sabato 14 dicembre 2013

Tema: Viaggi astrali

Sez. In Viaggio
Svolgimento


Influenze. Così le chiamano. Non sono quelle della febbre alta - quasi 40 gradi e pensiamo di stare già all'inferno - sentiamo le ossa spezzate. Peggio. Sono le influenze astrali quelle a cui pensavo: i viaggi che fanno i nostri pianeti.
In silenzio si muovono di nascosto tra le stelle, a nostra insaputa. Non possono stare sempre chiusi nelle loro case, vogliono prendere aria e si spostano con frequenza. Si dice che per noi del Sagittario non è importante la meta ma il viaggio. Ce ne sono alcuni positivi che ci rendono felici e ce ne sono altri che scomparire sarebbe meglio.
Stamattina ho ascoltato l'oroscopo con attenzione, diceva che oggi il mio è un cielo di forza, mi diceva di prendere nuove strade di abbandonare il passato e intraprendere nuove avventure.
Io vorrei.
Si, voglio partire! Ho deciso di conoscerlo; tutto perfetto fatta eccezione per Saturno che si è spostato in settima casa e blocca il passaggio e la sua linea internet.
Mercurio è al centro in quadratura perfetta, ma la luna mi copre.
Il sole si è nascosto e ora ci sono solo nubi, io sono tra le nuvole e vorrei fare questo viaggio.

Tema: In volo

Sez. In viaggio
Svolgimento
 
Ci alziamo in volo, alla mia sinistra le Egadi adagiate come gioielli su velluto. Il mare è quiete in superficie. In questo istante penso a Luca Parmitano e al privilegio di osservare la terra mio pianeta sfiorando le stelle. Il blu diviene profondo le nuvole ne sfumano i contorni, mi rapisce la vista del vento e della luce intrappolati in un reticolo di onde.
Il cielo è elemento perfetto, non esiste altro colore che possa spiegare le sincrone armonie dell’essere. Chete anche le mie paure e la preoccupazione per un amico ferito, la speranza di riaverlo indietro intero.
E’ un ovale che riflette il mio il finestrino, un volto muto, il mio Mediterraneo macchia blu, mi sovrasta, non importa che io sia in alto, sono goccia. Qualche turbolenza risveglia l’atavica paura della morte, meglio fluire tra le nuvole o sotto la fredda lama di un chirurgo? Scelgo le nuvole, ma non adesso beninteso.
Oso il coraggio e non chiudo la tendina, diluisco l’ansia e il tempo tra le righe d’inchiostro e gli svolazzi di nubi sospese. Già scorgo le montagne. L’ala di cui vedo la punta con su il nome della compagnia aerea, buca l’aria senza pudore. E’ un altro mondo, un’altra prospettiva. Riesco a isolarmi benché il velivolo sia affollato e un vociare continuo ne riempia i piccoli spazi rimasti, riesco persino a ignorare il pianto di un bambino che la madre non riesce a placare.

venerdì 13 dicembre 2013

Tema: Carta di viaggio

Sez. In Viaggio
Svolgimento
Non viaggio quasi mai, e quelle poche volte che ho viaggiato è stato per bisogno più che per divertimento. Il fatto è che non ho voglia di spostarmi, a cosa serve spendere dei soldi, affannarsi a trasportare dei bagagli su e giù per le scale mobili delle stazioni e nei bagni degli aeroporti, avvilirsi appresso ai ritardi nelle partenze e alle coincidenze mancate. 
Per me il viaggio tradizionale è un esercizio inutile.
Esistono le carte topografiche, seguendo quelle si può benissimo andare da un posto all’altro in tempi brevissimi, senza dispendio di energie fisiche e mentali. Tutti i posti più belli del mondo sono vicini e raggiungibili a costo zero, non si deve prenotare, non ci sono problemi di traffico, zero rischi di rapimento da parte delle tribù indigene. Al ritorno si è perfettamente riposati, non si soffre mal di mare, mal d’aria, mal d’africa, bubbone d’aleppo, malaria e malattia del sonno, si è subito in grado di riprendere la propria attività, alla faccia del jet lag.
Le carte migliori, non c’è bisogno di dirlo, sono quelle complete di rilievi e di vallate, a colori possibilmente, con colori naturali che si addicono a valli e monti e fiumi, per evitare di procedere a tentoni con il rischio di cadere.
Tutte le località dovrebbero essere indicate sulla mappa con un carattere ben leggibile e con il loro nome corretto. Purtroppo alcune riportano i nomi nella lingua originale, questo non è un bel modo di iniziare un viaggio, che già prima di partire ci si confonde. Le città vanno con il loro nome in italiano, mi sembra il minimo, dato che non si possono conoscere tutte le lingue del mondo, oppure se c’è lo spazio va bene anche la traduzione accanto.

