mercoledì 20 novembre 2013

Tema: Poche cose in un borsone

Sez. In viaggio
Svolgimento

Il pavimento era freddo, lo sentiva attraverso la guancia, freddo e duro, e odorava di polvere umida e di detersivo, aveva lavato il pavimento al mattino ma dopo aveva piovuto e al rientro lui si era portato sotto le scarpe di gomma un po’ della nebbia della strada e i marciapiedi delle merde dei cani, i cantieri dove era andato a cercare un lavoro e i bar dove aveva bevuto gin fino alla tacca centrale, poco oltre la soglia della dignità. Poi era tornato a casa.
Il pavimento era freddo, adesso lo sentiva anche attraverso la maglia e il collant, la gonna si era spostata verso l’alto ma lei non si mosse, non allungò il braccio per abbassarla, forse lo pensò, però come si pensa nei sogni, quando si vuole fare qualcosa senza invece avere la forza di muoversi di un millimetro.
E infatti non si mosse, chiuse gli occhi e decise di pensare a Venezia, da quanto tempo voleva andarci, dai tempi del viaggio d’istruzione che non aveva fatto perché lui era geloso e non aveva voluto lasciarla andare, che ti serve andare da sola a Venezia aveva detto, poi ci andiamo insieme, in fondo è la città degli innamorati, che ci vai a fare senza di me. Ma poi non ci erano mai andati, lui diceva che le gondole gli sembravano bare galleggianti, e poi lo sanno tutti che Venezia puzza di piscio di gatto, altro che città romantica, roba per turisti giapponesi, come dire per allocchi pieni di soldi, ci sono tante belle città in Italia, lo sanno tutti che Venezia è cara e poi estate e inverno c’è sempre un’umidità che non si respira. Molto meglio Roma. O Firenze.
Così non erano mai andati a Venezia, però nemmeno a Roma o a Firenze, non erano mai stati da nessuna parte, perché ci volevano troppi soldi per partire come si deve, e lui che lavorava un mese sì e due no non si poteva permettere una vacanza come si deve, non potevano mica andare a fare i barboni in giro per il mondo, o si viaggia comodi o meglio starsene a casa.
Invece lei pensava che avrebbe fatto anche l’autostop pur di andare a Venezia, che ci sarebbe andata anche a piedi, però quella volta che lo disse finì come finì, del resto avrebbe dovuto pensarci prima, era ovvio che insistendo lo avrebbe colpito nel suo amor proprio di uomo, era colpa sua, avrebbe dovuto pensarci prima.
Dall’altra stanza sentiva il respiro di lui diventare sempre più profondo e regolare, adesso russava.

martedì 19 novembre 2013

Tema: color cammello

Svolgimento

Ero convinta che in qualche modo fosse stabilito che abitassi in quella casa. Qualcuno aveva scorso con un dito una lista che aveva davanti, si trattava di un militare di qualche corpo che non riuscivo a distinguere, un graduato ben piantato sulle gambe, non troppo alto, che aveva detto tu, a te è stato assegnato questo posto, sei di stanza qua, stacci fino a nuovo ordine, e io mi ero staccata dalla fila, e il militare, senza nemmeno darmi un’occhiata o rivolgermi un saluto mentre andavo via, aveva proseguito con le assegnazioni. Perché poi ci tenevo che mi salutasse? Non avrei saputo dirlo. In ogni caso fino a nuovo ordine potevo stare tranquilla.
Intanto una squadra di reclute si andava a piazzare nel seminterrato del palazzo. Ce n’era sempre una, di squadre. Facevano i turni per controllare la caldaia e l’ascensore. Erano giovani e ancora spaesati, e quel posto così protetto rendeva possibile un addestramento di intensità media, non eccessivamente stressante, preparatorio ai compiti che sarebbero stati loro assegnati in seguito, di gran lunga più impegnativi. Almeno, quella era la linea di quel comandante. Fuori, poi, ad ogni ora del giorno e della notte c’erano un paio di militari di guardia al palazzo. 
Il graduato restò in casa mia, da qualche parte. Lavorava prevalentemente seduto a una scrivania dal piano di vetro verde e due file di cassetti che facevano da sostegno, e si serviva di un grosso telefono nero di bachelite con il filo imporrito e i cavi rossi e bianchi che entravano nella cornetta scoperti, che squillava molto spesso, soprattutto di notte, facendomi girare nel sonno, se non svegliandomi, benchè lui avesse sempre la delicatezza, a una cert’ora, di abbassare il volume della suoneria facendo girare una rotellina sotto il telefono, nel basamento avvitato al corpo del telefono con quattro grosse viti a stella. Sentivo la sua voce bassa ma decisa formulare una dopo l’altra frasi che non riuscivo a decifrare, e che restavano come sospese nell’aria, di notte, nel corridoio della mia casa avvolto nel buio. Dalla porta socchiusa filtrava solo la luce fioca della sua lampada da tavolo, verde anch’essa, a campana. Io non ero del tutto insensibile a quel tono di voce, anche se mi sforzavo. Ma stando nel letto mi arrivava nella forma classica di una mano che mi scorresse lungo il corpo, che aveva nella realtà l’intenzione di conciliarmi il sonno, mentre io invece cominciavo a sudare e avevo voglia di rispondere subito e con trasporto a quel tocco.

