giovedì 14 novembre 2013

Tema: "Il giorno che diventammo umani" di Paolo Zardi - Neo Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



Perturbazioni

Aveva seguito l'evoluzione della perturbazione per tutta la settimana, navigando sui siti di previsioni del tempo di mezzo mondo. Il fronte di aria gelida si era formato nella pianura siberiana, e stava scendendo verso l'Italia dopo aver attraversato mezza Europa; aveva scompigliato campi di grano, tetti di case, piantagioni d’uva. Lei, la sera, con il suo pc, dall'alto dei satelliti, guardava le isobare che si spostavano, che si allargavano e poi si ritraevano, simili al corpo di una medusa nell'acqua; osservava il movimento lento e irreversibile di quella piccola minaccia.
La tempesta arrivò di notte, come un gigantesco treno scagliato contro la città. Nel buio, sentì i passi della piccola che si era svegliata – forse per i tuoni – e che, piagnucolando, si avvicinava alla camera da letto, in cerca di un rifugio. Lei e suo marito la fecero salire sul lettone e la misero in mezzo tra loro. Per qualche secondo le tenne stretta la manina; poi, mentre il vento siberiano urlava fuori dalle finestre, sentì il suo respiro farsi quieto, regolare. Il tepore di quel corpicino stretto a lei la fece scivolare in un sonno dolce e confuso.
Quando suonò la sveglia, la piccola le era ancora accanto, con la bocca spalancata. Suo marito, già in piedi, stava alzando le tapparelle: fuori, il cielo era ricoperto di nuvole. Dal letto, lei intravedeva l'albero che cresceva davanti alla camera: sembrava arruffato, qualche ramo si era spezzato, ma era ancora in piedi. Si alzò anche lei, e, insieme, si affacciarono alla finestra, uno accanto all'altra: la strada era piena di foglie, carte di giornali, sacchetti; una pozzanghera larga due o tre metri lambiva il marciapiede davanti; la vicina di casa, con una giacca da uomo indossata sopra la vestaglia, stava gettando bottiglie di birre nel bidone del vetro, con un rumore assordante. Si girò verso la camera. La piccola non si era ancora svegliata.
Andò in cucina a preparare il caffè, mentre suo marito iniziava a svegliare il grande: sentì la voce affettuosa del padre, il borbottio lamentoso del figlio. Era il 15 maggio – un giorno del quale avrebbe fatto volentieri a meno.

mercoledì 13 novembre 2013

Tema: The british dream

Sez. In viaggio
Svolgimento

Questa è uguale a tutte le altre città inglesi in cui sono stato: Reading, Staines, Ashford, Slough e chissà quante altre di cui non ricordo il nome, in versione più grande o più piccola e sempre con la stessa high street fiancheggiata di case di mattoni rossi, i college con i parchi fuori, i caffè delle catene, i supermercati, i centri commerciali. Ci vivo da un po’, dopo essermi stancato di peregrinare, tanto alla fine quello che trovo è sempre un lavoro infimo in qualche ristorante dal nome pacchiano tipo “Sopranos”, “Gondola”, “Bella Italia” dove non mi fanno il contratto e la paga all’ora è al di sotto del minimo nazionale. Viaggiare tanto in un paese straniero come questo senza mai casa e lavoro fissi ti lascia addosso una polvere di stanchezza e nausea e tanta nostalgia, ma quando torni in Italia ti rendi conto che la preferisci alla polvere secolare che lì si è depositata dopo anni di immobilità: se ci resti troppo, afferra anche te e non ti fa più muovere. Dopo un po’ mi sono ambientato in questa bella cittadina con il fiume in mezzo, al ristorante mi hanno dato qualche responsabilità in più e anche alzato un po’ la paga, vivo serenamente.
Un giorno mi chiama mia zia dall’Italia. Mio cugino non ne vuole proprio di studiare, si è appena diplomato e non ha intenzione di entrare all’università né riesce a trovare un lavoro, qui non c’è niente, mi dice, solo disperazione, meglio per lui provare a trasferirsi finché è giovane, impara meglio l’inglese. Sento la stanchezza nel suo tono di voce mentre mi chiede se riesco a dargli un tetto e un po’ d’aiuto a inserirsi in un contesto lavorativo almeno per i primi tempi e le dico sì, che lo faccia partire, mentre penso che la situazione anche qui non è delle migliori e che serviranno un bel po’ di soldi, almeno all’inizio, per riuscire a permettersi un affitto.

