domenica 1 dicembre 2013

Tema: ...e il piccolo è in giro per il mondo a costruire ponti

Svolgimento

Penso che mia madre alla nostra età c’avrebbe voluto “sistemati”, invece ultratrentenni siamo ancora in cerca di un lavoro vero e di una storia altrettanto seria. 
Io sono il mister di base in una scuola di calcio, dove a stento ci prendo le spese per pagarmi l’affitto, infatti è per mangiare che devo trovare un secondo impiego, mentre mio fratello, laureato, è stato assunto da una cooperativa comasca dove carica e scarica merci per la COOP, e certamente non per i suoi meriti universitari, ma per il semplice fatto che sa usare il muletto. Anche lui arranca con le spese: lo stipendio, misero, non glielo pagano regolarmente, credo un mese si e uno no. Va a finire che tutt’e due per sopravvivere, dobbiamo attingere dalla pensione di mia madre.
Ho degli amici che sono andati via, alcuni sono fuggiti in Inghilterra, altri in Australia. Io sono evaso da casa di mia madre per evitare di fare il fannullone a vita, ma mi sono spostato di poco, e rischio di finire sotto i ponti come un barbone a chiedere l’elemosina.
Certi giorni mi sembra che sia la soluzione migliore.
Non riesco neanche a pensare di avere una storia seria, un amore per prima cosa ha bisogno di soldi: se comincia senza, non ha dove andare. Idem mio fratello.
Mia madre ci incoraggia sempre ogni volta che ci sentiamo per telefono, ma dalla voce, lo capisco,  patisce i nostri fallimenti come suoi. Non le appartengono le nostre situazioni. Ha faticato tutta la vita per tirarci su onesti e di buona volontà, specie dopo la morte di mio padre. Noi due eravamo poco più che ragazzini.  E ce ne sono voluti buona volontà e sacrifici, da parte di tutti e tre, per laurearsi mio fratello, che studiava e lavorava contemporaneamente. Io di scuola ne ho sempre voluto poco. Ricordo una volta, quando mia madre venne a ritirare il pagellino, che in Tecnologia trovò un NC e mi chiese cosa significasse, ed io con molta disinvoltura le risposi: “Notevoli Capacità, mamma”. Ci credette. 

sabato 30 novembre 2013

Tema: Il giorno che ti incontrai

Sez. In viaggio
Svolgimento


Incredibile, il motore è partito al primo giro di chiave - tolta la patina di polvere depositata negli anni sembra quasi nuova. Il colore ancora quello: azzurro (mamma non era tanto convinta. Lei avrebbe preferito una tinta più sobria, più adatta alla famiglia). E’ bastato poi solo ruotare la vite del carburatore per eliminare gli scoppiettii della marmitta.
E’ ancora perfetta; la valigia di vimini intrecciato, che con poche lire in più potevi avere come optional, riposta nel bagagliaio - la si fissava con delle cinghie di cuoio, dietro, all’esterno, su un supporto di metallo cromato, ormai ossidato, sistemato sulla feritoia per il raffreddamento del motore. In quattro ci si stava più che comodi.
Di solito andavamo per le vacanze estive. A volte anche a Natale, quando non era troppo freddo.
Papà, messa da parte la formalità del lavoro d’ufficio, alla guida in maniche di camicia - i bottoni del colletto aperti, i suoi baffi curati e neri -, mamma accanto (i capelli raccolti in un foulard che le avvolgeva anche parte del collo, ma il vento che entrava dal tetto con la cappotta ripiegata le spostava lo stesso qualche ciocca davanti al viso e allora con un movimento cercava di contenerle). Ogni tanto si girava un attimo a sorriderci, a volte la sua mano si fermava su quella di papà appoggiata sulla leva del cambio. Le dita intrecciate.
Io e mio fratello sul sedile posteriore.
La guida tranquilla, i paesaggi scorrevano non troppo veloci, lasciandoci il tempo di ammirarli da dietro il vetro del finestrino, e intanto ci addentravamo sempre di più lasciando il mare alle nostre spalle, fino a che non scompariva del tutto - ma a giocare con la sabbia o a fare il bagno potevamo andarci quando volevamo, a me non dispiaceva (lo avremmo rivisto in lontananza dall’alto del belvedere del paese, nelle giornate particolarmente limpide).
Percorrendo strade poco trafficate ci fermavamo a mangiare le mandorle, non che in città non ce ne fossero, ma raccolte direttamente dagli alberi che crescevano nei campi ai bordi avevano un altro sapore. Un rituale, segno che ormai mancava poco, e ne approfittavamo per sgranchirci e rinfrescarci un po’. Io ne ero particolarmente ghiotto, e anche mio fratello. Lo so perché quello era uno dei pochi momenti del viaggio in cui si svegliava. Non lo disturbavano nemmeno le grattate del cambio quando papà scalava per affrontare i tornanti, nemmeno il clacson quando entravamo nel silenzioso centro abitato. 