lunedì 18 novembre 2013

Tema: Il poeta sei tu che leggi

Svolgimento

Caro Roberto, 
mi sento adesso, in questa fase di mimetismo letterario che segue alla lettura del tuo Betty, come Herzog, il personaggio di Saul Bellow che scrive lettere in continuazione ma senza spedirle. 
Egregio Signor Presidente, carissima Ramona, Moses!, senti bello, caro Governatore Stevenson. 
Il tuo libro scatena questa voglia di “vivere esperienze non nostre aprendoci al mondo”, come scrive Remo Bodei. E’ quanto provoca ogni narrazione per la verità. La tua però ha qualcosa in più. Un gioco sottile di rimandi. Come trovarsi seduto dal barbiere. Uno specchio che riflette un altro specchio, creando quell’illusione di infinito che ti spinge a cercare lo sguardo dell’ultimo te che ti sta osservando, minuscolo laggiù in fondo, sapendo che poi ce n’è un altro e un altro ancora.
Autofiction. Questo è il termine -pur abusato-che mi aiuta a capire un modo di scrivere storie a metà tra l’autobiografia e la finzione. Di autobiografico in Betty c’è molto poco in verità. 
Ti si scorge appena all’inizio e alla fine in quel ristorante di Porquerellos. Immagino mentre, in quel luglio 2006, ti siedi a L’Escale, dopo aver attraversato la sala guardandoti attorno, cenare in silenzio, leggendo qualcosa oppure semplicemente continuando a osservare i particolari della sala, come solo uno scrittore sa fare, fino a scorgere il quaderno lasciato su una sedia del tavolo accanto al tuo, Toccare con i polpastrelli, quasi come una carezza, l’etichetta dove c’è scritto Sim. 
Consegnare il quaderno al proprietario del locale. Cerco di immaginare, chiudendo gli occhi- naturalmente-il sapore e il colore e l’odore della Bouillabatisse, ordinata qualche sera dopo e che tipo di sigaro fumasse il ristoratore. Di certo non un toscano, presumo. L’autofiction è una brutta bestia che ha preso alla gola uno come Michel Houellebecq, fino a farsi a pezzi dentro il suo La Carta e il territorio, che lascia insonne Emmanuel Carrère mentre insegue il fantasma di Limonov.

sabato 16 novembre 2013

Tema: Vedovanza differenziata

Sez. Vintage
Svolgimento

Non è semplice, credetemi, la vedovanza. Una si affeziona al proprio postino, figuratevi all'uomo con cui ha vissuto per trent'anni. Mio marito non era una persona accomodante, ma fino all'ultimo mi ha voluto bene e mi ha portato rispetto. Non ho mai dovuto svuotare una sola volta il bicchiere con l'acqua per la dentiera: una sciocchezza direte voi. Una piccola carineria rispondo io. Credo sinceramente che la mattina che mi ha lasciata sola un pensiero a quel bicchiere l'abbia pure fatto. Rimase sul comodino tutto il giorno: capirete che trambusto quella volta. E poi la burocrazia, i parenti, i vicini, il parroco. Quando son tornata a casa e l'ho visto ancora al suo posto mi son dovuta reggere alla spalliera del letto. Poi arriva il momento in cui per un solo attimo ringrazi quasi il cielo di questi anni sereni: io e la mia gatta, che mi fissa compassionevole quando gioco a qualche solitario con le carte. Quel momento a me è toccato stamane, quando ho trovato la mia amica Gina ai cassonetti della raccolta differenziata infondo alla nostra via: stava strappando le pagine di un libro infilandole poi nella campana della carta. Le ho chiesto cosa stesse facendo. Mi ha risposto nervosa che era l'ultima volta che comprava qualcosa per averlo sentito dire in Tv. Dalla tasca del grembiule le spuntava una mascherina.