martedì 12 novembre 2013

Tema: Parigi, appunti sconclusionati

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Ho chiesto le ferie a febbraio per avere speranza di riuscire ad avere il periodo che c’interessava; sono mesi che setacciamo la rete in cerca di un hotel decente ma non rapinoso vicino alla nostra meta; ho impiegato le ultime due settimane di lavoro a preparare la valigia un po’ alla volta perché non avevo altro tempo disponibile; ho prenotato le cuccette novanta giorni prima della partenza per essere sicuro di avere posto e pagare un po’ meno; non avevo alcuna intenzione di lasciar frapporre alcunché tra me e le ferie, visto che era dall’estate del 1998 che non mi prendevo qualche giorno di vacanza, e giacché sono cinque anni che abbiamo la voglia di partire per una specifica destinazione, la nostra meta oserei dire agognata. E, finalmente, la sera di lunedì 3 agosto 2009 saliamo in treno a Verona con destinazione Versailles.

Martedì 4 agosto: arrivo a Parigi, nella pulciosa Gare de Bercy: pareva di essere alla stazione di Gatteo Mare, solo che non c’erano i chioschi di piadine. Sulla RER per Versailles, passando alla stazione di Issy, un vicentino vagante butta lì una considerazione misteriosa: “E pensare che questa è ancora tutta Parigi”, cui un altro risponde: “Eh, è perché la città è fatta ad anello”. Non abbiamo ancora capito che volesse dire. 
Decidiamo di visitare il Domaine de Marie-Antoinette, il tempo incerto preoccupa Alessandro: “E se inizia a piovere?”, mi chiede. Rispondo sciolto: “Ciava un casso, la pluie de Marly ne mouille pas!”

lunedì 11 novembre 2013

Tema: Milano - Foggia: 1976

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Oggi il caffelatte è diverso. Sarà che me lo son fatto da solo, gli altri dormono. Osservo il calendario: 15 luglio 1976. È cerchiato di rosso con la scritta "Vacanza, si parte!” Ah già vero. Oggi si lascia Milano e si arriva in provincia di Foggia per sette giorni, dagli zii. Per me, dovrebbe essere una gran gioia, sette giorni di mare e di giochi con mio fratellino, anche se di un anno (la sua prima vacanza), di mamma e papà. Ho detto dovrebbe, perché non mi sono mai piaciute le vacanze con tutti i parenti, che ti accolgono festanti con quel loro accento molto folkloristico appena vedono la nostra Dyane 6 girare l'angolo della via. Ogni anno sembra che arrivino i parenti resi famosi dal grande schermo: iniziano a fare fotografie che nemmeno Marilyn quando ha cantato per i soldati americani negli Usa. Ho sempre odiato queste foto, tutti in posa tra zii e cuginetti, davanti alla macchina, sorridenti e festanti. Forse Bob Geldof ha visto queste foto per ispirarsi quella volta che ha fatto la copertina del disco "We are the world" anni dopo. Man mano si svegliano tutti. Si inizia a programmare la giornata. Partenza alle 18. Finito di far colazione, papà prende il potente mezzo e si reca dal gommista, dal meccanico e da tutti quelli che si prendono cura dell'auto, autolavaggio compreso ("Vorrai fare mica la figura dello zozzone"), come se poi si arrivasse a destinazione tutti freschi e sorridenti e la macchina bella lustra e fiammante. Mamma inizia a preparare il pranzo e tagliare panini imbottiti con le peggio cose: una ventina di panini. "Per avere più scelta": nutella, salame, prosciutto, formaggio, marmellata. Già mi viene la nausea.