venerdì 29 novembre 2013

Tema : Un viaggio indimenticabile

Sez. In viaggio 
Svolgimento


Volo da sola da quando avevo dodici anni. 
Tratta Milano - Brindisi, una targhetta appesa al collo, venivo affidata alle hostess, portata sull’aereo su una vecchia panda bianca ed ero la prima a salire e l’ultima a scendere. 
Sentivo addosso gli sguardi degli altri passeggeri e mi isolavo con la cuffia nelle orecchie e un libro in mano: un’ora passava in fretta. 
Ma ora, finita la maturità, il mio primo lungo viaggio: Vermont, Stati Uniti, dove per un mese starò in un campus a studiare inglese. 
La mia tenuta da viaggio è sempre la stessa: jeans comodi, maglia per combattere l’aria condizionata, caramelle contro le orecchie tappate, una buona scorta di libri e parole crociate nello zaino, il walkman e tutte le cassette che posseggo.

L’aereo è enorme, con file da dieci posti, il mio è vicino al corridoio. Meno male: chissà quante volte dovrò alzarmi per andare in bagno !
Mi guardo attorno: ci sono uomini d’affari non abbastanza potenti per la business class, intenti a scrivere al computer o a leggere il giornale, famiglie con bambini che già urlano e litigano, coppiette mano nella mano che si sbaciucchiano o bisbigliano nelle orecchie. I ragazzi della mia età scarseggiano, solita sfiga.
Ce la farò a sopportare per nove ore i pargoli urlanti o a metà viaggio avrò l’istinto di buttarli giù dall’aereo? penso mettendo lo zaino sotto il sedile davanti.
Dopo un’ora un annuncio del comandante “stiamo attraversando una turbolenza, allacciate le cinture fino a quando l’apposito segnale non verrà spento” .
Troppo tardi, la mia coca cola si è rovesciata addosso alla signora grassa seduta vicino a me, interrompendo il suo monologo sulla storia della sua famiglia, le ultime tre generazioni, e tutti i suoi problemi di salute.

giovedì 28 novembre 2013

Tema: Quattro soli a motore di Nicola Pezzoli - Neo Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



Se non vi piace Corradino, siete in compagnia: neanche a me piaceva il mio nome, e per qualche tempo m’ero illuso di poter essere chiamato con qualsiasi altro fosse garbato a me. Corradino era sempre meglio di Scrofa, ma nella prima infanzia di Lavinia nessuno si sognava di chiamarmi così, e a me proprio non andava giù che mi avessero battezzato con questo nome così strano e così lungo, che nessun altro all’asilo portava. L’unico nome che avrei amato meno del mio era Stelvio, perché all’asilo c’era un tizio insopportabile che si chiamava Stelvio. Questo bambino Stelvio aveva una testolina a pera che faceva pensierini a pera. Non solo gli era stato appioppato quel nome abbastanza ridicolo ma, siccome aveva appena compiuto gli anni, passava il tempo a domandare a tutti gli altri bambini quanti anni avessero, e se dall’oggi al domani le età non cambiavano faceva seguire il suo sconcertato commento: “Ma come, sempre tre?”, “Sempre quattro?”. Di giorno in giorno il bambino Stelvio domandava l’età agli altri bambini assumendo sempre più un’aria di superiorità. Doveva essersi convinto che cresceva solo lui, il cretino, finché non cominciarono ad arrivare, a poco a poco, i compleanni degli altri a normalizzare la situazione. 
Altro nome dell’asilo che non avrei mai voluto avere, ma per motivi opposti, era Eligio: l’Eligio mi faceva pena. Era uno scricciolo con un grande neo sulla tempia sinistra. Una mattina era venuto in ritardo, accompagnato dal papà, che nel cortile, davanti a tutti, aveva scartato per lui una succosa gomma da masticare, rosea e compatta, che al solo vederla mi aveva fatto venire l’acquolina. Senonché, pochi istanti dopo, passata di mano l’Autorità dal padre alle suore, la truculenta Suor Rosa Tutta Spine s’era avventata su di lui come uno spauracchio di stoffa nera e gliel’aveva fatta sputare prima ancora che potesse cominciare a gustarla.