Tema : Il tecnico della poesia

Svolgimento

Quando suona il citofono, puoi giurarci, minimo hai le mani bagnate... e poi a quest’ora del mattino.. ma chi è che rompe?!
“Buongiorno signora, sono il tecnico della poesia” - attimo d’imbarazzo - Il tecnico de che?!?...
“Della poesia signora... non è lei che dorme male, sogna poco, non scorge un tramonto da mesi e si è dimenticata delle begonie sul terrazzo?”

In effetti... ma... cosa vuol dire?!
“Salgo e le sistemo le percezioni, le regolo la sensibilità, controllo l’entusiasmo, do una spulciata alla curiosità e già che ci siamo un’occhiatina alla qualità del sogno, ad occhi chiusi e ad occhi aperti... “
Ma lei sta scherzando scusi... guardi, non ho tempo da perdere...
“Ecco, è proprio questo il punto.. lei lo sta già perdendo il suo Tempo... se non si fida chiami pure il numero verde del Comune, l’800 800 800, la rassicureranno su questa campagna, a titolo totalmente gratuito, disturbo minimo e risultati garantiti... noi lavoriamo per la serenità dell’utente, la nostra è si, una consulenza esterna, ma il ritorno garantito è la pacatezza e l’arricchimento della sensibilità... facciamo in un attimo, sia buona...”
E va bene... ma mentre sale faccio il numero verde... 800 800 800 ha detto? Se non rispondono non le apro...
“Non si preoccupi, intanto salgo... grazie!!”
Appena dopo le rassicurazioni di rito ecco il nostro tecnico accomodarsi in casa...
“Insomma, che le avevo detto... del resto anche per l’accoglienza serve spirito ed un minimo di dedizione verso lo Sconosciuto.. io mi chiamo Aurelio comunque, piacere!!”
Io sono Michela.. guardi, ancora non sono del tutto convinta.. in che consisterebbe questa.. messa a punto?!



giovedì 12 dicembre 2013

Racconti di Natale - Carlo Collodi, La festa di Natale - Ed. Graphe.it

Sez. Amici della Maestra
Svolgimento


La storia che vi racconto oggi non è una di quelle novelle, come se ne raccontano tante, ma è una storia vera, vera, vera.
Dovete dunque sapere che la Contessa Maria (una brava donna che io ho conosciuta benissimo, come conosco voi) era rimasta vedova con tre figli: due maschi e una bambina.
Il maggiore, di nome Luigino, poteva avere fra gli otto e i nove anni; Alberto, il secondo, ne finiva sette, e l’Ada, la minore di tutti, era entrata appena ne’ sei anni, sebbene a occhio ne dimostrasse di più, a causa della sua personcina alta, sottile e veramente aggraziata.
La Contessa passava molti mesi all’anno in una sua villa: e non lo faceva già per divertimento, ma per amore de’ suoi figlioletti, che erano gracilissimi e di una salute molto delicata.
Finita l’ora della lezione, il più gran divertimento di Luigino era quello di cavalcare un magnifico cavallo sauro; un animale pieno di vita e di sentimento, che sarebbe stato capace di fare cento chilometri in un giorno se non avesse avuto fin dalla nascita un piccolo difetto: il difetto, cioè, di essere un cavallo di legno!
Ma Luigino gli voleva lo stesso bene, come se fosse stato un cavallo vero. Basta dire, che non passava sera che non lo strigliasse con una bella spazzola da panni: e dopo averlo strigliato, invece di fieno o di gramigna, gli metteva davanti una manciata di lupini salati. E se per caso il cavallo si ostinava a non voler mangiare, allora Luigino gli diceva accarezzandolo:
«Vedo bene che questa sera non hai fame. Pazienza: i lupini li mangerò io. Addio a domani, e dormi bene».


mercoledì 11 dicembre 2013

Tema: Ristorante Manchukuo.

