martedì 31 gennaio 2012

Sez. 8 marzo -Tema: Lysiane

Si sta preparando, La Feria la attende in un carnaio di marinai con le verghe dritte, pronunciando sottecchi il suo nome morbido, vellutato, che richiama i mercantili in questi di Brest più delle committenze, come se le sue carni bianche, che solo lei (unica tra noi donne del bordello) orna con pizzi e sottane di colore nero; si illude, lei, di essere l’attrattiva, ma marinai muratori e sbirri, qui tra l’opalescenza del fumo e il fiato caldo, hanno ben altre voglie, intenzioni sottili: vengono a giocare a dadi con suo marito Nono, animale negro, dicono di lanciare i dadi per vincere la posta, lei, la tenutaria del bordello, soave e noncurante mentre nutre del suo sesso l’amante Robert; Nono rilancia i dadi e inveendo pareggia i conti con il mondo violando quegli uomini che dicono di voler scopare sua moglie, macché, lo sanno tutti, questi vengono per perdere, è diceria nota nei porti subtropicali, è la nomea di Nono ad accorciare longitudini  e distanze ma di questo lei non sa e si illude e intanto chiama Robert, amore mio, per cercare consolazione in ore leziose, e intanto brama Georges Querelle e, guardando il vuoto, si perde nelle differenze dei loro membri e anela di giacere con entrambi, Robert e Georges, a coglierne affinità e diramare l’odio che li oppone e lega, Georges e Robert, più di quanto lei possa amarli, e si proclama dea della voluttà, vezzosa nelle sue moine, nell’enfasi dei sospiri trattenuti; si incipria il collo - lo specchio dà risalto al profilo del volto a tratti molle, gli anni passano -, si spazzola i capelli in cerca di trame e onde e armonie di pieghe e forme, quando lei si avvicinerà al piano – Robert, suona per me -, e da nota languida a languida voce lei canterà che ogni uomo uccide ciò che ama e sarà roco il suo timbro e sarà vago il suo sguardo e sarà suadente, tra afrori e caldo e odore di maschio, tra sigari e oscurità e freddo della notte che avvolge Brest e il suo porto, il suo passo ieratico e la leggerezza del polso e il gioco perverso delle mani ma adesso zitte, sta arrivando Madame Lysiane.



GD




lunedì 30 gennaio 2012

Sezione 8 marzo Tema: Nonna Abelarda e la ballerina

La scatola nera è sulla mensola da sempre so che nonna Abelarda non desidera che alcuno la manipoli. E' gelosa.
Ha occhi vivi. Piccoli e puntuti come quelli di un topo. Oddio ho sempre avuto paura dei topi, ma gli occhi di nonna Abelarda sono così belli. Neri, con un taglio che va verso l'alto, come un angolo sfuggente. Si staccano dal viso mobili, dotati di vita propria. Bellissimi in mezzo alle rughe copiose, alla pelle di pergamena, ai capelli bianchi copiosissimi e incolti, sotto al turbante sgargiante che la rende insolita come solo ella può.
Nonna Abelarda sfoggia sempre gonne larghe e piene di colori su stivali di gomma. Fanno comodo lungo le strade fangose, mentre passa a guado i rivoli e i ruscelli nei valloni umidi e profumati di macchia mediterranea.
I rovi le pinzano le maglie ruvide e grosse con le quali si difende dai rigori degli inverni ghiacciati.
Sono informi sulle sue spalle esili e nascondono la sua figura da gnomo difforme, su gambe torte da troppo lavoro. Il copricapo, coloratissimo e rigorosamente di lana, annodato come un turbante le lascia visibile solo il naso rosso e gocciolante.
Prendo in mano la scatola.
Ha il coperchio lucido e nero, di lacca, con intarsi di fiori bianchi in madreperla. 
L'apro. Al centro la figurina minuscola, con il braccio alzato e la manina elegantemente atteggiata, mentre il tutù tutto intorno alle gambe dritte in uno spasimo sulle punte, comincia lentamente a ruotare ora di qua ora di là.
La musica.