domenica 10 novembre 2013

Tema: Giorni Felici

Sez. In viaggio
Svolgimento

Questo viaggio comincia così, tra le nuvole e il vento, in mezzo al cielo, sotto c’è il mare che scorre. 
Si va alla ricerca di una risposta diversa, alla ricerca del nostro domani perché torni ad essere identico a ieri.
Come sembra lontano adesso.
Sapevo bene quello che avevo e amavo quei giorni per questo. 
Non ero distratta, annoiata o che altro, ero felice, entusiasta ed amavo riamata. Oggi, con il vento impetuoso, è arrivato quel domani vigliacco che tradisce colpendo alle spalle, in un attimo ci toglie le feste, la gioia, il teatro, poi… anche il sonno e la pace. Il ritmo dolce della vita di sempre s’inceppa, sussulta, accelera, il cuore impazzisce. 
È già una discesa il sospetto, diventa infernale quando si concretizza in angoscia.
Il tempo non è più nostro né del nostro lavoro né della nostra casa, il tempo è solo del male ch’è entrato senza bussare, ma picchiando così forte da farci mancare il respiro.
Fatico a capire quello che dicono e non dicono per farmi sapere senza farmi soffrire, ma il male con la sua sofferenza già c’è. E provo a guardarlo, ma senza volerlo giro la testa, voglio ancora sperare. 
Allora il viaggio. 

venerdì 8 novembre 2013

Tema: Nametil

Sez. In viaggio
Svolgimento

Dall'aereo il Mozambico è una terra buia, di notte è inesistente. 
Prima di lasciare Maputo mi hanno detto di non parlare con nessuno, di stare perfino attento alla polizia che crea solo problemi - ti chiedono il passaporto e poi cominciano a cercare irregolarità – mi aveva detto uno dei volontari – e quando ne trovano qualcuna, ma anche quando non ne trovano,  ti ordinano di seguirli in caserma, e se tu ti opponi puoi sempre scegliere di farteli amici, e allora ti sorridono e ti chiedono dei soldi o una ricarica telefonica, a volte anche lattine di birra o Coca Cola, qualunque cosa. Non fidarti di loro.
Quando l'aereo atterra, a Nampula non c'è nessuno ad aspettarmi; all'interno dell'edificio cadente e poco illuminato attendo insieme ad altri che il nastro trasportatore porti i bagagli ma dopo qualche rumore inceppato il nastro si ferma. 
Fuori vengo circondato da tassisti che mi offrono di accompagnarmi, mi si parano davanti, uno prova pure ad anticipare i tempi per convincermi ad accettare: afferra la mia valigia e prova a caricarla in macchina ma lo fermo mentre mi parla delle sue tariffe convenienti, poi chiamo il direttore a Maputo e gli spiego la situazione – tutto sotto controllo – mi dice – sta per arrivare un taxi che ti porterà al progetto – poi chiude.
L'uomo che esce dalla macchina si ferma di fronte a me, non è un tassista e poi non c'è neanche il cartello “taxi”, ma dice di essere stato chiamato da Maputo quindi mi fido; all'interno  una ragazza seduta accanto a lui mi sorride (io non ho la forza di ricambiare), mi siedo e rimango in silenzio per tutto il tragitto. All’arrivo l'uomo ferma l'auto, mi fa cenno di aspettare, tira fuori un taccuino e su un foglietto di carta sudicio e rovinato scrive 300 Meticais. Cerco all'interno del portafogli la somma di denaro richiesta, trecento meticais (non ho idea di quanti soldi siano in euro), sono veramente troppo stanco, glieli consegno in mano, lui ride, è grasso, ha un’apertura della bocca enorme, mi afferra una mano, la stringe forte e mi dice – obrigado, my friend.