Svolgimento

C’era qualcosa di rancido, nell’odore dell’aria, quando entrammo da una porta doppia a vetri fumè. La sala immersa nel buio la intravedemmo a stento, e ci guardammo. La decisione di entrare, comunque, era presa. Procedemmo con una certa fatica, e avanzando era come scendere in profondità. Sotto il pavimento io percepii chiaramente dell’acqua
- L’acqua. La sento -
- Quanta ce n’è, stavolta? - mi chiese.
- Poca, uno strato sottile. Qui sotto è tutto vuoto. Ma è solidissimo, il vuoto, non c’è da avere paura. Regge tutto il ristorante.
Distratti da un riflesso guardammo in fondo alla sala, e scoprimmo un bancone ricoperto di specchi. Malamente illuminate da quei bagliori una donna di una certa età e una più giovane ci guardavano immobili, senza distrarsi.
Il ristorante era vuoto, oltre a noi non c’era nessuno. La ragazza ci sistemò in uno dei tavolini quadrati addossati alla parete. Era già apparecchiato per noi con un’incerata marrone e una tovaglia bianca, stirata da una pressa industriale. Ordinammo cucina cinese, ma anche tenpura giapponese, che mangiammo lentamente, facendo scricchiolare una crosta sottile di escrescenze che il cuoco aveva esploso in padella, e all’interno scoprimmo una piccola luce, del pesce brillava di un bianco innaturale. Mentre lo mangiavamo ci guardavamo in silenzio. Le due donne intanto guardavano noi, e a un certo punto l’anziana si staccò dal banco.
- E’ buonissimo - le dissi.
- Usiamo ingredienti che non sa nessuno. Molta gente viene apposta da noi, anche da fuori, partono anche da molto lontano. La sera siamo pieni. Allora apriamo la sala “Giappone”.
- Ah, allora questa è la sala cinese -
- Cina, sì. Venga, le faccio vedere -


martedì 10 dicembre 2013

Tema: Little Italy

Sez. In viaggio
Svolgimento


Ero certa che sarei morta. E invece le undici ore di volo transoceanico: diretto Palermo- New York, mi avevano risparmiata solo perché potessi schiantarmi a bordo di questo taxi giallo guidato da un pazzo di colore con una foltissima capigliatura riccia. Portarsi i cannoli appresso e poi spiaccicarsi sulla Fifty avenue. C’ era bisogno? Potevo semplicemente attraversare viale Regione Siciliana a Palermo e sarei stata subito accontentata. E invece eccomi qua. Mi guardo attorno incredula; che prodigio! Per me dovrebbe essere già mezzanotte e invece il sole è alto e la città in frenetica corsa, come questo speedy-taxi che mi porta a Times Square. Dal finestrino intravedo persone nel loro andirivieni quotidiano, colori, luccichii. La famosa America: il sogno lontano. Non mi sembra vero! L’appuntamento con lo zio è proprio qui. Per impegni di lavoro non poteva venirmi a prendere direttamente all’aeroporto. Scendo all’indirizzo che ho dato in un pizzino al tassista: un grande albergo vicino Brodway con grandi porte girevoli come nei film: quasi quasi mi faccio un giro come in Sliding doors. Scendo dal taxi e alzo lo sguardo: rimango sbalordita; mi sembra di essere all’ interno del film Blade Runner: grattacieli e maxi schermi a led che proiettano continuamente pubblicità ammiccanti e colorate ovunque si guardi. L’affollamento delle strade, in cui camminano centinaia di persone di etnie diverse, alti, bassi, biondi e bruni, magri e, soprattutto grassi, è incredibile. Odori nauseabondi mi attorniano: scopro provenire da un furgoncino all’angolo del marciapiede. Un uomo al suo interno serve una specie di salatino gigante spolverato di zucchero ad un altro che lo afferra avidamente. Potrei morire! Mi sento piccola, piccola, nelle fauci della grande mela e ancora non si vede nessuno! La gente mi passa accanto ma nessuno sembra notarmi: sono parte di questo palo pubblicitario al quale mi appoggio. Ma ecco arrivare lo zio trafelato, mi rincuoro subito, tirando un sospiro di sollievo. Lo zio è come nelle foto solo con meno capelli; ha il ventre prominente e il sorriso bonario: il classico pizzaiolo siciliano, emigrante, sessantenne. Mi fa cenni da lontano perché non può posteggiare in strada e infatti già un poliziotto gli si avvicina facendo dei cenni perentori. Mi dirigo, con il mio piccolo trolley, verso la macchina, attenta a non farmi travolgere dai tassisti folli e dagli autobus rossi a due piani per turisti. Ci salutiamo calorosamente, si scusa del ritardo. Entro in macchina, e mentre lui si dirige verso Little Italy, mi guardo con sorpresa attorno. Mi piacciono molto queste case con le scale d’emergenza esterne come nel film “C’era una volta in America” e poi subito dopo i grattacieli enormi, le insegne: l’occhio percepisce il passaggio da uno stile all’altro con molta naturalezza. Tanta gente mangia in strada, sembrano tranquilli anche se a passo veloce.