martedì 26 novembre 2013

Tema: Maricàlide e il gioco delle cinque conchiglie

Svolgimento


Chi aveva la fortuna di superare l’anello di fumi che a molte leghe dalla costa cingeva l’isola di Maricálide, si stupiva di un mare mai freddo eppure cristallino. Ai più non appariva un disegno di città, ma una torre di paesaggi che svettava su quell’acqua limpida, sopra abissi dove guizzavano a volte pesci a volte bambini. Avvicinandosi alla costa un odore forte di macchia avvolgeva i viaggiatori che riconoscevano dapprima l’elicriso e il cisto e poi, con stupore, il basilico e la cedrina. Un certo smarrimento coglieva gli approdati: il tramonto dardeggiante che avevano davanti agli occhi conviveva con l’alba delicata che era alle loro spalle. Il giorno si poteva consumare, o riaprire, semplicemente voltandosi. All’infinito.
Non con scale ma con uno sconfinato falso piano, che a percorrerlo talvolta una sola vita non bastava, si saliva al paesaggio superiore, dove colline dolci e distese lasciavano posto all’improvviso a un lago. Sulle sue rive coppie di umani e di animali si amavano in una verzura fitta e sconosciuta, che era più morbida del più morbido dei filati, dove si mescolavano l’odore amaro dei feromoni e il profumo dolce dei gelsomini. La sera si accendevano fuochi: creavano geometrie di percorsi per i giochi di cinguettanti bambini, che inseguendosi staccavano dagli alberi frutti simili a coloratissimi agrumi sconosciuti ai viandanti.


Tema : Mia suocera

Svolgimento

“Murio, murio, un ci pozzu cririri”. Nessuno può leggere questo mio esaltante pensiero, nessuno può penetrare il mio sguardo chino velato di lacrime di sincero sollievo. Nessuno dei presenti dolenti può indovinare la mia gioia. Lei, si ogni tanto ci provava a penetrare dentro il mio cervello a scandagliarlo peggio di una risonanza magnetica, perché doveva avere il controllo totale su di me, con quegli occhi verde cattiveria che ti trapassavano l’anima. Il trapasso invece è tutto suo.
 E’ felicità adesso quella che passa da nord e sud del mio corpo, quella che va dalla punta dei capelli che mi sono rimasti alla punta dei piedi che hanno macinato chilometri per soddisfare le sue continue pretese. Filippo devi andare all’esattoria, compra il pane, corri al paese qualcuno ha dimenticato la luce accesa al villino. La spazzatura che mi gocciola sul pavimento. Filippooooo!!!! Neanche in ufficio avevo pace, anche se raramente mi telefonava, usava mia moglie, ops mia? Io non ho mai posseduto nulla, è meglio dire sua figlia. 


lunedì 25 novembre 2013

Titolo: Twitteratura, romanzo di formattazione.

Svolgimento 

Forse qualche volta ti sei chiesto cosa stesse cercando di dirti Amleto e perché occorre sempre usare mezzi termini e un eccesso di lirismo. Non c’è dubbio che queste domande così problematiche si risolverebbero facilmente se Amleto fosse registrato a Twitter. (retrocopertina “Twitterature” di A. Aciman e E. Rensin) Se trentamila tweet vi sembran pochi, provateci voi a sollevare un popolo di quattromila appassionati lettori di libri, sollecitandoli a commentare per cinquantacinque giorni (un tempo infinito) “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, un testo del 1972. 

Tutta colpa della twitteratura.