Cancella tutto. Si spande dolcissima mentre lei, la ballerina, gira. Poi accenna un plièe e allunga una gamba in avanti mentre l'altra si piega indietro, porta in avanti il busto con il capino ripiegato di lato.
Accanto  c'è un filo d'oro con una medaglia  e un anello d' osso con un volto stampigliato. 
Quando la vedi nell'alba invernale arrancare per trazzere di campagna, verso  boschi di rovi in cerca di asparagi, di bacche selvatiche e verdure di campo, non immagini che abbia mai indossato sottane di seta e collane di perle fino all'ombelico. Cappelli con fasce in ottomano e velette sugli occhi.
Non l'immagini mentre volteggia, fasciata di seta su tacchi grossi e calze pesanti, avvinghiata al suo uomo dai capelli neri e lucidissimi.
Lo stesso sull'osso dell'anello. Lo stesso sguardo fascinoso, quasi di profilo, mentre accenna un passo di tango e lei, la ballerina lo asseconda.
Adesso indietro docile piega di qua il capo e poi di là.
Ecco un passo indietro e si curva sulla vita, la crocchia di capeli neri sembra quasi sciogliersi.
Nonna Abelarda non è più nonna Abelarda: è fine e giovane, elegante e innamorata. Ha un uomo bellissimo e balla come una libellula. Magra e dritta come un fuso. Lo ama.
La guancia sulla guancia e poi un attimo egli la sfiora con un bacio. La musica  nel ritmo avvolgente, scivola tra loro e la gente, li isola, li accende. Ed ecco reclina il capo e stringe più forte la mano, la intreccia. Le nocche  impallidiscono tra le gemme.
Nonna Abelarda con i capelli candidi come trine di ghiaccio, scivola sul fango, si arrampica tenendosi alle radici, combatte ogni mattino nel gelo dell'alba la sua battaglia quotidiana. La senti imprecare e adirarsi  contro la solitudine, contro  la strada aspra e ingrata.
Ma poi sorride.
Scopre la bocca sdentata e in quel sorriso che immagino, per il viso  in ombra  contro il  sole, tanto da confondersi con la luce, c'è  tanta  bellezza.

CLA

Sez. 8 marzo - Tema: Leonilde

14 luglio 1948. Dopo una lunga mattinata  finalmente lui le ha fatto un cenno:  ora possono uscire e andare a pranzo assieme. Per un’ora lo avrà tutto per sé, le verrebbe voglia di dare libero sfogo ai suoi istinti di ventottenne  facendo ruotare l’ampia gonna di cotone a pieghe  in un balletto di gioia ma si limita a precederlo con passo vivace per i corridoi verso la porta su via della Missione. Lui la segue col suo passo fermo e lei si sente sul viso il calore del sole e sulla schiena quello dello sguardo acuto di lui.
Appena uscita Leonilde sente un colpo di rivoltella. Istintivamente si  gira verso di lui ma non capisce subito. Lui la guarda e cerca di rassicurarla con un sorriso mentre porta le mani all’addome e tra le dita comincia a filtrare il sangue.
“Noo!” ha gridato lei e poi altri due colpi: un altro al torace e uno alla testa. Si è precipitata su di lui cercando di sorreggerne il corpo.  Gli ha premuto una mano sulla ferita, e gli ha sfilato gli occhiali con una carezza mentre gli uscieri arrivano correndo a prestare soccorso. Poi l’hanno sollevato e sempre correndo l’hanno portato nell’infermeria di Montecitorio. Lei quando ha smesso di tremare ha seguito la scia di gocce di sangue lungo il corridoio.
Davanti all’infermeria è stata bloccata dall’usciere capo: “Onorevole lei non può entrare, è una cosa grave, sta arrivando la moglie”. L’ha guardato dura con gli zigomi in evidenza sul pallora del volto ma ha trovato comprensione negli occhi dell’uomo “è cosciente – le dice - ha chiesto che gli chiamassimo Secchia. Appena si può lo portano al Policlinico. Vada a casa Onorevole e si dia una rinfrescata.” Leonilde si guarda le mani sporche di sangue rappreso, con la destra tiene per una stanghetta i suoi  occhiali tondi, li richiude dolcemente e li porge all’usciere: “Glieli porti dentro, è miope, li cercherà …” e si allontana con un cenno di saluto. Anche la gonna azzurra è tutta macchiata, l’aveva comperata pensando che forse gli sarebbe piaciuta vederla con addosso qualcosa di meno severo del solito, in un momento in cui  si sentiva solo una giovane donna innamorata.
Al fondo del corridoio una voce femminile  la chiama “Compagna, Nilde! Fermati” è l’Onorevole Rita Montagnana, la moglie. Lei si ferma e si volta lentamente, Rita la raggiunge ansimando: “volevo dirti che è grave ma è lucido, ha già detto a Secchia di tenere fermi i nostri. Corriamo un rischio gravissimo, i compagni potrebbero disseppellire  le armi.” Poi l’abbraccia e aggiunge sottovoce  “Lo so che vi amate e so che non è colpa di nessuno dei due. Vai a casa, cambiati e raggiungici al Policlinico. Riusciremo a passare anche questa. Vai!”
Nilde la guarda con gli occhi castani lucidi di lacrime, ricambia forte l’abbraccio e le sussurra: “Ci sarò -  e dopo aver deglutito aggiunge- “grazie Rita. Compagna”.
MB