lunedì 9 dicembre 2013

Tema: La miglior vendetta

Svolgimento



In tutti i paesi nascono, o meglio nascevano, narrazioni da raccontare poi, più e più volte con l’enfasi delle epopee e il gusto dell’ oralità. Si raccontava con larghi gesti delle mani e gran risate. C’era calore in quel ridere di episodi buffi.

Pasqualottu era il perfetto protagonista di molti racconti. Aveva la faccia paciosa del grasso che diverte e si poteva definire pachidermico: l’uomo più grande e grosso e grasso e enorme e immenso che abbia mai visto in vita mia.

Quando passava per il paese, in sella al suo motorino, sembrava che la forza di gravità fosse soltanto una opinione. Si teneva in equilibrio come per magia, per un miracolo delle leggi della fisica.
Il motorino scompariva sotto la sua mole. La testa però la teneva alta e la vedevo svettare da lontano.
L’Ollio del nostro paese era sempre molto concentrato nella guida, riuscendo a sorpassare quei pochi cavalli che ancora passavano e i ciclisti e i pedoni con una certa sua leggerezza. Un piccolo scarto dell’enorme corpo ed eccolo superare tutti con disinvoltura.
Il paese - proprio sotto Macerata, a cento metri sul livello del mare, come recita ancora una scritta sbiadita all’ingresso, dopo il ponte sul fiume Potenza - era disegnato su due file di case attraversate da una strada. Assomigliava ai tanti villaggi descritti dai film western all’italiana che la domenica pomeriggio riempivano il cinema CRAL.
Quella strada non era ancora percorsa dal traffico feroce dei decenni successivi, cosa che avrebbe impedito ad un personaggio “ingombrante” come Pasqualottu di passare indenne.
Il suo era uno di quei motorini senza marce, a presa diretta, bastava una pedalata per avviarlo. Sotto i suoi colpi sembrava andare in mille pezzi, invece partiva strombazzando rumorosamente.
Pasqualottu commerciava in ferro vecchio, gomme d’auto e di motociclette e altri residuati della prima società consumistica.
Lo vedevi gironzolare da un meccanico all’altro, caricando i pezzi sul piccolo bagagliaio con gesti lenti. Il suo migliore amico era uno di questi artigiani della rivoluzione economica del dopoguerra, che tutti chiamavano Pirelli.
Aveva addirittura fama di essere un guaritore, uno che con le mani riscaldava e aiutava i malati. Pirelli aveva sempre la sigaretta accesa tra le labbra e spesso ne appoggiava una da qualche parte sul suo bancone, dando fuoco a un’altra, senza accorgersi. Il vecchio mozzicone stava lì a consumarsi e il nuovo era succhiato avidamente, quasi si trattasse dell’aria necessaria a sopravvivere. Fumava sigarette tutte bianche, da signora, le Mercedes che adesso non si trovano più e che venivano vendute in pacchetti da dieci con la scatola di cartone.
Pasqualottu e Pirelli facevano coppia fissa nelle partite a briscola e tressette dei sonnolenti pomeriggi estivi, quando molti del paese si ritrovavano, dopo la pennichella, al bar di Tonino, davanti alla chiesa.
Giocavano contro un’altra strana coppia fissa: il parroco, Don Giuseppe, prete energico e inevitabilmente d’altri tempi - anche lui gran fumatore - e Rosario, detto Rosario U’ Rutì, juventino leggendario che aveva convertito alla fede della “vecchia signora” mezzo paese ed era titolare della tabaccheria, attaccata al bar di Tonino, dove il sabato si giocava febbrilmente al Totocalcio.
Durante quelle partite molto tese il prete e gli altri si facevano trascinare dal gioco e non si risparmiavano accidenti ed espressioni irripetibili per noi bambini. Don Giuseppe si lasciava travolgere dalla situazione, alla ricerca del modo giusto di combinare le carte, tanto da perdere in quei momenti il controllo. Il carisma del suo ruolo consacrato andava a farsi benedire - è il caso di dirlo - così tanto da scandalizzare le mie zie zitelle: Sittimia, Marietta e la zia Monnica suor Maria Isabella. Occorre dire che però non volavano mai bestemmie o maledizioni vere e proprie, piuttosto i quattro preferivano le colorite espressioni che si riferiscono alle solite vergognose funzioni del corpo umano, così care al linguaggio popolare.