Cerchiamo di sciogliere i nodi attorno a questa nuova parola nata nella forma inglese come twitterature (e così anche in francese) e in spagnolo twitteratura (idem in italiano).Il neologismo circola su Twitter almeno dal gennaio 2009. Precisamente dalle 13.30 di quel giorno. Ho fatto una ricerca con l’hashtag #twitterature e l’ultimo anzi il primo tweet sembra essere quello di una ragazza brasiliana che ne posta uno – obbligata per forza, dice lei - che rimanda all’articolo del suo blog con un link e che a sua volta rimanda a un altro blog (il gioco degli specchi dal barbiere è sempre presente cfr.), anzi un microbloguezinho che nel sottotitolo si presenta così:


domenica 24 novembre 2013

Tema: Riuso

Sez. Vintage
Svolgimento


Si raccoglie l’acqua piovana nelle cisterne sopra l’abitazione. Si purifica con speciali filtri al carbone. Poi si può bere o utilizzare per qualsiasi esigenza casalinga. Analogamente si può riutilizzare qualsiasi liquido biologico, tenendo conto che il nostro corpo è in massima parte costituito da acqua. 

Vi propongo questo esperimento. Incidete in superficie la pelle dell’avambraccio (dopo una accurata depilazione). Raccogliete il sangue che sgorga nelle apposite cisterne. Purificandolo con filtri speciali al carbone, dopo si potrà anche bere o utilizzare per tutte le esigenze domestiche. Si calcola che da un uomo di taglia robusta, opportunamente inciso, si potrebbero ricavare fino a cinquanta litri di acqua: giusto il fabbisogno quotidiano pro-capite - doccia compresa. Impossibile da applicare su larga scala, direte. Non proprio, vi rispondo. Esempio: potrebbe essere un’idea allestire una maxi pressa in corrispondenza di una grande piazza, che so, Piazza Politeama a Palermo. Nella piazza radunare il maggior numero di persone possibile, non senza uno straccio di preselezione, proprio sotto la lastra metallica. Al mio via, iniziare l’abbassamento della pressa che si protrarrà fino alla torchiatura completa. Una sorta di “presse-à-canard”, attrezzo culinario tanto caro ai cuochi francesi. Lo utilizzavano al centro della tavola imbandita per estrarre tutti i succhi dalle carcasse delle anatre le cui carni facevano bella mostra sui piatti dei commensali. Il fluido raccolto veniva poi distribuito sui piatti individuali.


venerdì 22 novembre 2013

Tema: Intervista a Dio

da Abattoir
Svolgimento

Avvolto in una nube di fumo, con ai piedi delle ciabatte a forma di arca, Dio mi accoglie nel suo studio di via Crucis 17. Mi fa accomodare in una poltrona in pelle da Papa. Accanto ad essa c’è un tavolino, su cui sono poggiati degli strani oggetti: una lampada che sembrava fatta di pelle umana tatuata, un volume dal titolo “Il diluvio universale per imbecilli”, un calendarietto da scrivania con immagini osé delle veggenti di Medjugorje e il dvd de “L’Esorcista – versione integrale”.
Per mettermi a mio agio, mi assicura che non verrò benedetta con qualche piaga o malattia incurabile al mio ritorno a casa. Vista la fine atroce dei suoi prediletti, mi sento fortunata. Apro il mio taccuino. Click. La penna mi cade dalle mani ed esclamo: ”Oh Santo Dio!”. “Oui, c’est moi!”, risponde lui. Cominciamo bene, almeno è un Essere spiritoso in puro spirito.
Gli chiedo se può gentilmente spegnere il sigaro cubano perché non riesco a distinguere i contorni della sua sagoma con tutto quel fumo. Sua Immensità scuote il capo, ricordandomi che preferisce restare anonimo.

Attenzione:
durante questa intervista non c’è pericolo che si manifesti Satana,
in quanto è impegnato in un Congresso Eucaristico in Vaticano,
dove presenterà il suo saggio dal titolo “ Vade Retrò – Papa vecchio fa buon brodo”.


giovedì 21 novembre 2013

Tema: Piccoli uomini non crescono mai ovvero adotta un uomo a distanza di Annabella Di Vita, Avia Editore

