ordinatamente sulla rella. Si avvicina alla toeletta e fruga tra le collane. Sposta perle e strass e tira fuori quella con i cristalli gialli. Si appoggia dietro l’orecchio una rosa di stoffa, si guarda allo specchio fa una smorfia e la lascia cadere. Poi si avvicina al letto e prende prima la sciarpa arancione, la lancia in aria e la lascia fluttuare a terra. Scarta quella rosa e sceglie quella a righe. Ora sta sorridendo anche con gli occhi. 


mercoledì 5 settembre 2012

Tema: Enodia


Sognava di correre rapido in un prato nelle ore del tardo pomeriggio, con mosse poco aggraziate saltava di quando in quando una radice affiorante o una pietra, e in quei brevi istanti gli sembrava quasi di volare sopra i fiori degli asfodeli che punteggiavano la distesa d’erba. 

Si accorse di una donna, in piedi vicino a un gruppetto di alberi, che guardava nella sua direzione sorridendo in modo appena accennato. Indossava una tunica candida, trattenuta da una cintura ornata da un medaglione di onice sul quale era incisa una strana figura sinuosa e trilobata con al centro una sorta di stella o di fiore; ai piedi indossava dei calzari che sembravano d’argento, e sulle spalle un mantello di colore giallo rossiccio.

La vide altre volte nel corso degli anni, ancora in quel prato oppure una volta sul limitare di un bosco in una notte di luna piena, nel buio reggeva due torce per illuminarsi il cammino e i suoi sandali sembravano scintillare alla luce tremolante delle fiamme.
S’incontrarono ancora, lei non era sola: la accompagnavano altre due donne, una fanciulla dallo sguardo penetrante e dall'atteggiamento distaccato e una donna anziana e rubiconda dai boccoli grigio ferro e dalle labbra piene. Quella volta lei indossava una lunga gonna nera, una camicetta bianca incrostata di pizzi e un foulard rosso a grandi bolli bianchi e neri annodato a trattenerle i capelli corvini, le cocche le scendevano sulla spalla destra. Lo chiamò, dicendogli di avvicinarsi senza temere nulla; gli sorrise con un sorriso luminoso quanto una falce di luna in una notte di agosto; gli mise le mani sulle spalle e si fece grande mentre lui si faceva piccolo, da sotto la gonna spuntarono due zampe lupine e lei lo consacrò. Lui ebbe paura, si ritrasse e… si smarrì.

lunedì 3 settembre 2012

Tema: Pasticciata Siciliana (I di IV)



Non puoi non andarci non puoi non andarci non puoi non andarci. 
Marco Fantesca e suo padre, che gli si avvicina sventolando quel suo mantra di negazioni. Non puoi non andarci, figlio mio adorato, non puoi non andarci stasera, è importantissimo. “È un’opportunità grossissima, figlio mio, finiscila di fare il difficile. Non lo capisci che certe occasioni non si possono mancare? Certo, non c’è niente di sicuro. Non mi ha dato niente di sicuro, ma bisogna provarci! Bisogna cogliere tutte le occasioni come queste!”.

Offuscato dalle parole del padre, Marco annuiva con la sua solita faccia da saputello snob, adolescente difficile, irrecuperabile testainaria, ribelle senza sbocco. “Figlio mio, quando la finirai di essere così? Quando capirai che bisogna calare la testa, bisogna correre, bisogna chiedere, chiedere, sempre chiedere? Secondo te come ho fatto io a campare la famiglia? A pagarti il mangiare, i vestiti, gli studi? A farmi questa casa? A fare il possibile per rendere felice tua madre? A pagarle tutte le cure possibili?”. 