domenica 8 dicembre 2013

Tema : Kubrick l'ha gia' fatto

Svolgimento
Se c’è una cosa che a Robert piaceva, era che tutto andasse per il verso giusto. Sissignore. Quel piacevole senso che si aveva nel vedere che tutto filava liscio, che tutti i dannati ingranaggi della macchina-universo funzionassero, senza stare lì ad aver la bega di oliarli ogni tanto. Serendipità: quella cosa piccina picciò che ti informa che l’universo è dalla tua parte, che cadrai sul morbido e che quel morbido non è un panettone.
 Robert, magro quanto basta, spettinato quanto basta, alle due del pomeriggio in un bel postbornia coi fiocchi e un servizio sulla pesca alle vongole su una televisione che lasciata accesa, trasmetteva ininterrottamente da ventisette ore. Robert era rientrato presto, cioè la mattina presto, verso le sei, e non trovando la stanza da letto, la serendipità lo portò a trovare il tappeto del salotto in cui ci si era avvolto come un gamberetto nel suo specialissimo involtino primavera.
Dopo la sua breve dormita, il qui presente Robert venne fuori dal tappeto come Samara viene fuori dal pozzo, cioè lentamente e con i capelli sulla faccia. Arrivò ad una sedia e ci si appoggiò sopra, guardando con occhi socchiusi le vongole socchiuse alla tv.



venerdì 6 dicembre 2013

Tema: Corfù

Sez. In viaggio
Svolgimento

Sotto una luce si guarda la mano destra e ci sputa sopra, poi con l'altra prova a togliere gli ultimi residui ancora visibili dell'inchiostro della discoteca e si chiede il perchè abbia accettato di entrare in un posto che si chiama “Heaven & Hell”, ma si dà subito una risposta e gli ritornano le parole esatte dell'opera di convincimento: le ragazze in questi posti spuntano come niente, vedrai, ma tu devi essere pronto quando ti chiamo, io le abbordo e tu traduci per tutti e due, ci stai? Ci sto, gli aveva detto, che per lui tradurre in inglese è più semplice che abbordare, gli basta rimanere dietro poi fa tutto l'amico, e se c'entra qualche commento personale lo può fare. Non è una tecnica già provata, solo un piano d'azione abbozzato velocemente durante l'aperitivo, il metodo più rapido per portare a termine un racconto preconfezionato di avventure sessuali durante la vacanza post-diploma; tutti argomenti a cui pensare adesso che, fuori dalla discoteca H&H, si può stare lontani da musica roboante, luci epilettiche puntate sugli occhi, camicie sbottonate, sudore che cola e fumo di sigaretta anche mentre si balla. 
A stare seduto al bar della discoteca si annoiava e a guardare il suo amico sul cubo gli veniva voglia di spaccargli in faccia il sorriso da tre cocktail, quindi era uscito, e per costringersi a non rientrare si era tolto l'inchiostro dalla mano.