Sez. Gli amici della maestra
Svolgimento


Il masochismo delle donne è come l’herpes, rimane silente per anni e si manifesta violento quando un uomo le coinvolge. La nostra bravura nel farci calpestare è pari a quella di un tapis roulant. Il nostro è un masochismo col fiocco rosa: sottile, ironico e, soprattutto, consapevole ai limiti del sadismo perché noi, tutte, sappiamo perfettamente a cosa andiamo incontro, ma ci attacchiamo a quell’uno per mille di possibilità che, questa volta, lui s’innamori follemente di noi. L’unica possibilità di salvezza? Allertare, ai primi sintomi, la protezione civile. Ma chi di noi lo farà mai?
Se per anni vi siete sottoposte a ripetute, nonché dolorose, colonscopie emozionali  o vi siete ritrovate in matrimoni da flebo è ora di dire BASTA! Sei pronta soldato Jane? Non siete obbligate a tagliare i capelli a zero, anche se sarebbe più di effetto, ma dovrete munirvi di un manuale di auto-aiuto (in fondo state imparando anche voi).    
E adesso via! Prendete il volo verso la riaffermazione del vostro Sé, pestato e degradato dall’ illusione di una gratificante vita a due. E che succede ora? Beh, siete finalmente pronte ad arruolarvi nelle truppe speciali! Le truppe che fanno quell’ accidenti che vogliono, quando e come decidano di farlo. Più facile a dirsi che a farsi? Nooo! Tirate fuori dal ventre gli embrioni di desiderio bistrattati, insultati e offesi che custodite lì da chissà quanto tempo. Le scelte sono SOLAMENTE le vostre e se, dopo vari tentativi falliti, deciderete di ricascarci ancora una volta … fatevi desiderare. Prima di accostarsi a voi devono marinare per tre giorni nel Vin Santo, inzuppare la lingua nella Malvasia, accamparsi una settimana in una raffineria di greggio. Quando finalmente saranno più dolci e finemente sgrezzati, sarà allora il momento di concedervi al nemico. Le consegne sono: non siate bottino di guerra, ma premio della caccia al tesoro!
Questo manuale è un condensato di informazioni utili alle signore e signorine di ogni religione, razza ed età, sulle scelte sentimentali che faranno: restare single, sposarsi, tradire o più semplicemente avere una storia con un uomo sposato. 

mercoledì 20 novembre 2013

Tema: Poche cose in un borsone

Sez. In viaggio
Svolgimento

Il pavimento era freddo, lo sentiva attraverso la guancia, freddo e duro, e odorava di polvere umida e di detersivo, aveva lavato il pavimento al mattino ma dopo aveva piovuto e al rientro lui si era portato sotto le scarpe di gomma un po’ della nebbia della strada e i marciapiedi delle merde dei cani, i cantieri dove era andato a cercare un lavoro e i bar dove aveva bevuto gin fino alla tacca centrale, poco oltre la soglia della dignità. Poi era tornato a casa.
Il pavimento era freddo, adesso lo sentiva anche attraverso la maglia e il collant, la gonna si era spostata verso l’alto ma lei non si mosse, non allungò il braccio per abbassarla, forse lo pensò, però come si pensa nei sogni, quando si vuole fare qualcosa senza invece avere la forza di muoversi di un millimetro.
E infatti non si mosse, chiuse gli occhi e decise di pensare a Venezia, da quanto tempo voleva andarci, dai tempi del viaggio d’istruzione che non aveva fatto perché lui era geloso e non aveva voluto lasciarla andare, che ti serve andare da sola a Venezia aveva detto, poi ci andiamo insieme, in fondo è la città degli innamorati, che ci vai a fare senza di me. Ma poi non ci erano mai andati, lui diceva che le gondole gli sembravano bare galleggianti, e poi lo sanno tutti che Venezia puzza di piscio di gatto, altro che città romantica, roba per turisti giapponesi, come dire per allocchi pieni di soldi, ci sono tante belle città in Italia, lo sanno tutti che Venezia è cara e poi estate e inverno c’è sempre un’umidità che non si respira. Molto meglio Roma. O Firenze.
Così non erano mai andati a Venezia, però nemmeno a Roma o a Firenze, non erano mai stati da nessuna parte, perché ci volevano troppi soldi per partire come si deve, e lui che lavorava un mese sì e due no non si poteva permettere una vacanza come si deve, non potevano mica andare a fare i barboni in giro per il mondo, o si viaggia comodi o meglio starsene a casa.
Invece lei pensava che avrebbe fatto anche l’autostop pur di andare a Venezia, che ci sarebbe andata anche a piedi, però quella volta che lo disse finì come finì, del resto avrebbe dovuto pensarci prima, era ovvio che insistendo lo avrebbe colpito nel suo amor proprio di uomo, era colpa sua, avrebbe dovuto pensarci prima.
Dall’altra stanza sentiva il respiro di lui diventare sempre più profondo e regolare, adesso russava.

martedì 19 novembre 2013

Tema: color cammello

Svolgimento

Ero convinta che in qualche modo fosse stabilito che abitassi in quella casa. Qualcuno aveva scorso con un dito una lista che aveva davanti, si trattava di un militare di qualche corpo che non riuscivo a distinguere, un graduato ben piantato sulle gambe, non troppo alto, che aveva detto tu, a te è stato assegnato questo posto, sei di stanza qua, stacci fino a nuovo ordine, e io mi ero staccata dalla fila, e il militare, senza nemmeno darmi un’occhiata o rivolgermi un saluto mentre andavo via, aveva proseguito con le assegnazioni. Perché poi ci tenevo che mi salutasse? Non avrei saputo dirlo. In ogni caso fino a nuovo ordine potevo stare tranquilla.
Intanto una squadra di reclute si andava a piazzare nel seminterrato del palazzo. Ce n’era sempre una, di squadre. Facevano i turni per controllare la caldaia e l’ascensore. Erano giovani e ancora spaesati, e quel posto così protetto rendeva possibile un addestramento di intensità media, non eccessivamente stressante, preparatorio ai compiti che sarebbero stati loro assegnati in seguito, di gran lunga più impegnativi. Almeno, quella era la linea di quel comandante. Fuori, poi, ad ogni ora del giorno e della notte c’erano un paio di militari di guardia al palazzo. 
Il graduato restò in casa mia, da qualche parte. Lavorava prevalentemente seduto a una scrivania dal piano di vetro verde e due file di cassetti che facevano da sostegno, e si serviva di un grosso telefono nero di bachelite con il filo imporrito e i cavi rossi e bianchi che entravano nella cornetta scoperti, che squillava molto spesso, soprattutto di notte, facendomi girare nel sonno, se non svegliandomi, benchè lui avesse sempre la delicatezza, a una cert’ora, di abbassare il volume della suoneria facendo girare una rotellina sotto il telefono, nel basamento avvitato al corpo del telefono con quattro grosse viti a stella. Sentivo la sua voce bassa ma decisa formulare una dopo l’altra frasi che non riuscivo a decifrare, e che restavano come sospese nell’aria, di notte, nel corridoio della mia casa avvolto nel buio. Dalla porta socchiusa filtrava solo la luce fioca della sua lampada da tavolo, verde anch’essa, a campana. Io non ero del tutto insensibile a quel tono di voce, anche se mi sforzavo. Ma stando nel letto mi arrivava nella forma classica di una mano che mi scorresse lungo il corpo, che aveva nella realtà l’intenzione di conciliarmi il sonno, mentre io invece cominciavo a sudare e avevo voglia di rispondere subito e con trasporto a quel tocco.

lunedì 18 novembre 2013

Tema: Il poeta sei tu che leggi

Svolgimento

Caro Roberto, 
mi sento adesso, in questa fase di mimetismo letterario che segue alla lettura del tuo Betty, come Herzog, il personaggio di Saul Bellow che scrive lettere in continuazione ma senza spedirle. 
Egregio Signor Presidente, carissima Ramona, Moses!, senti bello, caro Governatore Stevenson. 
Il tuo libro scatena questa voglia di “vivere esperienze non nostre aprendoci al mondo”, come scrive Remo Bodei. E’ quanto provoca ogni narrazione per la verità. La tua però ha qualcosa in più. Un gioco sottile di rimandi. Come trovarsi seduto dal barbiere. Uno specchio che riflette un altro specchio, creando quell’illusione di infinito che ti spinge a cercare lo sguardo dell’ultimo te che ti sta osservando, minuscolo laggiù in fondo, sapendo che poi ce n’è un altro e un altro ancora.
Autofiction. Questo è il termine -pur abusato-che mi aiuta a capire un modo di scrivere storie a metà tra l’autobiografia e la finzione. Di autobiografico in Betty c’è molto poco in verità. 
Ti si scorge appena all’inizio e alla fine in quel ristorante di Porquerellos. Immagino mentre, in quel luglio 2006, ti siedi a L’Escale, dopo aver attraversato la sala guardandoti attorno, cenare in silenzio, leggendo qualcosa oppure semplicemente continuando a osservare i particolari della sala, come solo uno scrittore sa fare, fino a scorgere il quaderno lasciato su una sedia del tavolo accanto al tuo, Toccare con i polpastrelli, quasi come una carezza, l’etichetta dove c’è scritto Sim. 
Consegnare il quaderno al proprietario del locale. Cerco di immaginare, chiudendo gli occhi- naturalmente-il sapore e il colore e l’odore della Bouillabatisse, ordinata qualche sera dopo e che tipo di sigaro fumasse il ristoratore. Di certo non un toscano, presumo. L’autofiction è una brutta bestia che ha preso alla gola uno come Michel Houellebecq, fino a farsi a pezzi dentro il suo La Carta e il territorio, che lascia insonne Emmanuel Carrère mentre insegue il fantasma di Limonov.