Sez. 8 marzo - Tema: Da Cicciobello alla Barbie: Un’educazione sentimentale.

Svolgimento


Le bambole sono sempre state la mia passione. Con loro potevo starmene in pace per i fatti miei e riempire la mia quotidianità di carezze, bisbigli e intimità. Era per me quasi una droga  o una specie di talismano. Conservo ancora una foto che mi ritrae in braccio a mio padre con in mano la mia prima bambolina bionda : una triade perfetta. 
Dopo la bambolina feticcio, arrivò il primo Cicciobello, il bambolotto che piangeva quando lo premevi sulla schiena. Smetteva solo se gli davi il succhiotto.   Era biondissimo, coi  boccoli e gli occhi azzurri.  Ricordo ancora distintamente l’odore di lattice e colla che emanava. Aveva la sua bella carrozzina e ogni giorno lo mettevo a dormire  finché io leggevo o scrutavo lo specchio in cerca di ispirazione per nuovi giochi.
Poi un giorno mi regalarono Cicciobello pipì, un bambolotto che beveva il latte dal biberon e mi dava un’enorme soddisfazione. Che meraviglia vedere quel liquido bianco lattiginoso sparire nella sua boccuccia rosata. Lo stupore e l’attesa più grande però era riservata al sacro momento della minzione!! Cicciobello Pipì, infatti, era proprio come un bimbo reale e la faceva davvero! Ero al settimo cielo.
Ad un certo punto, avevo accumulato un discreto numero di bambolotti ed ero diventata, come mia madre,  una  chioccia isterica. Così, decisi di emanciparmi e accantonai  l’ultimo Cicciobello  per darmi alla vita mondana. Fu il periodo che mi presi una cotta per lei, Barbie. Ricordo ancora distintamente il piacere che provavo accarezzando i suoi lunghi capelli dorati e manipolando all’infinito il suo corpo allungato, snodato e snello. Barbie aveva anche un discreto guardaroba per ogni occasione e mi divertivo a cambiarla di continuo. Avevo una passione speciale per le scarpine. Minuscole, colorate e tutte rigorosamente col tacco alto. Ecco un nuovo mondo da vivere e riempire di storie. Tutto questo mi portò alla mania delle manie: non smettevo più di giocare a un curioso gioco da tavolo che si chiamava “La Reginetta del Ballo”. Ricordo maratone di ore per incoronare la partecipante più glamour. Era un vero parossismo di edonismo e spensieratezza. Tutto così tremendamente semplice e scontato. Un tripudio di stereotipi rassicuranti. 

