giovedì 11 ottobre 2012

Sez: Le torte di Ninà: La torta speciale

Svolgimento

Quando arrivò il tempo delle nozze, Nita all'alba condusse le galline fuori dal pollaio, le nutrì con crusca e granturco e tutte le briciole che erano avanzate dalla tavola. Intanto che beccavano le chiamava ad una ad una: Bianchina, Nerina, Pettinella, vieni, becca qua, e fatemi tante uova, ma tante, che oggi è un gran giorno.

Andò dal melo, e guardò tra il fogliame. Le mele rosse erano mature. E dal mugnaio si fece regalare dieci chili di farina della più fine.

Contò le uova. Ogni giorno ne aveva messe da parte tutte quelle che poteva,  tenendole tra la cenere e la paglia, al fresco, per non andare a male. Ne occorrevano 100, perchè la torta nuziale doveva essere sontuosa a bastare per tutti gli invitati.
Dispose infine un lemmo per battere gli albumi e una grande recipiente per i tuorli. Lavorò tutto il giorno gli albumi a neve ferma e  i tuorli  con lo zucchero così che al tramonto fu pronta.
Ma, mentre ruotava i mestoli e le fruste giravano, fu presa da malinconia e più si interrogava più non si capacitava di tutte quelle lacrime e furono tanto copiose e abbondanti che scesero fin nell'impasto da renderlo empatico.
La nonna le disse:  Nita non va bene così, la torta va a male.  Ma cosa ti fa così malinconica?
Non rispose.
Alle nozze era la più bella e ruotava tra gli invitati con i capelli intrecciati di fiori, i pizzi bianchi e i guantini di tulle. Tutti erano rilassati e felici, anche sua cugina riluceva di luce, appariva  meno sbiadita e sciatta e, malgrado la flatulenza di cui soffriva, riuscì a concludere la promessa di nozze senza emettere alcuna puzzetta. Ma lo sposo non aveva occhi che per lei, per Nita. Come un agnello al sacrificio aveva lo sguardo ferito e rassegnato che si addolciva solo quando si posava su Nita.
Il banchetto fu sontuoso e copioso. Mangiarono e bevvero a sazietà, deliziandosi occhi e intestini. Fu il tempo della sontuosa torta, soffice di pan di spagna farcito di mele e crema zabaione, a tre piani, con i pupini di zucchero in cima vestiti da sposini.


Ne mangiarono con mugolii di gran piacere, il prete, la sposa, lo sposo e tutti gli invitati, ma furono subito presi da grande malinconia, da ritrovarsi in preda a grande agitazione. Corsero tra le siepi, dietro agli alberi del bosco, le vesti sollevate e i deretani all'aria il prete e la perpetua, la nonna e il signore con il cappello, la zia con il vestito a fiori, tutti a cercare uno spazio appartato ove liberarsi da tale malinconia. Anche la cugina andata sposa  fuggì insieme al testimone,  e lo sposo rapì Nita, a sua volta rapito dagli esiti così urgenti e veritieri della speciale torta.
Riemersero  poi con aria impacciata e imbarazzata, scusandosi,  le acconciature scomposte, sudati, persa ogni dignità. Solo Nita e il "suo" novello sposo non tornarono più.

CLA

14 commenti:

  1. insomma, c'è da diffidare da questa torta che porta a cercare cespugli dove scoprire i deretani..aahahaaaahhah che poi uno che legge CLa queste cose non se le aspetta e allora strabuzza gli occhi, rilegge più volte la fine per convincersi che la firma è quella, Cla, idda, la Clotilde!
    Bene, pezzo che finisce a flatulenze e cagarelle e però elegantissimo sino all'ultimo, pure nelle dignità perse... (abbiamo perso pure Cla, questo blog rende volgari!!!)
    GD

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    1. Non erano cacarelle. Forse così mi riconosci di più? Mi piace averti stupito in ogni caso... Ma grazie del tuo commento.
      Tanto lo so che sono irresistibile!

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  2. Lo avevo letto nelle bozze trovandolo adorabile, divertente, raffinato: come avrà fatto la Cla, con un argomento così? Brava.

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    1. Grazie del bellissimo commento, Baci!