venerdì 15 novembre 2013

Tema: Aillte an Mhothair - Sulla Scogliera

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Aveva contemplato in silenzio la nervatura irregolare della costa sulla strada panoramica che portava fin sopra la scogliera. Sul ciglio sinistro, il cielo digradava nel mare in tonalità di blu sempre più intenso. Mentre a destra, ondulati manti erbosi di un verde ipnotico si alternavano a distese d’erica viola in piena fioritura. Un susseguirsi infinito di muretti a secco, uno diverso dall’altro, frangeva l’esplosione di colori quasi come la cornice di un quadro impressionista. Di tanto in tanto, dei cartelli bianchi con scritte nere semi-scolorite sia in inglese che in gaelico preannunciavano l’ingresso in qualche piccolo borgo di pescatori, ormai pressoché disabitato. 
Era la sua prima volta. Il vento soffiava forte in direzione del mare. Raffiche salmastre di nuvole gonfie correvano senza posa all’orizzonte. Spinta dal vento, ubriaca di correnti impazzite, era carambolata a qualche metro dallo strapiombo. Folate sempre più violente le sferzavano il viso quasi impedendole di respirare. I capelli, risucchiati dalle correnti, sbattevano in tutte le direzioni come ciocche ribelli di una gorgone. Il fragore incessante del mare si mescolava al battito del suo cuore.
La macchina a noleggio era parcheggiata prima della curva oltre la quale si apriva quello squarcio di infinito ululante. Ci aveva lasciato tutto quello che l’avrebbe potuta identificare: il passaporto, le carte di credito, il cellulare. Sul sedile posteriore, i libri di seconda mano appena acquistati in una libreria di Galway: Swift e Wilde in un’edizione in pelle e una confezione di immancabili biscotti Digestives. Rapida, selvaggia, bulimica. Tutto questo era lei. Anche nel distacco.

giovedì 14 novembre 2013

Tema: "Il giorno che diventammo umani" di Paolo Zardi - Neo Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



Perturbazioni

Aveva seguito l'evoluzione della perturbazione per tutta la settimana, navigando sui siti di previsioni del tempo di mezzo mondo. Il fronte di aria gelida si era formato nella pianura siberiana, e stava scendendo verso l'Italia dopo aver attraversato mezza Europa; aveva scompigliato campi di grano, tetti di case, piantagioni d’uva. Lei, la sera, con il suo pc, dall'alto dei satelliti, guardava le isobare che si spostavano, che si allargavano e poi si ritraevano, simili al corpo di una medusa nell'acqua; osservava il movimento lento e irreversibile di quella piccola minaccia.
La tempesta arrivò di notte, come un gigantesco treno scagliato contro la città. Nel buio, sentì i passi della piccola che si era svegliata – forse per i tuoni – e che, piagnucolando, si avvicinava alla camera da letto, in cerca di un rifugio. Lei e suo marito la fecero salire sul lettone e la misero in mezzo tra loro. Per qualche secondo le tenne stretta la manina; poi, mentre il vento siberiano urlava fuori dalle finestre, sentì il suo respiro farsi quieto, regolare. Il tepore di quel corpicino stretto a lei la fece scivolare in un sonno dolce e confuso.
Quando suonò la sveglia, la piccola le era ancora accanto, con la bocca spalancata. Suo marito, già in piedi, stava alzando le tapparelle: fuori, il cielo era ricoperto di nuvole. Dal letto, lei intravedeva l'albero che cresceva davanti alla camera: sembrava arruffato, qualche ramo si era spezzato, ma era ancora in piedi. Si alzò anche lei, e, insieme, si affacciarono alla finestra, uno accanto all'altra: la strada era piena di foglie, carte di giornali, sacchetti; una pozzanghera larga due o tre metri lambiva il marciapiede davanti; la vicina di casa, con una giacca da uomo indossata sopra la vestaglia, stava gettando bottiglie di birre nel bidone del vetro, con un rumore assordante. Si girò verso la camera. La piccola non si era ancora svegliata.
Andò in cucina a preparare il caffè, mentre suo marito iniziava a svegliare il grande: sentì la voce affettuosa del padre, il borbottio lamentoso del figlio. Era il 15 maggio – un giorno del quale avrebbe fatto volentieri a meno.