domenica 29 gennaio 2012

Sez. 8 marzo - Tema: La casalinga di Voghera

La casalinga di Voghera si chiama Adele. Sin da piccina, un po’ come a Gertrude, le vennero regalati bambolotti da accudire e minipentole con cui spadellare fino all’esame della quinta elementare, che le fruttò l’agognato “dolce forno” e il permesso di cucinare qualcosa per davvero.
Finite le medie si trovò a dover scegliere una scuola superiore e si impanicò: nessuna scuola aveva quello che lei cercava perciò si iscrisse a un istituto commerciale.
Dopo il diploma accettò l’offerta di lavorare come cassiera nel bar vicino a casa pensando un po’ arditamente che potesse essere un buon posto per trovare marito. Era una ragazzina dolce e timida, con gonne sotto il ginocchio cucite in casa e le fossette sulle mani grassocce e non ci mise molto ad innamorarsi di Mario, un ragioniere di dieci anni più grande di lei che tutte le mattine alle otto entrava al bar e dopo averla educatamente salutata ordinava un latte tiepido macchiato senza pellicina. Il ragionier Mario, dopo sei mesi di latte e saluti timidi, si dichiarò una sera di novembre, venti minuti prima dell’ora di chiusura. Aveva preso coraggio e un vermouth a stomaco vuoto. Si sposarono in maggio: lei col velo candido e lui con le scarpe nuove lucide, un po’ strette. Decisero subito che lui avrebbe pensato al mantenimento mentre lei avrebbe badato alla casetta e ai figli, magari un maschietto e una femminuccia.
Adele pianificò la vita matrimoniale con la grinta del generale von Clausewitz: sveglia ore sette in compagnia della radio, alle otto latte tiepido per Mario, riassetto del letto e prima spolverata generale entro le nove, tra le nove e le dieci e mezza spesa al mercato che costa meno, poi bucato, pranzo, lavare i piatti e nel pomeriggio a rotazione: vetri, cera sui pavimenti, inamidatura e stiratura biancheria, battitura tappeti. Un paio di volte all’anno rinfrescata corredo e lavaggio accurato dei servizi buoni di patti e bicchieri. A questa routine si aggiunsero anche, nel giro di tre anni un bel maschietto per cui il papà scelse il nome Giuseppe e una femminuccia che lei volle chiamare Rossella. L’arrivo dei bambini modificò un po’ le abitudini di Adele che riuscì comunque a conciliare tutto egregiamente: gli impegni scolastici dei bambini e la faticosa manutenzione della casa. Adele cominciò anche a fare qualche conoscenza tra le mamme dei figli e così si concesse anche un pomeriggio ogni tanto a casa dell’una o dell’altra a bere una tazza di caffè e a chiacchierare di insegnanti e figli e di università da scegliere tra Milano o Bologna.
Un mattino di giugno, con i ragazzi all’Università, si svegliò con dei dolori addominali così forti da non trovare la forza di alzarsi. Si girò verso Mario e gli chiese se poteva prepararsi da solo la colazione perché lei non si sentiva molto bene. Lui si fece la barba e vestì per andare in ufficio brontolando che avrebbe fatto colazione al bar.
Quando i carabinieri la trovarono tutta insanguinata con in mano il pesante ferro da stiro con cui aveva sfondato il cranio di Mario, lei riuscì solo a balbettare frasi sconnesse sulla quantità d’amore che serve per preparare il latte tiepido senza pellicina per quarant’anni di mattine tutte uguali.
Adesso Adele vive nella cella più pulita del carcere. La sua ulcera è guarita e contrariamente alle altre detenute lei apprezza molto la routine del carcere con i suoi tempi scanditi. È rimasta una persona timida ma è sempre molto, molto gentile con tutti. Alla radio ha aggiunto anche la compagnia di un libro diverso ogni settimana. A volte le altre le chiedono un consiglio su come levare una macchia o fare un rammendo: allora Adele si illumina tutta e diventa quasi bella. 

MB

Sez - 8 Marzo - Tema: Sonata Kreutzer


Era nervosa Sof'ja. Nervose le dita che stringeva in quella mano destra, a scavare tra i solchi incalliti. Tutto quel tempo a scrivere, trascrivere, disumana passione che l'aveva ammazzata. Alla morte l'aveva portata, non sorrideva più. Guardava dalla finestra e non sorrideva da tempo. Solo le sopracciglia aggrottava e silente aspettava ancora che tornasse a casa quel disgraziato. L'aveva consumata, contessina a modo che era, tutti gli studi aveva fatto, un talento era. Tutti glielo dicevano. Libera era e tanto sveglia quanto quella stupida di sua madre. E c'era cascata pure lei, che tra quei modi garbati, che anche se gli mancavano i denti, parlava bene. Come parlava bene. Maledetta cretina quel maledetto giorno in cui avrebbe potuto serbarlo in seno quel racconto, tra le pieghe profumate dell'abito non l'avrebbe imbarazzata spedendola al manicomio tra gli elogi di lui. Ma che voleva? Aveva bruciato tutto Sof'ja. Al diavolo le sue manie passate che non l'avrebbero portata a nulla di buono. Non affermava né negava pentimento neanche quando quel porco le faceva leggere i suoi diari. Avrebbe dovuto capirlo, lo aveva capito già in quei pochi giorni di fidanzamento: una settimana angustiante, la madre, il corredo e la sua fretta. Perché quella fretta aveva lui? