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venerdì 6 dicembre 2013

Tema: Corfù

Sez. In viaggio
Svolgimento

Sotto una luce si guarda la mano destra e ci sputa sopra, poi con l'altra prova a togliere gli ultimi residui ancora visibili dell'inchiostro della discoteca e si chiede il perchè abbia accettato di entrare in un posto che si chiama “Heaven & Hell”, ma si dà subito una risposta e gli ritornano le parole esatte dell'opera di convincimento: le ragazze in questi posti spuntano come niente, vedrai, ma tu devi essere pronto quando ti chiamo, io le abbordo e tu traduci per tutti e due, ci stai? Ci sto, gli aveva detto, che per lui tradurre in inglese è più semplice che abbordare, gli basta rimanere dietro poi fa tutto l'amico, e se c'entra qualche commento personale lo può fare. Non è una tecnica già provata, solo un piano d'azione abbozzato velocemente durante l'aperitivo, il metodo più rapido per portare a termine un racconto preconfezionato di avventure sessuali durante la vacanza post-diploma; tutti argomenti a cui pensare adesso che, fuori dalla discoteca H&H, si può stare lontani da musica roboante, luci epilettiche puntate sugli occhi, camicie sbottonate, sudore che cola e fumo di sigaretta anche mentre si balla. 
A stare seduto al bar della discoteca si annoiava e a guardare il suo amico sul cubo gli veniva voglia di spaccargli in faccia il sorriso da tre cocktail, quindi era uscito, e per costringersi a non rientrare si era tolto l'inchiostro dalla mano.

La discoteca si trova sul lungomare, dall'altra parte della strada la spiaggia e lì, al buio, coppie e gruppi di amici cercano un posto appartato per poco tempo, ma a lui non interessa né cercare un posto appartato né trovare amici. Si passeggia tranquillamente, per strada nemmeno troppa confusione di macchine o di ragazzi ubriachi in cerca di un appoggio, e pensare che i programmi per la serata dovevano essere altri: si parte sempre veloci e con buone intenzioni, poi al primo ostacolo si rallenta, si cambia strada e in poco tempo ci si ritrova di nuovo all'inizio. E pure soli.

venerdì 8 novembre 2013

Tema: Nametil

Sez. In viaggio
Svolgimento

Dall'aereo il Mozambico è una terra buia, di notte è inesistente. 
Prima di lasciare Maputo mi hanno detto di non parlare con nessuno, di stare perfino attento alla polizia che crea solo problemi - ti chiedono il passaporto e poi cominciano a cercare irregolarità – mi aveva detto uno dei volontari – e quando ne trovano qualcuna, ma anche quando non ne trovano,  ti ordinano di seguirli in caserma, e se tu ti opponi puoi sempre scegliere di farteli amici, e allora ti sorridono e ti chiedono dei soldi o una ricarica telefonica, a volte anche lattine di birra o Coca Cola, qualunque cosa. Non fidarti di loro.
Quando l'aereo atterra, a Nampula non c'è nessuno ad aspettarmi; all'interno dell'edificio cadente e poco illuminato attendo insieme ad altri che il nastro trasportatore porti i bagagli ma dopo qualche rumore inceppato il nastro si ferma. 
Fuori vengo circondato da tassisti che mi offrono di accompagnarmi, mi si parano davanti, uno prova pure ad anticipare i tempi per convincermi ad accettare: afferra la mia valigia e prova a caricarla in macchina ma lo fermo mentre mi parla delle sue tariffe convenienti, poi chiamo il direttore a Maputo e gli spiego la situazione – tutto sotto controllo – mi dice – sta per arrivare un taxi che ti porterà al progetto – poi chiude.
L'uomo che esce dalla macchina si ferma di fronte a me, non è un tassista e poi non c'è neanche il cartello “taxi”, ma dice di essere stato chiamato da Maputo quindi mi fido; all'interno  una ragazza seduta accanto a lui mi sorride (io non ho la forza di ricambiare), mi siedo e rimango in silenzio per tutto il tragitto. All’arrivo l'uomo ferma l'auto, mi fa cenno di aspettare, tira fuori un taccuino e su un foglietto di carta sudicio e rovinato scrive 300 Meticais. Cerco all'interno del portafogli la somma di denaro richiesta, trecento meticais (non ho idea di quanti soldi siano in euro), sono veramente troppo stanco, glieli consegno in mano, lui ride, è grasso, ha un’apertura della bocca enorme, mi afferra una mano, la stringe forte e mi dice – obrigado, my friend.

giovedì 9 maggio 2013

Tema: Closer

Svolgimento

"Don't come closer or I'll have to go
Holding me like gravity are places that pull
If ever there was someone to keep me at home
It would be you..."
Eddie Vedder - Guaranteed