mercoledì 13 novembre 2013

Tema: The british dream

Sez. In viaggio
Svolgimento

Questa è uguale a tutte le altre città inglesi in cui sono stato: Reading, Staines, Ashford, Slough e chissà quante altre di cui non ricordo il nome, in versione più grande o più piccola e sempre con la stessa high street fiancheggiata di case di mattoni rossi, i college con i parchi fuori, i caffè delle catene, i supermercati, i centri commerciali. Ci vivo da un po’, dopo essermi stancato di peregrinare, tanto alla fine quello che trovo è sempre un lavoro infimo in qualche ristorante dal nome pacchiano tipo “Sopranos”, “Gondola”, “Bella Italia” dove non mi fanno il contratto e la paga all’ora è al di sotto del minimo nazionale. Viaggiare tanto in un paese straniero come questo senza mai casa e lavoro fissi ti lascia addosso una polvere di stanchezza e nausea e tanta nostalgia, ma quando torni in Italia ti rendi conto che la preferisci alla polvere secolare che lì si è depositata dopo anni di immobilità: se ci resti troppo, afferra anche te e non ti fa più muovere. Dopo un po’ mi sono ambientato in questa bella cittadina con il fiume in mezzo, al ristorante mi hanno dato qualche responsabilità in più e anche alzato un po’ la paga, vivo serenamente.
Un giorno mi chiama mia zia dall’Italia. Mio cugino non ne vuole proprio di studiare, si è appena diplomato e non ha intenzione di entrare all’università né riesce a trovare un lavoro, qui non c’è niente, mi dice, solo disperazione, meglio per lui provare a trasferirsi finché è giovane, impara meglio l’inglese. Sento la stanchezza nel suo tono di voce mentre mi chiede se riesco a dargli un tetto e un po’ d’aiuto a inserirsi in un contesto lavorativo almeno per i primi tempi e le dico sì, che lo faccia partire, mentre penso che la situazione anche qui non è delle migliori e che serviranno un bel po’ di soldi, almeno all’inizio, per riuscire a permettersi un affitto.

martedì 12 novembre 2013

Tema: Parigi, appunti sconclusionati

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Ho chiesto le ferie a febbraio per avere speranza di riuscire ad avere il periodo che c’interessava; sono mesi che setacciamo la rete in cerca di un hotel decente ma non rapinoso vicino alla nostra meta; ho impiegato le ultime due settimane di lavoro a preparare la valigia un po’ alla volta perché non avevo altro tempo disponibile; ho prenotato le cuccette novanta giorni prima della partenza per essere sicuro di avere posto e pagare un po’ meno; non avevo alcuna intenzione di lasciar frapporre alcunché tra me e le ferie, visto che era dall’estate del 1998 che non mi prendevo qualche giorno di vacanza, e giacché sono cinque anni che abbiamo la voglia di partire per una specifica destinazione, la nostra meta oserei dire agognata. E, finalmente, la sera di lunedì 3 agosto 2009 saliamo in treno a Verona con destinazione Versailles.

Martedì 4 agosto: arrivo a Parigi, nella pulciosa Gare de Bercy: pareva di essere alla stazione di Gatteo Mare, solo che non c’erano i chioschi di piadine. Sulla RER per Versailles, passando alla stazione di Issy, un vicentino vagante butta lì una considerazione misteriosa: “E pensare che questa è ancora tutta Parigi”, cui un altro risponde: “Eh, è perché la città è fatta ad anello”. Non abbiamo ancora capito che volesse dire. 
Decidiamo di visitare il Domaine de Marie-Antoinette, il tempo incerto preoccupa Alessandro: “E se inizia a piovere?”, mi chiede. Rispondo sciolto: “Ciava un casso, la pluie de Marly ne mouille pas!”