giovedì 7 novembre 2013

Tema: Cacciatori di frodo, di Alessandro Cinquegrani. ed. Miraggi Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



E niente più pneumatici, niente smaltimento rifiuti, niente fiore all’occhiello dell’efficienza del florido Nordest, penso mentre percorro i binari della ferrovia. Tutto finito, chiuso, esploso, come una bomba atomica o una bolla di sapone che lascia ferite indelebili, solitudini fatte a pennello, penso mentre cammino sul binario morto. Ora dovrei forse contare i passi per dare il senso della mia efficienza, contano i passi quelli che hanno rabbia da vendere, penso, psicolabili e psicopazzi dei miei stivali, ma io no, non conto i passi, mentre percorro i binari della ferrovia, penso mentre percorro i binari della ferrovia, io mi porto al guinzaglio la mia nuvola, una manciata di metri cubi di acerbe espiazioni prese al guinzaglio e percorro i binari della ferrovia, dodici chilometri ho sentito dire, dodici chilometri suppergiù che devo percorrere per raggiungere la curva troppo stretta e dietro la curva trovare mia moglie sdraiata sui binari che aspetta che il treno venga a farle rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume. Dodici chilometri, dalla casa cantoniera dove siamo andati a stare dopo che è successo tutto, dopo che è finito tutto, che si è smesso di smaltire gomma di pneumatici ai margini della città con pochissime infrazioni al senso di efficienza del nostro florido Nordest, dodici chilometri. Di un binario morto. Mi chiedo ancora ogni volta, penso mentre percorro i dodici chilo- metri del binario morto della ferrovia, se mia moglie, perché Eli- sa bene o male è ancora mia moglie, persino ora e persino qui, sul binario morto, Elisa è ancora mia moglie, porca puttana, mi chiedo ogni dannata volta che percorro questi dodici chilometri di binario morto, ogni mattina, se mia moglie che ogni mattina esce di casa prima dell’alba, con la camicia da notte bianca di prima dell’alba, e percorre nel buio con la camicia da notte bianca mossa dal vento nella notte prima dell’alba e si sdraia con la camicia da notte sul binario morto della ferrovia e aspetta che il treno le faccia rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume, mi chiedo se lo sappia che il binario è un binario morto, uno degli scempi assurdi dell’Italia centralista di Roma, e porcodio, questo binario morto della ferrovia costruito dentro l’argine del fiume è come un grattacielo eretto sulle sabbie mobili da stronzi, mi chiedo se lo sappia mentre aspetta ogni mattina il treno che le butti giù la testa dall’argine e nel fiume, se un fremito la scuota, se pompi il cuore nella testa come un Hummer, se sbatta, se s’incazzi, o se stia zitto, sospeso sulla nuvola al guinzaglio di espiazioni troppo acerbe.