Aeroporto Malpensa: una donna con il cappotto viola mi passa davanti inciampando sui miei piedi allungati - sono disteso e ho la testa appoggiata allo schienale - e questo riesce a distrarmi da quello che osservo da un momento imprecisato subito dopo aver superato i controlli; scusi, le dico, alzando una mano, o forse lo penso soltanto e glielo dico con gli occhi e non me ne rendo conto, dopotutto è lei quella distratta, perché dovrei scusarmi io, e poi è stata lei a fare in modo che mi distraessi da quello che stavo osservando con insistenza, sono felice di non averle chiesto scusa; comunque sia, lei si volta verso di me e non dice niente, non fa neanche una smorfia, un’espressione, qualcosa che mi faccia capire che è infastidita dalle mie gambe troppo distese, niente, e il nostro rapporto si conclude così, con uno sguardo distratto, indifferente,  ognuno può tornare a fare quello che stava facendo prima; ormai, però, ho perso il mio punto di riferimento (o forse non ne avevo uno), sono stanco, il viaggio da Madrid a Milano è stato lunghissimo, vuoto, come se avessi lasciato i miei pensieri su una poltrona della sala d’attesa dell’aeroporto spagnolo, che aspettavano il volo successivo al mio, magari arrivano da un momento all’altro, tornano al loro posto dentro la mia testa, tornano ad essere quelli di sempre. In ogni caso tornano a casa con me.
Dallo zaino tiro fuori il mio diario di viaggio, il secondo da quando sono partito sei mesi fa, e scrivo “Mi trovo a Malpensa, finalmente sono su suolo italiano!”, già, finalmente, e mentre lo scrivo mi rendo conto di non averlo detto per me ma per gli altri, per tutti quelli che mi chiederanno quali sono stati i pensieri arrivato in Italia – beh – risponderò - quando sono arrivato in Italia ho avuto uno shock: tutta questa ricchezza, i modi di fare delle persone, nessuno che mi guardava in maniera strana – chissà per quanto tempo ripeterò queste parole, e allora mi guarderanno e mi faranno un'altra domanda – sono più civili di noi, vero? – e io non risponderò. Confeziono questi discorsi da fare una volta tornato a casa, quando tirerò fuori foto e ricordi di fronte a parenti, amici, conoscenti di ogni tipo, e poi di fronte a domande risponderò con le solite parole – shock, ricchezza, diversità – in un circolo noioso e logorroico. 
Dal mio posto vedo la donna col cappotto viola indaffarata: prima parla al cellulare, si sposta fuori per fumare una sigaretta, rientra e si lascia cadere esausta su una poltrona. Tra le mani ho ancora il mio diario di viaggio, ho voglia di aprirlo e leggere tutto ciò che ho scritto durante i sei mesi passati, ho voglia di capire, cercare, sapere, vedere, rivivere. Sfoglio qualche pagina iniziale, leggo la prima frase di ogni giorno, salto qualche passaggio ancora troppo vivo per essere riletto subito, ignoro crisi emozionali, momenti di solitudine, pensieri altalenanti riportati su ogni pagina, scritti a matita oppure a penna – spesso di colori diversi – prima cinque, poi sei pagine alla volta, sfoglio sempre più rapidamente fino ad arrivare a metà e rileggo la frase appena scritta, tiro fuori una penna e copro la parola “finalmente”, poi ci ripenso e la riscrivo sopra lo scarabocchio appena fatto.

mercoledì 17 aprile 2013

Tema: Sweet Molly


Svolgimento

La vita tra crostacei e molluschi non era insoddisfacente come si sarebbe potuto pensare. Bisognava avere una voce potente, questo sì, e svegliarsi ogni mattina quando ancora c’era buio per andare al porto a prendere la merce che arrivava dalle barche che passavano la notte in mare, caricarla sul carretto e andare in giro per strade strette, per tutto il giorno, gridando per cercare di venderla. Alla puzza di pesce e alghe Molly si era abituata fin da piccola, da quando il padre la portava con sé facendola sedere sul carretto, e la trasportava per le strade di Dublino, in mezzo alla gente che sorrideva a vedere quella bambina che puzzava di mare; e a volte succedeva che il padre comprasse meno merce per lasciare sul carretto lo spazio libero per la figlia, Molly tra gamberi e alghe si trovava bene, giocava con i gusci delle ostriche e delle cozze, si divertiva a guardare le vongole spruzzare e intanto cresceva, e quando divenne troppo pesante per stare sul carretto, scese e cominciò a spingerlo da sola, al posto del padre che si ammalava di più ogni giorno che passava. 
A Molly non pesava pensare di dover vendere pesce per tutta la vita – è la mia natura – diceva – sono nata per essere pescivendola e vendere pesci è la cosa che so fare meglio – e poi a gridare – cozze, vongole, tutto vivo, gente! – e continuava a spingere il carretto tra le strade della città, dove incontrò il primo uomo che le offrì denaro in cambio del suo corpo, e Molly capì che il suo seno enorme avrebbe potuto arricchirla, e visse tre vite contemporaneamente: a casa, tra piatti e stoffe da pulire, per strada a smerciare molluschi e crostacei, e nelle taverne, la sera, a vendere il suo seno così prezioso. 