Caro figlio mio, che domande, lo sai, lo sai perfino tu! Sono riuscito a tirare avanti chiedendo chiedendo chiedendo, e sempre, in qualunque caso, ringraziando ringraziando ringraziando, facendo il carino, leccando il culo alla gente che conta, che poi, non si sa mai, sempre tenersi buona la gente che conta, tenersela vicino, perchè non si sa mai, e nel mucchio delle richieste, qualcuno che ti aiuta, qualcuno che ti fa il favore lo trovi. Come ho fatto a tirare avanti, mio unico figliolo luce dei miei occhi mio adorato? Muratore in nero e quattro mesi all’anno nella Guardia Forestale, grazie a quell’Onorevole del paese vicino che ho conosciuto durante alcuni lavori, quel pezzo grosso della Democrazia Cristiana che Sant’Uomo si è ricordato di me e mi ha messo nella lista e via per le colline siciliane a non fare un cazzo con la divisa della Forestale addosso, e ogni anno erano un sacco di soldi, e poi il lavoro a nero, niente da dichiarare, e così potevo prendere l’indennità di disoccupazione, e non mi poteva finire meglio, caro figlio mio allevato nella bambagia del mio amore, che non ti è mai mancato niente, e tutto apposto, e ci siamo fatti il mutuo, e una bella casa, con due balconi e luce dovunque, e tu hai avuto cibo, vestiti, andavi a scuola. E siamo una famiglia felice, e non siamo mai stati male. Tutto per questo! Tutto per questo! Capisci, ragazzo mio? Io alla tua età già avevo da parte i bei soldini! Capisci ragazzo mio? Quando ti si rammollirà quella tua dannata testa? Quand’è che capirai? Ho sessant’anni e sono già in pensione, da un pezzo, e ogni mese faccio la fila alle poste e lo Stato mi versa i soldi e io prendo quelle carte in mano, frusciante denaro, benedizione di Dio, caldo tampone per le ferite della vita, prendo quelle carte in mano e ancora non mi par vero, non mi par vero che arrivano soldi senza che io debba sudare, sporcarmi, martellare, scavare, rompere mattoni, stare ore e ore inginocchiato tra la polvere. È la felicità, figlio mio, capisci? È la felicita, questa, e alla felicità ci sono arrivato chiedendo chiedendo chiedendo! Cosa aspetti tu, porca miseria? Cosa aspetti tu maledetto bastardo figlio dei miei lombi, corrotto in nonsoqualemomento della tua vita, corrotto irrimediabilmente schifosamente, essere ributtante, lurido mostro prodotto dal mio seme che hai lasciato per strada qualcosa di fondamentale. La dignità! La realtà! L’intelligenza del mondo che sta fuori quella tua cazzo di testa che tu agiti adesso con fare così altezzoso ignavo spocchioso. Come se fossi un grand’uomo che può permettersi di non calare la testa per campare. Ma chi cazzo ti credi di essere? Maledetto figlio di puttana!

venerdì 31 agosto 2012

Sez. Attrici - Tema: Glenn Close

(Attrazione fatale rewriting)

Io ti guardo.
E non credere che le mura ti possano proteggere, neanche le bugie che da bravo maritino hai raccontato alla scimmietta insipida di tua moglie Beth, tu hai osato oltrepassare la superficie della melma paradisiaca di uomo che si è fatto da sé: casa invidiabile, auto da status symbol, moglie non abbastanza sensuale da crearti gelosie, figlioletta che ti chiama paparino; ti mancava l’amante per scatenarti nel tipo di sesso che non riesci a fare con la scimmietta che hai sposato (solo posizioni canoniche? chiude gli occhi quando ti spogli?) ma tu hai visto me e hai deciso di travalicare il tuo oratorio; tu lo sai che non sempre è facile tornare indietro, i sapori forti segnano confini, una volta provati tracciano punti di non ritorno - è pur vero che rinunciando ci si può riabituare a brodaglie tiepide e orgasmi stinti, a malincuore, mutilando l’animale erotomane che domanda sudore -; non hai tenuto conto di me, non sono lo svincolo che ti tira fuori da una trama esistenziale prevedibile, ti sei sbagliato, sono la rete della tua trappola, e non che tu mi piaccia chissà quanto – ce ne sono tanti che sanno scopare meglio di te, che sanno stare zitti senza esaltare il loro ruolo sociale, che lo hanno più grosso di te -, il punto è un altro: tu hai pensato che io fossi un territorio dove le tue tracce non avrebbero lasciato memoria, neanche un filo d’erba piegato, non ti sei accorto che dove tu poggiavi i mocassini da dirigente aziendale c’era resina, delle più appiccicose, alcuni la chiamerebbero “colla per topi”, altri possessività, io la chiamo materializzazione del rischio: non ti puoi sporgere senza pensare che il precipizio è una possibilità, sono la tua probabilità sfavorevole; ti è andata male, e ora, chinati, sei qui per soddisfare le mie voglie (quelle che tu non hai previsto), con la lingua - lo so, non erano queste le tue intenzioni, ambivi ad altro -, il piacere apparterrà solo a me, e non sarà sessuale, sarà altro, sottile, il numero inesistente di una roulette per uomini o la combinazione impossibile di una slot: seppur sarà la sconfitta del mio mondo complementare al tuo godrò nel dimostrarti che vite parallele si incontrano. Non pensare a me come ad una giustiziera, non ti ho tagliato nemmeno l’uccello. E non mi chiamare Beth, non servirà a nulla.

GD