La discoteca si trova sul lungomare, dall'altra parte della strada la spiaggia e lì, al buio, coppie e gruppi di amici cercano un posto appartato per poco tempo, ma a lui non interessa né cercare un posto appartato né trovare amici. Si passeggia tranquillamente, per strada nemmeno troppa confusione di macchine o di ragazzi ubriachi in cerca di un appoggio, e pensare che i programmi per la serata dovevano essere altri: si parte sempre veloci e con buone intenzioni, poi al primo ostacolo si rallenta, si cambia strada e in poco tempo ci si ritrova di nuovo all'inizio. E pure soli.

mercoledì 4 dicembre 2013

Tema: Io e Francesco

Svolgimento

Quando i miei genitori comprarono la casa in montagna, nel 1981, io e i miei fratelli ci organizzammo per portarci dietro qualcosa da leggere: serviva qualcosa di poco impegnativo, e che potessimo lasciare lì da un’estate all’altra senza troppi rimpianti. Optammo per un pacco di Topolini avanzati da una vendita di giornalini organizzata dai bambini del quartiere.
Ogni anno, quindi, le storie che leggevamo erano sempre le stesse, ma noi eravamo sempre diversi: a dieci anni ricordo che mi mancava la figurina numero 106 dell’album di Candy Candy, a quindici aspettavo con ansia una telefonata della mia ragazza che era partita per le vacanze con un ritardo nelle mestruazioni di tre giorni.
Due mesi erano lunghi – già dopo una settimana sapevo ogni battuta a memoria. Mi leggevo anche le pubblicità (Paolo Rossi con le Galatine, Daniela Goggi con le Big Bubble), e tutte le rubriche - tra le quali c’era “La posta di Topolino”. 
Domande da Giovani Marmotte: Caro Topolino, ma è vero che il muschio cresce solo sul lato nord degli alberi? 
Domande da cultori: Caro Topolino, di cosa è fatta la calzamaglia di Super Pippo? 
Domande da posta del cuore: Sposerai Minnie?
La mia preferita era questa:
Caro Topolino,
ho otto anni e sono innamorato della bambina più bella della classe: è una vera principessa e io ho perso il cuore per lei. Ma lei non mi guarda nemmeno, perché dice che sono brutto. Per quale motivo non si pensa a cosa c’è nel nostro cuore? Dentro io sono bellissimo, e meriterei il suo amore più dei bambini per i quali lei perde la testa.
Cosa devo fare?
Un piccolo ranocchio

martedì 3 dicembre 2013

Tema: Non si è mai pronti

Svolgimento

Le briciole di pane sparse sulla tovaglia, uno dei due bicchieri vuoto, l’altro con un dito di vino. Rosso come piaceva a lui.  Sul tavolo anche il suo cellulare.
Rigiravo la tazzina del caffè quando mi accorsi della sua impazienza. Con gli occhi sbirciava continuamente l’orologio. Era domenica, non avevamo altri impegni. 
Cominciai ad osservare i suoi movimenti, la contrazione della mascella, i polpastrelli delle sue mani che si toccavano nervosamente; era palese, cercava le parole giuste. 
Io parlavo delle solite cose, ma già da qualche minuto non rientravo più nel raggio della sua visuale. 
Cercando di capire, non avevo ancora formulato nessuna ipotesi, stavo solo vagliando sensazioni, mentre l’ansia cominciava ad allertare i miei nervi.
«Qual è il problema?» chiesi intrecciando le dita e sporgendomi verso di lui.
Quello che accadde dopo mi trascinò tra le fauci dell’assurdo.
Lo guardavo come si guarda un’opera d’arte della quale non si comprende la vera natura, ma che suscita disgusto perché sovverte tutti i canoni della bellezza stessa.
La nostra unione era di per sé un’opera d’arte. Stavamo insieme da vent’anni e, seppure senza figli, avevamo condiviso una vita ricca, piena di emozioni, tante gioie, tanti progetti, quasi tutti realizzati. 
Certo non ero mai vissuta nell'illusione che tutto potesse rimanere uguale per sempre. Né l’intensità né la qualità del nostro rapporto. 

Tema: Ciao, amore ciao!