mercoledì 6 novembre 2013

Tema: Londra

Sez. In viaggio
Svolgimento

Londra, ma in inverno inoltrato - solo brughiere frustate dal vento, prosodie di bufere ad agitare querce, coltri di nebbia a dividere i passanti. I miei mi avrebbero mandata altrove, in America ma da alcuni parenti, a Madrid da un’amica di vecchia data: se viaggio deve essere, voglio andare da sola, senza tutele o protezioni. Sola - ufficialmente ragazza alla pari di una famigliola con due bambini, così dissi ma senza troppa convinzione. E Londra fu, tra l’odore cordite di vita metropolitana, gli U2 ascoltati nei magazzini Virgin, gli artisti di strada a cantare standard del country o a scimmiottare clienti di fast food agitando polli di plastica. Una stanza la presi dietro Waterloo station, nella pensione di Steve uomo canuto dal ventre sporgente, un tipo un po’ cerbero un po’ bonaccione e decaduto quanto la sala del suo ristorante che ai tempi di Marianne Faithfull serviva fish’n’chips kebab birra - restavano tavoli a mo’ di lapidi in formica vegliati da sedie che tali ve n’erano nella mia scuola media; alle pareti altre foto di Steve o paesaggi seppiati; appresso a lui, come un cagnetto o un odore acre, una donna sparuta dal volto grinzoso coperto a zone da capelli sfibrati, vestaglietta  fiorata tirata sul pigiama stinto: a lei il compito di portarmi in stanza. Era da psicofarmaci la sua lentezza mentre arrancava tra corridoi stretti e scale scomode rivestite di moquette mal appuntata - l’edificio cresciuto in momenti diversi si snodava su più livelli – e quando aprì la porta della mia stanza (un sottotetto con due finestre a scrutare le tegole dell’isolato di fronte - un occhio alle antenne e uno ai dirimpettai) sentii di sfogliare un romanzo a me noto, riconobbi la camera dei ragazzi di Lady Ramsey a St. Ives, lì si accumulavano mazze, pantaloni da cricket, cappelli di paglia, calamai, barattoli di vernice, scarabei e crani di uccellini. Per la vecchia era quello che era: una topaia. (Chiuse la porta scagliando parole comprensibili solo a lei che rivelò una voce stridula da sorella fatale.) 
Poggiai lo zaino su una poltroncina di peluche amaranto, di un tavolo vicino ad una finestra feci il mio scrittoio, sedetti e scrissi Io sarò Londra - uscii poco dopo per andare a caccia di ragguagli toponomastici, annotai istruzioni per raggiungere Camden Town, slogan di musical dati a West End, gli ingredienti per una torta di carote ricoperta di margarina. 

martedì 5 novembre 2013

Tema: Secondo in tutto, ovvero il secondogenito omicida e guerrafondaio

Sez: Il Secondo Posto
Svolgimento

I figli si sa sono tutti uguali. Non c'è primo, né secondo, né terzo nel cuore di una madre. Eppure non si nasce a caso primo, né a caso secondi.
Io seconda figlia, occhi bruni, capelli neri, pelle bianca, praticamente niente di particolare in qualche cosa, solo in una: ero femmina. E dunque seconda, femmina e anche bruna e non bionda come mia madre che aveva anche gli occhi verdi e i pomelli rossi come pittata senza fard. Che mangiava rossi d'uova ogni mattina e sembrava pittata naturale.
Io pallidina, magrolina e anche scracchiavo ogni mattina, uno sputo verde muco di cornetti alla crema rancidina, e poi a una certa età non ci vedevo più.
Ero diventata miope. Ma non poco. Di colpo ingravescente, con la retina maculata, sembrava del tipo pigmentosa ma non arrivò a farmi vedere solo le ombre.
Ma dico io:  proprio così questa seconda?
E allora per vendetta mi guardavo attorno per superare il bellissimo fratello biondo che beneficiava di automobilina, fucile con tre colpi a pallini, carezze e benevolenze della nonna ( che amava solo i nipoti maschi).
Ma siete in grado di provare e sopportare la sofferenza, si sissignori la sofferenza atroce di un secondogenito?
La rabbia ci mangia vivi. Chiamiamola pure raggia va, che rende meglio.
Il sentimento più frequentato dai secondi è l'invidia e la gelosia che diventa vendetta e nei casi estremi, estremi rimedi.
Si vi siete mai chiesti perchè Giuda divenne Giuda? Quel Giuda conosciuto come il traditore di Cristo?

lunedì 4 novembre 2013

Tema: Oltre il buio

Svolgimento

«Dai lasciami stare, è tardi. Domani lavoro»
«Quello me lo chiami lavoro. Vieni qua. Tu non hai un lavoro. Dammi un bacio.»
«No, davvero, devi andartene, lasciami. Domattina mi alzo presto, vado in Via Lampara a sentire i vicini di quella poveretta. Hai presente quell’aggressione in casa, ora la donna è in fin di vita: quasi un altro femminicidio. Che se era femminicidio mica mandavano me. Ma da qualche parte devo cominciare ... dai lasciami»
«Sì, ma tu ti fai sfruttare da questi qua. Non è un lavoro se non ti pagano. Hanno bisogno di bassa manovalanza e hanno trovato una cretina. Si approfittano di te perché sei giovane e ingenuotta. Dai, basta adesso parlare, vieni qua.»

domenica 3 novembre 2013

Halloween Writing Contest - Tema: La scuola di Helena

Racconto vincitore dell' Halloween Writing Contest
Svolgimento

Ogni volta che guardo quel grande edificio abbandonato all’angolo della strada, un brivido mi corre lungo la schiena. Si dice fosse una scuola elementare, poi chiusa dopo l’incidente. Cerco di superare l’angolo più in fretta che posso per andare verso la scuola due isolati più avanti. Ma ogni mattina è un incubo terribile che si ripete. Dicono che sono una bambina timida e riservata: in effetti non ho amici. Spesso ho chiesto ai grandi di quell’incidente, di cui a River Queen nessuno parla mai, ma loro sono sempre molto evasivi. Si dice siano morti in tanti quel giorno; qualcuno lo aveva pure predetto per via di quella cometa e di quella luna rossastra portatrice di sventura. Oggi ne ricorre l'anniversario e piove leggero da un cielo grigio e cupo. La strada mi sembra più lunga del solito, l'aria umida e triste. Ecco mi avvicino all’edificio e già mi batte il cuore a mille. Tiro dritto con la cartella piena di libri e quaderni. Stavolta però qualcosa attira la mia attenzione: il cancelletto che porta allo spiazzo desolato è aperto. Qualcosa di sinistro aleggia lì attorno e mi costringe ad entrare. Mi avvicino con curiosità e titubanza, non posso farne a meno: sono anni che faccio sempre la stessa strada. E’ tutto diroccato: la palazzina tetra, anni cinquanta, con le imposte in legno, cade a pezzi. Attorno, i resti di un giardino con alberi spogli e rinsecchiti e qualche pozzanghera perché è novembre e spesso pioviggina. Mi avvicino e mi sembra familiare quella porta aperta e l’ingresso con a terra i mattoncini marroni e neri. Mi pare quasi di sentire la voce dei bambini. Un cavallo a dondolo con la testa mozzata sta all’inizio delle scale di fronte all’ingresso. Che strano….si muove, forse per via della corrente d’aria che c’è. Comincio a salire; ho come la sensazione di sentire qualcosa ma l’unico rumore certo è il vento che sibila tra i vetri rotti delle finestre. I miei passi provocano scricchiolii sulla scala ma mi appoggio al passamano di legno. Quanta polvere, quante ragnatele. Ecco sono al primo piano. Dentro le aule vuote ci sono ancora le lavagne impolverate, i banchi, l’abbecedario, le cartine geografiche penzoloni. Decido di entrare nella seconda aula a destra. Ora mi siedo proprio qui accanto alla finestra, a primo banco, come un gesto abituale.


sabato 2 novembre 2013

Halloween Writing Contest


E si chiude questo Halloween Writing Contest.
Sono arrivati 30 racconti che avete tutti avuto modo di leggere tra il 31 ottobre e il 1 novembre. I numeri ci parlano di un successo: oltre 3000 visite al blog durante il contest, 170 commenti (al momento di scrivere queste note), e poi i "like" su facebook e i tantissimi cinquettii di twitter. Ne siamo felici e divertiti. Come curatori del blog abbiamo rischiato la crisi nervosa in più di un momento, ma alla fine su tutto è prevalso il piacere del "gioco" che siamo riusciti a condividere con voi!
Sono arrivati anche diversi racconti inviati da persone che non avevano mai pubblicato su "Tutta colpa della Maestra" e che ci auguriamo tornino a farlo.
Approfittiamo infine per ringraziare Roberto Russo di Graphe.it, che per questa occasione si è aggiunto al "consiglio di classe" per decidere il racconto vincitore del contest e ha messo a disposizione dei libri del catalogo della sua casa editrice per il premio in palio.