martedì 12 marzo 2013

Tema: A porte chiuse

Sez. Conclave
Svolgimento

Tutto quello che doveva fare era stare immobile, neanche movimenti piccoli con la testa – né tantomeno con il corpo - erano permessi, niente, e quando non riusciva più a stare in piedi dopo ore e ore di immobilità, doveva prima chiedere il permesso e se veniva accordato allora poteva spostarsi in bagno, e accontentarsi di chiudere senza chiave, per sciacquarsi il viso, placare l’ansia che quella situazione creava, oppure, a volte, chiedeva qualche minuto solo per allontanarsi dal rigore carcerario che le pareti sembravano creare. Era inutile, ogni volta che doveva presentarsi di fronte a tutti i cardinali, sentiva di non essere mai all’altezza, poi si ripeteva sempre che se si trovava lì, probabilmente, così era stato deciso dai piani superiori - quelli superiorissimi – amava dire, e nascondeva un sorriso appena accennato, in modo da non farsi vedere dai due uomini che si occupavano della vestitura.
Il vestito non era neanche così bello: la solita tunica bianca e sopra la mantella rossa ornata di pelo di ermellino, l’unica cosa che faceva la differenza erano le scarpe, l’elemento essenziale, le protagonista vere della scena; ormai erano tutti riuniti da giorni, da ogni parte del mondo si erano incontrati, le prime pagine di tutti i quotidiani di quelle giornate erano per loro.

mercoledì 16 gennaio 2013

Tema: Una giornata del cabbaso nella vita di Aureliana Greco

Svolgimento

Stamattina non volevo andare a lezione, ma è suonata la  sveglia. Poi San Girolamo mi ha detto che se non mi fossi alzata subito mi avrebbe fatto scomparire il ventiquattro di ieri sera dall'agenda del prof. Poi ho avuto paura, e andai di corsa a lezione.
Poi a lezione avevo mal di testa ma ho studiato ugualmente. Poi tornai a casa ma prima litigai con una cretina dietro che non sapeva ancora che il clacson non è un freno. 
Ora gliel'ho spiegato e lo sa. Poi in macchina parlavo di cose vegane con le mie colleghe, ma in realtà parlavo sola perchè non ci capiscono un cavolo.
Poi arrivai a casa e mi venne a rompere le scatole una mia amica che aveva bisogno di stampare alcune cose. La stampante non voleva saperne di funzionare e la lanciai dal secondo piano con la mia amica inclusa. Poi ho aperto svolgimento.blogspot e ho letto un commento di GD ad un post di un certo FO meno bello di questo e gli faceva anche i complimenti, ma io che non sto nemmeno nella lavagnetta i complimenti li voglio pure e ho deciso che stasera gliene avrei scritto uno più bello.
Poi sono scesa per fare un giro e incontrai un vegano abbandonato in cerca di cibo. Lo lasciai nelle vicinanze di un posto dove il cibo c'è sempre.
Poi mi è seccato, ma ho deciso che regalerò un paio di occhiali nuovi a GD, che quando fa certi commenti fa cadere le braccia. -.-''
Poi sono troppo simpatica elloso! Ma non solo poi, lo ero anche prima.

Aureliana Greco

martedì 25 dicembre 2012

Tema di Natale: Quarantacinque!

Svolgimento



Quarantacinque! – e la mano pelosa dello zio Giovanni ritorna dentro il sacchetto di plastica biodegradabile della Conad a cercare un altro numero, la mano ce l’ha sotto il tavolo e si capisce che sta ravanando dal rumore dei dischetti. Lo zio Giovanni è un tipo simpatico, è scapolo, la mamma dice ancora non si vuole accasare perché non vuole responsabilità; ci deve cadere nelle mani di una femmina, che la nonna sarebbe veramente contenta di sentire che suo figlio più piccolo si è sistemato, niente, ‘stu cosa inutile non gliela vuole dare questa soddisfazione alla nonna prima che muore. Lo zio Giovanni si dovrebbe trovare una bella femmina, che poi non è neanche così brutto, boh, io non lo capisco.

Che numero ha detto? – mi chiede la nonna mentre si avvicina con l’orecchio sinistro, l’unico che ci sente quasi bene (che poi ogni volta che si avvicina, io non riesco a distogliere lo sguardo da tutti i peli che ha nell’orecchio, gli escono pure di fuori, la mamma l’ha portata da un sacco di specialisti ma questi non l’hanno capito che il problema sono proprio i peli). La nonna Nina, comunque, è una donna che quasi non parla mai, ogni tanto dopo aver preso la pensione sgancia qualche banconota a noi nipoti ma senza farsi vedere dal nonno che, al contrario, per fargli sganciare i soldi, prima lo devi baciare e poi gli devi dire pure “grazie!”.