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  3. Questa storia l'ho già letta: è quasi identica (è stato cambiato solo qualche dettaglio) in "Dolce come il cioccolato" di Laura Esquivel.
    Mi sbaglio forse?

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    1. Ciao Lilli la torta della Equivel mi ha ispirato, e hai ragione su questo. Ma la torta qui non scatena cacarelle ma incredibili frenesie amorose da far slantentare voglie inconfessabili e cambia la vita a tutti: prete compreso, per non parlare allo sposo, pentito sull'altare, e perchè no anche alla nonna e non dimenticare la zia...si quella con il vestito a fiori.
      Grazie di aver ricordato la Esquivel che merita di più sul panorama della letteratura sudamericana sopratutto per questo incredibile Dolce come il cioccolato.
      E poi i due protagonisti qui sono degli assoluti sconosciuti.
      Ciao

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    2. Lilli, una cosa è ispirarsi ad una storia gia' scritta ( tante' che a me ha ricordato il film ) ma da li ad asserire che il racconto è identico tranne che per pochi dettagli è un altro paio di maniche.

      Forse CLA avrebbe dovuto terminare il racconto con il titolo del Film/libro

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  4. Sembra di leggere la trama di un Film che ho visto qualche anno fa,possibile?

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    1. Ciao Anna, ma ti è piaciuto dico...il film?

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    2. Si Si! il film molto carino. Mi hai fatto ricordare la scena in cui alla protagonista cadono le lacrime nella pietanza che sta rimescolando e che portera' alle lacrime tutti quelli che la mangeranno :)

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    3. QUi fanno tutti l'amore...e poi i due spariscono come nel mio prio racconto pubblicato qui: Se il titanic fosse partito da Caracas...insomma il mio amore per il Sudamerica emerge sempre...ma qui solo come ispirazione...la tora ta della Esquivel. Baci Anna.
      Nel film che citi piangeranno tutti... penso che l'armonia del mondo è sempre influenzata dal dolore o felicità...

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  5. Vi chiedo scusa: sicuramente sono stata troppo precipitosa nel mio commento precedente.
    Ho riletto il brano del libro in cui si parla della preparazione della torta nunziale ed effettivamente non è uguale a quello presentato qui.
    Il fatto è che ci sono tali e tante rassomiglianze che non ho potuto non fare il collegamento: le cento uova, le lacrime mescolate con la glassa della torta, la malinconia causata dalla torta agli invitati con pianti incontrollabili e successivo malessere, persino il dettaglio dell'invitata che soffre di meteorismo (nel libro - e nel film - è la sorella di Tita a soffrirne). Ma soprattutto l'idea della trasmissione "empatica" dei sentimenti attraverso il cibo è stata presa sicuramente dal libro della Esquivel.
    Mi scuso ancora per il commento poco gentile.

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    1. E a me invece il commento di Lilli piace e fa venire in mente quanto tutte le storie, in realtà, si assomiglino: chi scrive DEVE leggere tanto, è il suo impegno onesto verso la scrittura; chi scrive, senza rendersene conto, rielabora qualcosa che è passato nella sua mente, e a volte la rielaborazione ti porta molto distante, altre volte ti allontana di poco.. l'importante è riscrivere, utilizzare la propria lingua, e non plagiare come invece ha fatto Melania Mazzucco in Vita dove le frasi usate sono tali e quali a quelle di Guerra e pace (almeno per quanto si trova in parecchi siti online). Le storie appartengono a tutti, il Copyleft si batte per questo - libera circolazione dei contenuti -, a patto di citare. Ritengo che citare la fonte sia sempre bello, aggiunge un valore aggiunto alla propria storia, crea un link, un anello, un raccordo che non può che giovare a tutti quelli che scrivono e che leggono. Gli scrittori e i lettori oggi sono una piccola minoranza che si trova a vivere in una situazione di REsistenza il proprio ruolo, creare collegamenti tra le scritture può aiutare tutti, desta curiosità, rimandi, rinvigorisce quel piacere della lettura che sembra invece assopito.
      Bene Lilli, bene CLA!
      GD

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    2. BENE GD!
      Ciao Lilli, ricordare la Esquivel è un valore aggiunto. Mi piace che ti piace!

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