Il racconto horror, in quanto di "genere", ha schemi ricorrenti, stereotipi, modalità di sviluppo - in termini di lingua, di costruzione della frase - cristallizzate. 
Da Poe in poi questo genere si è arricchito di tanti elementi, primo fra tutti lo splatter. L'horror è stato declinato dal cinema in mille modi. Scrivere oggi in chiave horror comporta trovarne una particolare per rendere la narrazione attuale, senza tuttavia dimenticare l'essenza di questo genere: il racconto deve far spaventare, procurare un brivido.
Affinché questo avvenga, il racconto deve riuscire a creare una situazione di imprevedibilità: se il lettore capisce tutto a metà lettura, il brivido non lo proverà nemmeno se lo cali nel Mar Artico.

Di tanti racconti, seppur belli nella costruzione - qualcuno assolutamente nuovo nello spunto, Pendolari, per esempio -, c'è piaciuto poco il ricorso buonista/giustificatorio al sogno: la realtà riesce ad essere molto più orrorifica del mondo onirico, perchè traslare?
Di altri racconti abbiamo gradito la ricostruzione storica, senz'altro curata e dettagliata, ma mancava la tensione da brivido.

Di altri ancora c'è piaciuta la lingua: notevole il tentativo - a tratti pure riuscito -, di creare tensione attraverso il genere comico (il nonnino descritto da Roberto Testa ci riesce); interessante il postmodernismo attorno ai toni di rosso; pregevole la strutturazione su più piani e la frammentariatà di Olof, scritto da Giovanni Arena. Una menzione anche alla nostra più giovane "alunna", Bianca Martinetto con la sua favola gotica "La Sorella del fiume".

Ma bisognava scegliere.

venerdì 1 novembre 2013

Halloween Writing Contest - Tema: Il Mostro di Kensingtone Square

Halloween Writing Contest
Svolgimento

A bordo della Rover 800 di colore rosso fuoco la radio intona "Light my fire" storico brano musicale dei Doors. La tastiera di Ray Manzarek  'dettava' le prime note e Jim Morrison aveva la voce graffiante. E' il 4 luglio e Thomas Cunningham, 20 enne studente universitario della New York University sta viaggiando verso casa della fidanzata Priscilla Svensson, americana, di padre svedese per festeggiare con lei e la sua famiglia la festa del ringraziamento. Priscilla vive in una maestosa villa al 34 di Kensington Square. Giunto sul posto la prima cosa che notò, una volta davanti all’immenso, antico, portone di legno, fu che il batacchio era troppo piccolo per quel portone, ma, nonostante ciò, il rumore che produsse non appena lo mosse contro il legno non mancò di impressionarlo. Era un rumore profondo, ancestrale. Bastò un solo colpo, e subito sentii rimbombare dei passi nell’atrio della vecchia casa. Il maggiordomo gli aprì senza dire una parola e, con un leggero inchino, gli fece segno di entrare. Rimase affascinato dalla struttura interna della casa. C’era una enorme quantità di scale, e molte di esse si perdevano in un’oscurità labirintica. Consegnò il suo cappotto fradicio al vecchio e questi, rimanendo ancora in silenzio, lo piegò con cura e lo infilò in un armadio vicino al portone. Conclusa questa operazione con una calma estenuante, lo condusse per una di quelle infinite scale. Camminava come un fantasma, non riusciva a vedere i suoi piedi toccare terra. Attribuii questa impressione unicamente alla sua stanchezza. Non desiderava altro che dormire. Arrivarono, infine, davanti ad una porticina sulla destra del corridoio. L’uomo tirò fuori un grosso mazzo di chiavi e, senza esitare nemmeno un istante, ne prese una dorata e aprì la porta. Tommy entrò nella camera. Era una vecchia stanza per gli ospiti, con i soffitti molto alti, che incuteva non poco timore. L’unica luce proveniva da alcune candele collocate ai lati del letto. Ovviamente fuori non c’era luce, ma dubitava che ne sarebbe entrato un solo raggio di sole anche in pieno giorno, dato che le finestre erano coperte da pesanti e scure tende rosso sangue.