lunedì 3 dicembre 2012

Tema: Greetings from Sicily

Sez. Le torte di Ninà
Svolgimento

Quando bussano alla porta, l’intera famiglia si dispone in ordine di altezza (che poi è pure l’ordine di età): a sinistra Michele, il capofamiglia, e accanto a lui prima la moglie, Rosaria (rinominata Sara o Saruzza per le amiche più in confidenza), e poi i due figli Calogero e Maria Rita, immobili proprio come gli aveva consigliato la madre – Sentite qua – aveva detto - stanno arrivando gli zii dall’America, la sorella di papà, Giovanna, e suo marito Santino, mi raccomando a come vi comportate che vi gonfio di legnate – e aveva accompagnato l’ultima parola con il gesto delle mani che tengono una palla, e i figli avevano annuito senza parlare. Bussano nuovamente alla porta, sono sicuramente loro, e Rosaria dà un’ultima occhiata all’intera famiglia per assicurarsi che tutto sia a posto, poi apre con un sorriso che sembra che i denti in bocca si siano moltiplicati, danno l’impressione di essere cinquanta, forse addirittura sessanta, e tutti lucidissimi – che il giorno prima era andata dall'igienista dentale per una pulizia completa.


giovedì 29 novembre 2012

Tema: Nessuno pianse

Sez. Aspettando l'apocalisse
Svolgimento


“When one world ends something else begins
but without a scream
Just a whisper because we just started it over again”
Marilyn Manson – The Fall of Adam


Qualche minuto antecedente alla prima esplosione, la gente viveva la sua vita quotidiana e regolare: nel mondo una donna litigava con un venditore ambulante, un ragazzo con una maglietta arancione era caduto dalla bici, un altro – uno studente dell’università, forse - stava raccogliendo dei libri da terra, mentre una bambina, dalla parte opposta del globo, giocava sull'erba e una donna anziana, poco più in là, portava un cane al guinzaglio che tendeva la testa per annusare ogni albero che incontrava.
Il primo attimo, dopo il colpo, fu di silenzio, smarrimento, confusione felpata, l’attimo in cui cominciava a innestarsi, nella mente di ognuno, la coscienza di quello che sarebbe successo di lì a poco, quando quel momento sarebbe passato e tutto avrebbe cominciato a distorcersi, deformarsi, cambiare: nella mente dei presenti sarebbe scattato l’odio per gli altri - per tutti – astio accumulato che si sarebbe riversato su ognuno - familiari, amici, nemici, amanti, conoscenti ed estranei – l’uomo aveva previsto la fine del mondo, nessuno, invece, aveva previsto la fine dell’uomo.
Quando tutto si mosse ogni singola cellula umana presente nel globo riversò il proprio odio su chiunque avesse davanti, l’aria si spezzò e dai tagli zampillò sangue nero che inondò le strade di ogni città americana, abbatté tutte le capanne di fango in ogni villaggio africano e così ogni monumento, ogni chiesa, ogni edificio fu percosso violentemente dalla malevolenza dell’uomo.


lunedì 29 ottobre 2012

Tema: Lullaby

Svolgimento

"Be still, be calm, be quiet now, my precious boy
Don't struggle like that or I will only love you more
For it's much too late to get away or turn on the light
The spiderman is having you for dinner tonight"
The Cure – Lullaby



Che cosa pensi di me?

Una voce che viene da lontano, in mezzo agli alberi in fondo, continua a ripetermelo, non capisco, dico, non so cosa pensare, e allora l’unica cosa che riesco a fare, quella che mi appare più sensata, è correre verso quella voce, non so neanche dove mi trovo eppure gli alberi, le rocce, il teschio di una capra in mezzo all'erba  sembra tutto così familiare, pure il buio, il vento, il freddo – lascialo entrare, mi dico, fai in modo che attraversi il tuo corpo, ma non funziona – ho già vissuto tutto questo, se solo ricordassi quando, e poi perché mi trovo qui, mi chiedo, ma la mia mente è troppo impegnata a rispondere ad altre domande, sento che vicino a me, in mezzo agli alberi c’è qualcuno che mi osserva, sento il suo respiro regolare, e intanto la voce continua a ripetere quell'orribile frase (che cosa pensi di me?) che entra ed esce dalla mia testa battendo mio cervello accondiscendente. E’ inutile, gli alberi sembrano sempre più lontani e ogni mio passo li rende più piccoli, bui, irraggiungibili per me, e quella voce, il bambino ormai mi è dentro, ripete la frase aspettandosi una risposta che non ho e allora continuo a dire che non so cosa pensare, cos'altro dire o fare, lo prego di andare via e adesso sento i miei piedi bagnati; l’acqua fuoriesce: dal terreno, dagli alberi, dai miei vestiti, dalle orbite vuote del teschio di capra, arriva alle mie ginocchia mentre il mondo intorno a me cambia faccia e dove prima c’erano alberi adesso ci sono le pareti azzurre di casa mia, con i quadri che raffigurano, mari di un altro colore.
Silenzio. Non riesco più a sentire il rumore delle foglie, il fischio del vento che si prepara al buio, nulla. La mia casa è diventata piscina, l’acqua è entrata ovunque e ha rovinato tutto, faccio qualche passo per immergermi, tutto è nero attorno a me, quasi non distinguo la sagoma rettangolare delle porte mentre nuotando mi dirigo verso la mia stanza, non riesco a poggiare i piedi, l’acqua è troppo alta; un’altra volta sento che qualcuno mi sta osservando, mi è vicino, forse è al fondo della piscina, sfioro qualcosa con i piedi, forse è la stessa presenza di prima che non vuole andare via e non vuole neanche mostrarsi. La luce che proviene dalla mia stanza mi guida verso il mio letto, che riesco a raggiungere afferrando un lembo delle coperte rosse e anche lì, sotto il letto, sono sicuro ci sia qualcuno che studia i miei movimenti, osserva, in silenzio.