sabato 16 novembre 2013

Tema: Vedovanza differenziata

Sez. Vintage
Svolgimento

Non è semplice, credetemi, la vedovanza. Una si affeziona al proprio postino, figuratevi all'uomo con cui ha vissuto per trent'anni. Mio marito non era una persona accomodante, ma fino all'ultimo mi ha voluto bene e mi ha portato rispetto. Non ho mai dovuto svuotare una sola volta il bicchiere con l'acqua per la dentiera: una sciocchezza direte voi. Una piccola carineria rispondo io. Credo sinceramente che la mattina che mi ha lasciata sola un pensiero a quel bicchiere l'abbia pure fatto. Rimase sul comodino tutto il giorno: capirete che trambusto quella volta. E poi la burocrazia, i parenti, i vicini, il parroco. Quando son tornata a casa e l'ho visto ancora al suo posto mi son dovuta reggere alla spalliera del letto. Poi arriva il momento in cui per un solo attimo ringrazi quasi il cielo di questi anni sereni: io e la mia gatta, che mi fissa compassionevole quando gioco a qualche solitario con le carte. Quel momento a me è toccato stamane, quando ho trovato la mia amica Gina ai cassonetti della raccolta differenziata infondo alla nostra via: stava strappando le pagine di un libro infilandole poi nella campana della carta. Le ho chiesto cosa stesse facendo. Mi ha risposto nervosa che era l'ultima volta che comprava qualcosa per averlo sentito dire in Tv. Dalla tasca del grembiule le spuntava una mascherina.


venerdì 15 novembre 2013

Tema: Aillte an Mhothair - Sulla Scogliera

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Aveva contemplato in silenzio la nervatura irregolare della costa sulla strada panoramica che portava fin sopra la scogliera. Sul ciglio sinistro, il cielo digradava nel mare in tonalità di blu sempre più intenso. Mentre a destra, ondulati manti erbosi di un verde ipnotico si alternavano a distese d’erica viola in piena fioritura. Un susseguirsi infinito di muretti a secco, uno diverso dall’altro, frangeva l’esplosione di colori quasi come la cornice di un quadro impressionista. Di tanto in tanto, dei cartelli bianchi con scritte nere semi-scolorite sia in inglese che in gaelico preannunciavano l’ingresso in qualche piccolo borgo di pescatori, ormai pressoché disabitato. 
Era la sua prima volta. Il vento soffiava forte in direzione del mare. Raffiche salmastre di nuvole gonfie correvano senza posa all’orizzonte. Spinta dal vento, ubriaca di correnti impazzite, era carambolata a qualche metro dallo strapiombo. Folate sempre più violente le sferzavano il viso quasi impedendole di respirare. I capelli, risucchiati dalle correnti, sbattevano in tutte le direzioni come ciocche ribelli di una gorgone. Il fragore incessante del mare si mescolava al battito del suo cuore.
La macchina a noleggio era parcheggiata prima della curva oltre la quale si apriva quello squarcio di infinito ululante. Ci aveva lasciato tutto quello che l’avrebbe potuta identificare: il passaporto, le carte di credito, il cellulare. Sul sedile posteriore, i libri di seconda mano appena acquistati in una libreria di Galway: Swift e Wilde in un’edizione in pelle e una confezione di immancabili biscotti Digestives. Rapida, selvaggia, bulimica. Tutto questo era lei. Anche nel distacco.