Halloween Writing Contest - Tema: Aleph

Halloween Writing Contest
Svolgimento

Indosso una maschera perché la mia faccia non mi piace. Non mi è mai piaciuta e mai mi piacerà. Questo, perché in fondo non piace nemmeno a lei. Lei, l’unica che abbia mai amato e a cui mi sia mai importato di piacere. 
Per questo porto una maschera, una di quelle bianche, di cartongesso, col naso lungo, con le guance rugose. Sulla fronte della maschera ho scritto una Aleph, la prima lettera ebraica, che non è la “A” di noi occidentali, l’Aleph non ha suono, Aleph è il silenzio. Quello assordante di una notte vuota, di un albero che cade lontano, quello della risposta alla domanda: “E’ per via della mia faccia che non ti piaccio?”
La maschera copre la mie paure e da un volto a quelle degli altri. La maschera cela il volto ai miei occhi costretti a guardarlo ogni dannato giorno e ogni dannata notte. Ma questa notte è diversa, altroché se è diversa. Ho trovato una faccia nuova. Una bella, questa volta, non come quella che mi ha dato mia madre. Una faccia che piace, non a tutti, ma solamente a chi veramente m’interessa che piaccia. Questa sera mi procuro una faccia.


Halloween Writing Contest - Tema: Il Forno

Halloween Writing Contest
Svolgimento

Mi trascinavo stanco e debole senza poter prendere sonno. Era la mezzanotte e decisi di sfogliare un libro che mi conciliasse il sonno. Sulla soglia dei miei quarant'anni, nessuno oltre me ad animare questa casa. Solo il ricordo della mia mamma, Lenore, portata via in cielo, dopo che le dedicai tutta la vita, trascurando qualsiasi altra compagnia femminile.
Ad un tratto sentii come un picchettio, un bussare lieve. “Lenore” sospirai “quanto mi manchi! Sei tornata atrovarmi”.
Era dicembre ed era freddo e per riscaldare la stanza decisi di accendere il forno, in mancanza di altre fonti di riscaldamento che mi confortassero.
“E' qualcuno che bussa alla porta, nient'altro, nessun fantasma” mi dissi per calmarmi.
Ma portando il mio corpo dinanzi l'uscio, una volta apertolo, vidi solo il buio del pianerottelo.
Di nuovo un'inquietudine mi assalì “Lenore, forse ho sentito il tuo nome? O sono io che lo pronuncio?”
E tornando in cucina di nuovo udii quel picchiettare lieve.
Sarà il vento, pensai.
Mi avvicinai così al forno per accertarmi che fosse spento. Aprii lo sportello. Una forte energia mi lanciò distante, il forno emise scintille e poi fulmini, e al suo interno apparve un vortice nero pieno di tanti puntini luminosi.
Sembrò che il cielo stesso, colpevole di aver preso mamma Lenore, si fosse messo in prigione, nel forno, per scontare la giusta pena per questo grave misfatto.
Nella mia casa grigia, sui miei vestiti grigi, si propagò una luce strana.
Le manopole del forno, accese come i due occhi del diavolo, mi fissavano. Lo sportello si apriva e si richiudeva come la bocca di Cerbero.
Sei un mostro, dissi
– ma la mia vita non l'avrai. Forno spettrale, che vieni dal buio, dimmi, qual'è il tuo nome?
E il forno disse: Mai più!