venerdì 26 ottobre 2012

Tema: la gara di cucina

Svolgimento



Benvenuti, signore e signori, al nostro appuntamento settimanale con “Si va in (s)cena!”, l’unico reality che porta direttamente a casa vostra le stelle del cinema internazionale, non attricette qualunque, miei cari, ma grandissime star che si cimenteranno in prove di cucina per realizzare una cena perfetta solo per voi, solo qui, solo con me: il vostro presentatore preferito. Ok, direi che è tutto pronto, stiamo per cominciare presentando le nostre concorrenti, le grandissime stelle del grande e del piccolo schermo; ma vediamo se sono già pronte per stare ai fornelli, la ricetta di oggi è: torta di pere e cioccolato! Eh beh, che dire? Forse questa è una delle prove più difficili a cui le nostre concorrenti si sono mai sottoposte, in passato hanno preparato il tè, un uovo sodo, la pasta scotta, un sugo pronto (con l’ultima prova, un bel po’ sono state eliminate) e adesso sono rimaste in quattro ma solo una sarà la vincitrice, è una sfida all’ultimo fornello mie care, siete pronte? Vedo che la grinta non vi manca per cui cominciamo pure a vedere gli ingredienti che vi serviranno.

La nostra prima concorrente è un’attrice famosissima, vediamo se indovinate di chi sto parlando, la conoscete sicuramente, se vi dico “La tardona”? No? Ok, allora se vi dico “Mamma Dracula”? Neanche!? Ma voi andate al cinema qualche volta? Ok, allora, dopo questo non potete sbagliare, se vi dico “Ultimo tango a Parigi”? Ebbene sì, abbiamo trovato per voi un’attrice incredibile, abbiamo faticato per averla qui con noi ma alla fine ci siamo riusciti, ecco a voi, la signorina Maaaaaria Schneider! Benvenuta Maria, sei pronta a farci gustare questa fantastica torta? Bene! Ma vediamo subito quali ingredienti ha portato la signora Schneider: un chilo di farina, zucchero, tre uova, il lievito, le pere, il cacao amaro, ma…manca qualcosa, non vedo il burro, eppure il nostro staff ha lavorato a tutti i dettagli, come hanno potuto dimenticare un ingrediente così importante per la preparazione della torta? Scusate, regia, è possibile far avere alla signorina Schneider un altro panetto di burro? Ok, magari gliene diamo due per sicurezza, non vorremmo mai che le nostre concorrenti venissero squalificate per queste mancanze.


martedì 9 ottobre 2012

Tema: Soluz...

Svolgimento

Per leggere meglio l’ultima domanda indossò un paio di occhiali piccoli (le aste si perdevano sotto la capigliatura bionda), non è che non ci vedesse bene, voleva solo dare l’impressione di essere attenta alla questione posta. Gli occhiali fecero partire immediatamente risate dal pubblico alle sue spalle ma lei non riusciva a capire il perché, la domanda gli sembrava così difficile, insensata. L’uomo che le stava davanti aveva un sorriso che le dava non poco fastidio, ma non poteva certo litigare con il conduttore, aveva faticato così tanto per essere lì, doveva stare alle regole del gioco anche questa volta, e intanto pensava a tutti i debiti che dipendevano dalla risposta a quella domanda impossibile, e fece capire a tutti che lei di punto G non aveva mai sentito parlare, avrebbe potuto trattarsi di qualsiasi cosa, tutte e quattro le risposte le sembravano possibili. Il conduttore continuava ad avere quel sorriso, e lei avrebbe voluto alzarsi da quella sedia e dirgliene quattro – insolente e mascalzone che pretendi di conoscere le risposte a tutto solo perché le hai davanti, e poi tu, alla fine di questa serata comunque andrai via con dei soldi in tasca – e intanto pensava alla figlia che per quest’anno avrebbe dovuto rinunciare all’università, al marito rimasto a casa dopo la chiusura della fabbrica, alla madre che con la pensione minima riusciva a comprare solo da mangiare, quando si romperà qualcosa in casa o se ne farà a meno o si mangerà di meno per una volta. Le servivano quei soldi ma se quel maledetto pubblico continuava a ridere senza un motivo lei non avrebbe potuto concentrarsi. Sorridi, si diceva, fai finta di conoscere la risposta, e intanto guardava quelle quattro risposte e continuava a chiedersi dove avesse già sentito parlare di PUNTO G: è un centro di gravitazione universale, una zona femminile molto sensibile, l’epicentro di un terremoto o è il pulsante per attivare la bomba H?
Ok, ormai era chiaro a tutti, lei di punto G non aveva mai sentito parlare, e quindi che fare? Chiedere aiuto al pubblico? Quello stesso pubblico fastidioso che rideva alle sue spalle, tutti esperti quando non si trovano sotto le telecamere, pensò.
Il conduttore continuava a ridere – dovresti darmi una risposta – le ripeteva, e intanto una goccia di sudore le scese dalla fronte per perdersi nell’ incavo del suo mastodontico seno. Ok, facciamo scegliere a questo pubblico tanto esperto la soluzione!

mercoledì 26 settembre 2012

Tema: Sez. Attrici - Isabella Rossellini

Svolgimento


Sempre viva, sempre eternamente viva!

Lo dico a tutti, è vero, ma i miei clienti sono così esigenti, cosa vogliono da me? Vogliono vivere, apparire, vogliono vedere tutti gli altri invecchiare, la loro pelle flaccida, le ossa diventare deboli e i capelli avere il colore del fumo o delle nuvole – le stagioni non mi appartengono, io inseguo la primavera, non conosco l’estate, troppa luce, né l’inverno né l’autunno, non sopporto la vista degli alberi che invecchiano e si coprono di bianco. I miei clienti, come me, non seguono le ridicole leggi della natura: nascere, crescere, invecchiare e morire – soprattutto morire – perché? Per quale motivo si dovrebbe vivere andando incontro alla decomposizione? Io no, questa legge non mi appartiene, ho abbandonato la strada principale per seguire vie destinate a pochi. Insieme a me, personaggi che si sono opposti al decadimento delle cellule, alla perdita dei capelli, alla sfocatura degli occhi: giovani, belli, perfetti. Cosa li spinge da me? Hanno paura, tutti, di perdere il controllo del proprio corpo, la paura di ingrassare, di vedere il proprio culo lanciarsi in picchiata verso i piedi.
Benvenuti in casa mia, vi aspettavo, volete qualcosa da bere? Certo che la volete, siete qui per questo. Volete vedere ancora tante lune sulle vostre teste, avere la forza di andare avanti velocemente – essere primi – mentre tutto il mondo attorno a voi rallenta. Sono colei che stavate cercando, la sacerdotessa del vostro desiderio più impellente: immaginate di poter avere il tempo - tutto quello che vi serve – per fare ciò che volete, nessuno potrà fermarvi, nessuno potrà impedirvi di utilizzare il vostro corpo giovane per l’eternità, da questo momento in poi. Chi può essere così stupido da non cogliere quest’occasione immediatamente, quale pazzo rinuncerebbe a quello che offro? Eppure una volta è successo, Ernest Menville - dottor Ernest Menville - ha rifiutato la pozione per vivere la sua stupida vita: una moglie, dei figli, un’età. Povero stupido dottore, vittima anche lui di questa legge del cazzo. È stato un vero peccato.

giovedì 20 settembre 2012

Sez. Grandi Scrittori - Italo Calvino - Le città invisibili: Eunia

Svolgimento

Dopo cinque giorni di cammino si arriva a Eunia, città di specchio, dove tutte le grandi emozioni sono vissute all’infinito. Tutto è fatto di specchi: le case, gli uffici, le statue, ma anche tutto ciò che si trova dentro ogni casa è costruita in modo da riflettere il mondo davanti a sé, e così tavoli, mobili, pareti, vasche da bagno, vasi, armadi, libri; e tutti questi specchi non vengono utilizzati per vantarsi della propria figura, per ammirare la propria immagine, o al contrario per moltiplicarne i difetti, ma vengono utilizzati per ingabbiare le emozioni ogni volta che se ne vivono di particolarmente forti.
Quando gli abitanti di Eunia provano forti emozioni, gli specchi riflettono e memorizzano l’evento che le ha causate; e così è possibile rivedere uomini e donne che si amano e si dicono frasi d’amore, amicizie che nascono e scene di persone che muoiono, ridono, litigano e piangono. Le coppie ritrovano le emozioni perse dopo anni, gli amici rivivono il loro primo abbraccio, i nemici rinnovano l’odio e i vecchi paracadutisti la libertà provata in mezzo alle nuvole. Le persone che abitano a Eunia sono felici di rivivere le emozioni guardandosi allo specchio, e così continuano, incatenate dentro i propri ricordi a guardarsi e riguardarsi. E quando chiedi il perché di tutto questo, loro ti rispondono in questo modo: <<l’uomo è sempre alla ricerca di grandi emozioni, e quando queste arrivano egli è impreparato a viverle, e allora è meglio emozionarsi quando si è pronti, ogni volta che si vuole>>.

martedì 11 settembre 2012

Tema: Corri!

Svolgimento


Prima di arrivare al centro del collo dell’uomo che stava in mezzo e prima che quest’ultimo si accasciasse a terra preda degli spasmi e del sangue che gli riempiva la gola, il pallino di piombo aveva forato l’aria per mezzo metro (sarebbe stato impossibile, da quella distanza, mancare l’obiettivo, anche per un tiratore poco esperto). Il secondo colpo non fu così preciso ma riuscì comunque a strappare alcuni tendini della gamba che tenevano il muscolo legato all’osso. Nei secondi successivi ai colpi, i due uomini riuscirono a correre, inciampare, rialzarsi e correre ancora; la gamba continuò a sanguinare, i rami sporgenti strappavano i brandelli di carne pendula e non si muovevano né si spezzavano. Dietro di loro, scarponi di pelle nuovi rompevano radici e affondavano in pozze di fango e sangue. Correvano. Inseguivano.

Un altro sparo, un tonfo, poi il silenzio.

- Ho paura, sto continuando a sanguinare, aiutami ti prego.
- Stai calmo, se ti agiti quello torna e ci ammazza. Chi diavolo è questo? Chi  l’ha portato?
- Non lo so, i ragazzi dicevano di averlo conosciuto al bar, ha accettato subito di venire, diceva di essere un esperto, che male! Aiutami.
- Sta’ zitto che quello ci sente, mi era sembrato un ragazzo a posto,   silenzioso sì, ma ho pensato fosse solo timido.
- Non la sento, non sento più la gamba.
- Shh, sento dei rumori, non ti muovere.

Il ragazzo silenzioso lo era, ma solo perché il piano andava pensato, gestito alla perfezione, il messaggio doveva essere chiaro, forte, avrebbe dovuto tuonare in mezzo al bosco e nei paesini attorno, lo avrebbero sentito a chilometri di distanza, nelle grandi città, udito da tutti, e doveva avere il colore del sangue, innocente oppure no, non importava. Avvicinarli era stato semplice, era bastato vestirsi come loro, offrire una birra al primo, vantarsi di essere entrato nei boschi con lo zaino vuoto ed esserne uscito carico di corpi dalle teste penzolanti, così tanti che di tutta quella carne una parte era risultata inutile e quindi lasciata ai cani.


lunedì 21 maggio 2012

Tema: Genova


Svolgimento

Genova di sole e mare, di puzza di pesce e di pescatori che partono di mattina presto con le loro barche vuote, di personaggi unici che si incrociano tra le vie del porto antico, venditori di libri usati, musicisti, bambini e passanti diretti in chiesa. Genova che sa di vecchio e di nuovo, Genova grigia con le nuvole e rosa con il sole, Genova rumorosa e confusionaria.
I capelli gli cadevano continuamente sugli occhi - non riuscivano a stare fermi – e quindi decise che non li avrebbe più rimessi a posto, avrebbe inclinato la testa per non trovarseli davanti. Giorno di pesca grossa la domenica, e al porto non vi era quasi più nessuno che armeggiasse con barche, corde e casse di pesce vuote; salutò con un gesto timido due ragazzi che litigavano su una lancia, pronta a salpare se avessero deciso chi avrebbe dovuto sciogliere gli ormeggi.
Sistemati i capelli – con la promessa di non farlo più – si sedette su una panchina ed estrasse dalla tasca dei pantaloni un taccuino piccolo e dalla copertina nera, erano rimasti pochi fogli e lui decise che quel giorno li avrebbe utilizzati tutti, alle undici il porto si sarebbe riempito di genti: uomini e donne con una storia, bambini pronti ad ascoltare ed essere ascoltati, animali, luoghi, periodi. Poco lontano dalla panchina su cui era seduto, credendo di essere isolato, un prete parlava con dieci giovani che gli ponevano domande sulla vita e sulla religione che il vecchio praticava – Non capisco il quarto comandamento, perché dovrei onorare mio padre quando mi picchia col bastone? E come posso evitare di innamorarmi di una donna se questa è già occupata con un altro? – e l’uomo di chiesa non riuscì a trovare una risposta sufficiente a soddisfare quella voce che avrebbe continuato a porre domande su un Dio che non c’è e non ci sarebbe stato nemmeno per una morte ingiusta.


giovedì 26 aprile 2012

Tema: Sez. Soap & Sapone - Dawson's Creek


Svolgimento


Per cinque anni, per un totale di sei stagioni e centoventotto episodi,  Dawson, Joey, Peacey, Jen - i quattro ragazzi di Capeside che fingevano di avere quindici anni, quando in realtà erano quasi trentenni - hanno tenuto noi, adolescenti in calore, col fiato sospeso.
La trama era un cubo di Rubik: in una tranquilla cittadina il quindicenne Dawson Leery sogna di diventare regista ma l’arrivo in paese di Jen Lindley, bella e svampita ragazzina di città, sveglia i suoi ormoni (poiché l’amica d’infanzia Joey Potter non ci riusciva). Da quel momento è una cascata di avventure amorose: Peacey con una professoressa e poi con Andy, tanto carina quanto pazza, Joey con Jack (che si rivelerà omosessuale dopo qualche episodio), Dawson con una ragazza del college che sbuca da tutte le parti e quando meno se l’aspetta, Jen con il resto dei compagni: si scendeva e saliva dai letti degli altri con le movenze di un ballerino di danza classica , al mattino e al tramonto, e poi tutti a correre a piedi nudi sulla sabbia. 