lunedì 11 novembre 2013

Tema: Milano - Foggia: 1976

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Oggi il caffelatte è diverso. Sarà che me lo son fatto da solo, gli altri dormono. Osservo il calendario: 15 luglio 1976. È cerchiato di rosso con la scritta "Vacanza, si parte!” Ah già vero. Oggi si lascia Milano e si arriva in provincia di Foggia per sette giorni, dagli zii. Per me, dovrebbe essere una gran gioia, sette giorni di mare e di giochi con mio fratellino, anche se di un anno (la sua prima vacanza), di mamma e papà. Ho detto dovrebbe, perché non mi sono mai piaciute le vacanze con tutti i parenti, che ti accolgono festanti con quel loro accento molto folkloristico appena vedono la nostra Dyane 6 girare l'angolo della via. Ogni anno sembra che arrivino i parenti resi famosi dal grande schermo: iniziano a fare fotografie che nemmeno Marilyn quando ha cantato per i soldati americani negli Usa. Ho sempre odiato queste foto, tutti in posa tra zii e cuginetti, davanti alla macchina, sorridenti e festanti. Forse Bob Geldof ha visto queste foto per ispirarsi quella volta che ha fatto la copertina del disco "We are the world" anni dopo. Man mano si svegliano tutti. Si inizia a programmare la giornata. Partenza alle 18. Finito di far colazione, papà prende il potente mezzo e si reca dal gommista, dal meccanico e da tutti quelli che si prendono cura dell'auto, autolavaggio compreso ("Vorrai fare mica la figura dello zozzone"), come se poi si arrivasse a destinazione tutti freschi e sorridenti e la macchina bella lustra e fiammante. Mamma inizia a preparare il pranzo e tagliare panini imbottiti con le peggio cose: una ventina di panini. "Per avere più scelta": nutella, salame, prosciutto, formaggio, marmellata. Già mi viene la nausea.

domenica 10 novembre 2013

Tema: Giorni Felici

Sez. In viaggio
Svolgimento

Questo viaggio comincia così, tra le nuvole e il vento, in mezzo al cielo, sotto c’è il mare che scorre. 
Si va alla ricerca di una risposta diversa, alla ricerca del nostro domani perché torni ad essere identico a ieri.
Come sembra lontano adesso.
Sapevo bene quello che avevo e amavo quei giorni per questo. 
Non ero distratta, annoiata o che altro, ero felice, entusiasta ed amavo riamata. Oggi, con il vento impetuoso, è arrivato quel domani vigliacco che tradisce colpendo alle spalle, in un attimo ci toglie le feste, la gioia, il teatro, poi… anche il sonno e la pace. Il ritmo dolce della vita di sempre s’inceppa, sussulta, accelera, il cuore impazzisce. 
È già una discesa il sospetto, diventa infernale quando si concretizza in angoscia.
Il tempo non è più nostro né del nostro lavoro né della nostra casa, il tempo è solo del male ch’è entrato senza bussare, ma picchiando così forte da farci mancare il respiro.
Fatico a capire quello che dicono e non dicono per farmi sapere senza farmi soffrire, ma il male con la sua sofferenza già c’è. E provo a guardarlo, ma senza volerlo giro la testa, voglio ancora sperare. 
Allora il viaggio. 

venerdì 8 novembre 2013

Tema: Nametil

Sez. In viaggio
Svolgimento

Dall'aereo il Mozambico è una terra buia, di notte è inesistente. 
Prima di lasciare Maputo mi hanno detto di non parlare con nessuno, di stare perfino attento alla polizia che crea solo problemi - ti chiedono il passaporto e poi cominciano a cercare irregolarità – mi aveva detto uno dei volontari – e quando ne trovano qualcuna, ma anche quando non ne trovano,  ti ordinano di seguirli in caserma, e se tu ti opponi puoi sempre scegliere di farteli amici, e allora ti sorridono e ti chiedono dei soldi o una ricarica telefonica, a volte anche lattine di birra o Coca Cola, qualunque cosa. Non fidarti di loro.
Quando l'aereo atterra, a Nampula non c'è nessuno ad aspettarmi; all'interno dell'edificio cadente e poco illuminato attendo insieme ad altri che il nastro trasportatore porti i bagagli ma dopo qualche rumore inceppato il nastro si ferma. 
Fuori vengo circondato da tassisti che mi offrono di accompagnarmi, mi si parano davanti, uno prova pure ad anticipare i tempi per convincermi ad accettare: afferra la mia valigia e prova a caricarla in macchina ma lo fermo mentre mi parla delle sue tariffe convenienti, poi chiamo il direttore a Maputo e gli spiego la situazione – tutto sotto controllo – mi dice – sta per arrivare un taxi che ti porterà al progetto – poi chiude.
L'uomo che esce dalla macchina si ferma di fronte a me, non è un tassista e poi non c'è neanche il cartello “taxi”, ma dice di essere stato chiamato da Maputo quindi mi fido; all'interno  una ragazza seduta accanto a lui mi sorride (io non ho la forza di ricambiare), mi siedo e rimango in silenzio per tutto il tragitto. All’arrivo l'uomo ferma l'auto, mi fa cenno di aspettare, tira fuori un taccuino e su un foglietto di carta sudicio e rovinato scrive 300 Meticais. Cerco all'interno del portafogli la somma di denaro richiesta, trecento meticais (non ho idea di quanti soldi siano in euro), sono veramente troppo stanco, glieli consegno in mano, lui ride, è grasso, ha un’apertura della bocca enorme, mi afferra una mano, la stringe forte e mi dice – obrigado, my friend.

giovedì 7 novembre 2013

Tema: Cacciatori di frodo, di Alessandro Cinquegrani. ed. Miraggi Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



E niente più pneumatici, niente smaltimento rifiuti, niente fiore all’occhiello dell’efficienza del florido Nordest, penso mentre percorro i binari della ferrovia. Tutto finito, chiuso, esploso, come una bomba atomica o una bolla di sapone che lascia ferite indelebili, solitudini fatte a pennello, penso mentre cammino sul binario morto. Ora dovrei forse contare i passi per dare il senso della mia efficienza, contano i passi quelli che hanno rabbia da vendere, penso, psicolabili e psicopazzi dei miei stivali, ma io no, non conto i passi, mentre percorro i binari della ferrovia, penso mentre percorro i binari della ferrovia, io mi porto al guinzaglio la mia nuvola, una manciata di metri cubi di acerbe espiazioni prese al guinzaglio e percorro i binari della ferrovia, dodici chilometri ho sentito dire, dodici chilometri suppergiù che devo percorrere per raggiungere la curva troppo stretta e dietro la curva trovare mia moglie sdraiata sui binari che aspetta che il treno venga a farle rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume. Dodici chilometri, dalla casa cantoniera dove siamo andati a stare dopo che è successo tutto, dopo che è finito tutto, che si è smesso di smaltire gomma di pneumatici ai margini della città con pochissime infrazioni al senso di efficienza del nostro florido Nordest, dodici chilometri. Di un binario morto. Mi chiedo ancora ogni volta, penso mentre percorro i dodici chilo- metri del binario morto della ferrovia, se mia moglie, perché Eli- sa bene o male è ancora mia moglie, persino ora e persino qui, sul binario morto, Elisa è ancora mia moglie, porca puttana, mi chiedo ogni dannata volta che percorro questi dodici chilometri di binario morto, ogni mattina, se mia moglie che ogni mattina esce di casa prima dell’alba, con la camicia da notte bianca di prima dell’alba, e percorre nel buio con la camicia da notte bianca mossa dal vento nella notte prima dell’alba e si sdraia con la camicia da notte sul binario morto della ferrovia e aspetta che il treno le faccia rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume, mi chiedo se lo sappia che il binario è un binario morto, uno degli scempi assurdi dell’Italia centralista di Roma, e porcodio, questo binario morto della ferrovia costruito dentro l’argine del fiume è come un grattacielo eretto sulle sabbie mobili da stronzi, mi chiedo se lo sappia mentre aspetta ogni mattina il treno che le butti giù la testa dall’argine e nel fiume, se un fremito la scuota, se pompi il cuore nella testa come un Hummer, se sbatta, se s’incazzi, o se stia zitto, sospeso sulla nuvola al guinzaglio di espiazioni troppo acerbe.