Sez. In viaggio
Svolgimento


Quattordici anni passati insieme, quasi ogni giorno ricorrevo a te, ai tuoi servigi, non mancava occasione per portarti con me dovunque, anche al lavoro, eri con me  nei miei pensieri o nei paraggi.
Il primo incontro non è stato facile, non sapevo come prenderti, come trattarti,poi a poco a poco ho cominciato a conoscerti meglio, fino a quanto potevi resistere alle mie insistenze, al mio “stiramento” quotidiano. Passavo da momenti di sprint a momenti  di calma piatta, mettevo il “pilota automatico” direbbe qualcuno ed in effetti lo facevo davvero, ma rimanevo vigile, non potevo permettermi di lasciarti sfuggire dal mio controllo. 


lunedì 2 dicembre 2013

Tema: Appunti sul fiume

Sez. In viaggio
Svolgimento 

 Ho scoperto che Buenos Aires scorre accanto al Rio de la Plata, è un ferragosto piovoso di dieci anni fa e già pregusto le grigliate di carne e il dulce de leche, che da soli valgono il viaggio, l’ho letto sulla guida, e anche il tango e il café Tortoni, dove Borges costruiva le sue mappe visionarie.
E che gli italiani di terza generazione hanno in testa una specie di Italia metropolitana, per loro siamo tutti vicini di casa imparentati alla lontana, non importa se veniamo da Catania o da Cremona, e appresso a loro l’abbaiare degli indios fruttivendoli davanti alla stazione dei treni e i fantasmi dei dinosauri più grandi e feroci e affascinanti che hanno popolato il Sudamerica quando Adamo era ancora una palletta di creta, e appresso a loro la fila ordinata di coloro che aspettano il buquebus per Montevideo, uno dietro l’altro in ordine di arrivo senza accalcarsi, e appresso a loro le bande di bambini che prendono d’assalto il cassonetto di fronte al ristorante, ci trovano le ossa spolpate e avanzi di cocacola nei bicchieri di plastica, ma anche qualche boccone buono, e appresso a loro il mercatino della Recoleta dove gli oggetti confluiscono e si moltiplicano senza fine, e appresso a loro matricole e professori universitari che percorrono i corridoi portano sotto braccio il termos dell’acqua calda per il mate. 


domenica 1 dicembre 2013

Tema: ...e il piccolo è in giro per il mondo a costruire ponti

Svolgimento

Penso che mia madre alla nostra età c’avrebbe voluto “sistemati”, invece ultratrentenni siamo ancora in cerca di un lavoro vero e di una storia altrettanto seria. 
Io sono il mister di base in una scuola di calcio, dove a stento ci prendo le spese per pagarmi l’affitto, infatti è per mangiare che devo trovare un secondo impiego, mentre mio fratello, laureato, è stato assunto da una cooperativa comasca dove carica e scarica merci per la COOP, e certamente non per i suoi meriti universitari, ma per il semplice fatto che sa usare il muletto. Anche lui arranca con le spese: lo stipendio, misero, non glielo pagano regolarmente, credo un mese si e uno no. Va a finire che tutt’e due per sopravvivere, dobbiamo attingere dalla pensione di mia madre.
Ho degli amici che sono andati via, alcuni sono fuggiti in Inghilterra, altri in Australia. Io sono evaso da casa di mia madre per evitare di fare il fannullone a vita, ma mi sono spostato di poco, e rischio di finire sotto i ponti come un barbone a chiedere l’elemosina.
Certi giorni mi sembra che sia la soluzione migliore.
Non riesco neanche a pensare di avere una storia seria, un amore per prima cosa ha bisogno di soldi: se comincia senza, non ha dove andare. Idem mio fratello.
Mia madre ci incoraggia sempre ogni volta che ci sentiamo per telefono, ma dalla voce, lo capisco,  patisce i nostri fallimenti come suoi. Non le appartengono le nostre situazioni. Ha faticato tutta la vita per tirarci su onesti e di buona volontà, specie dopo la morte di mio padre. Noi due eravamo poco più che ragazzini.  E ce ne sono voluti buona volontà e sacrifici, da parte di tutti e tre, per laurearsi mio fratello, che studiava e lavorava contemporaneamente. Io di scuola ne ho sempre voluto poco. Ricordo una volta, quando mia madre venne a ritirare il pagellino, che in Tecnologia trovò un NC e mi chiese cosa significasse, ed io con molta disinvoltura le risposi: “Notevoli Capacità, mamma”. Ci credette.