mercoledì 4 aprile 2012

Tema: Pannocchie

Svolgimento




L’odore di bruciato alle narici, la strada sterrata che ci sporcava le scarpe, nessun rumore, il caldo del primo pomeriggio che si attaccava alla maglietta e campi di pannocchie ovunque e infiniti. Veniva voglia di correre, inseguire qualcosa o essere inseguito, senz’altro correre. Da qualche minuto avevamo lasciato il villaggio con le sue case di fango e sassi, le case che ogni giorno spuntavano dalla terra e che alla terra tornavano dopo la prima pioggia e allora il giorno dopo bisognava ricostruirle, ma tanto in Africa il tempo non insegue nessuno. Ci stavamo inoltrando nel “mato” più totale io e il mio compagno di viaggio, gli stavo accanto per paura di perdermi, e intanto parlavamo di elefanti, il desiderio di vederne uno dal vivo era forte – non è il periodo giusto, disse, le piogge hanno bagnato il terreno e i bestioni sprofonderebbero, non si avvicinano alla strada. Non fu difficile, per il mio compagno, trovare un piccolo rifugio costruito in mezzo ad un campo di pannocchie: due tronchi conficcati nella terra e ricoperti di foglie per proteggersi dalla calura del sole africano durante i giorni di caccia o di coltivazione, per raccogliere la famiglia, mangiare qualcosa, riposare.


mercoledì 21 marzo 2012

Tema: Il sudore


Svolgimento

Il movimento delle pale del ventilatore è quasi un sollievo e poi, al buio, è uno dei pochi rumori riconoscibili, meglio seguire questo che lasciarsi distrarre da quelli che vengono da fuori, acqua che scorre, qualcuno che canta in lontananza, passi sulla terra bagnata e poi ci sono tutti i rumori e i movimenti che vengono dalla stanza, a qualche centimetro dal mio letto, quelli fanno ancora più paura, sono rumori di piccole zampe che spostano gli oggetti, tende mosse dal vento e pure qualcosa che precipita da chissà dove; provo a dormire, magari se non stessi galleggiando nel mio sudore raccolto dal sacco a pelo impermeabile che ho usato per coprire il materasso sporco, ci riuscirei; magari se la zanzariera decidesse di rimanere appesa al chiodo piuttosto che poggiarsi delicatamente sul mio volto già bagnato e appiccicoso, riuscirei a chiudere gli occhi; magari se l’elettricità non venisse a mancare nel paese in cui mi trovo, nel bel mezzo della notte, il ventilatore riuscirebbe ad allontanare le zanzare anofele dalla mia pelle – non hai bisogno della zanzariera e del ventilatore insieme – dice il mio coinquilino: e adesso che entrambi sono fuori uso?
Il movimento che sento addosso, e che sale dal braccio al collo, non è un insetto, probabilmente è solo la mia immaginazione, mi dico, ma le zampe sulla pelle bagnata sono inconfondibili; chiudo gli occhi, non penso al buco della finestra, non penso alle creature che potrebbero entrare da lì, e poi che ore saranno, presto sarà l’alba, qualcuno non mi aveva detto che alle cinque, in Africa c’era già il sole caldo?


giovedì 15 marzo 2012

Tema: Poche e semplici regole

Svolgimento



Legge libri Maria, e preferisce non aprirli completamente per evitare di rovinarne la rilegatura. Ogni tanto un angolo di pagina, alza lo sguardo, si distrae, controlla l’ora, poi ritorna alla lettura. Donna di grande cultura non vede l’ora di avvicinarsi ai parenti degli altri per raccontare storie di città, popoli, guerre. In mezzo agli altri lei c’è finita per caso, si vede subito, destino malato volle che l’unica figlia che se ne prendeva cura morisse giovane. La moglie del figlio invece non la vuole in casa, a volte la vita va così.

Anna guarda un punto fisso sulla parete di fronte a lei. Continuamente.  Si è formata una piccola crepa nel muro col passare del tempo, si allargherà pensa Anna, lo fanno tutte le crepe alla fine. Passerebbe volentieri i pomeriggi a parlare dei suoi nipoti, per lei tutti i ragazzini sono maschiacci e le ragazzine femminucce.

L’acqua della doccia è troppo fredda per Alfredo, e allora griderebbe, ma ha capito che lamentarsi peggiora la situazione e non smette di pensare al suo passato e aspetta sempre qualcuno dei suoi figli che, a detta sua, non vedono l’ora che se ne vada per spartirsi un’eredità già misera. Odia i suoi figli per quello che gli hanno fatto, e loro odiano lui perché perde tempo a morire.