mercoledì 6 novembre 2013

Tema: Londra

Sez. In viaggio
Svolgimento

Londra, ma in inverno inoltrato - solo brughiere frustate dal vento, prosodie di bufere ad agitare querce, coltri di nebbia a dividere i passanti. I miei mi avrebbero mandata altrove, in America ma da alcuni parenti, a Madrid da un’amica di vecchia data: se viaggio deve essere, voglio andare da sola, senza tutele o protezioni. Sola - ufficialmente ragazza alla pari di una famigliola con due bambini, così dissi ma senza troppa convinzione. E Londra fu, tra l’odore cordite di vita metropolitana, gli U2 ascoltati nei magazzini Virgin, gli artisti di strada a cantare standard del country o a scimmiottare clienti di fast food agitando polli di plastica. Una stanza la presi dietro Waterloo station, nella pensione di Steve uomo canuto dal ventre sporgente, un tipo un po’ cerbero un po’ bonaccione e decaduto quanto la sala del suo ristorante che ai tempi di Marianne Faithfull serviva fish’n’chips kebab birra - restavano tavoli a mo’ di lapidi in formica vegliati da sedie che tali ve n’erano nella mia scuola media; alle pareti altre foto di Steve o paesaggi seppiati; appresso a lui, come un cagnetto o un odore acre, una donna sparuta dal volto grinzoso coperto a zone da capelli sfibrati, vestaglietta  fiorata tirata sul pigiama stinto: a lei il compito di portarmi in stanza. Era da psicofarmaci la sua lentezza mentre arrancava tra corridoi stretti e scale scomode rivestite di moquette mal appuntata - l’edificio cresciuto in momenti diversi si snodava su più livelli – e quando aprì la porta della mia stanza (un sottotetto con due finestre a scrutare le tegole dell’isolato di fronte - un occhio alle antenne e uno ai dirimpettai) sentii di sfogliare un romanzo a me noto, riconobbi la camera dei ragazzi di Lady Ramsey a St. Ives, lì si accumulavano mazze, pantaloni da cricket, cappelli di paglia, calamai, barattoli di vernice, scarabei e crani di uccellini. Per la vecchia era quello che era: una topaia. (Chiuse la porta scagliando parole comprensibili solo a lei che rivelò una voce stridula da sorella fatale.) 
Poggiai lo zaino su una poltroncina di peluche amaranto, di un tavolo vicino ad una finestra feci il mio scrittoio, sedetti e scrissi Io sarò Londra - uscii poco dopo per andare a caccia di ragguagli toponomastici, annotai istruzioni per raggiungere Camden Town, slogan di musical dati a West End, gli ingredienti per una torta di carote ricoperta di margarina. 

martedì 5 novembre 2013

Tema: Secondo in tutto, ovvero il secondogenito omicida e guerrafondaio

Sez: Il Secondo Posto
Svolgimento

I figli si sa sono tutti uguali. Non c'è primo, né secondo, né terzo nel cuore di una madre. Eppure non si nasce a caso primo, né a caso secondi.
Io seconda figlia, occhi bruni, capelli neri, pelle bianca, praticamente niente di particolare in qualche cosa, solo in una: ero femmina. E dunque seconda, femmina e anche bruna e non bionda come mia madre che aveva anche gli occhi verdi e i pomelli rossi come pittata senza fard. Che mangiava rossi d'uova ogni mattina e sembrava pittata naturale.
Io pallidina, magrolina e anche scracchiavo ogni mattina, uno sputo verde muco di cornetti alla crema rancidina, e poi a una certa età non ci vedevo più.
Ero diventata miope. Ma non poco. Di colpo ingravescente, con la retina maculata, sembrava del tipo pigmentosa ma non arrivò a farmi vedere solo le ombre.
Ma dico io:  proprio così questa seconda?
E allora per vendetta mi guardavo attorno per superare il bellissimo fratello biondo che beneficiava di automobilina, fucile con tre colpi a pallini, carezze e benevolenze della nonna ( che amava solo i nipoti maschi).
Ma siete in grado di provare e sopportare la sofferenza, si sissignori la sofferenza atroce di un secondogenito?
La rabbia ci mangia vivi. Chiamiamola pure raggia va, che rende meglio.
Il sentimento più frequentato dai secondi è l'invidia e la gelosia che diventa vendetta e nei casi estremi, estremi rimedi.
Si vi siete mai chiesti perchè Giuda divenne Giuda? Quel Giuda conosciuto come il traditore di Cristo?

lunedì 4 novembre 2013

Tema: Oltre il buio

Svolgimento

«Dai lasciami stare, è tardi. Domani lavoro»
«Quello me lo chiami lavoro. Vieni qua. Tu non hai un lavoro. Dammi un bacio.»
«No, davvero, devi andartene, lasciami. Domattina mi alzo presto, vado in Via Lampara a sentire i vicini di quella poveretta. Hai presente quell’aggressione in casa, ora la donna è in fin di vita: quasi un altro femminicidio. Che se era femminicidio mica mandavano me. Ma da qualche parte devo cominciare ... dai lasciami»
«Sì, ma tu ti fai sfruttare da questi qua. Non è un lavoro se non ti pagano. Hanno bisogno di bassa manovalanza e hanno trovato una cretina. Si approfittano di te perché sei giovane e ingenuotta. Dai, basta adesso parlare, vieni qua.»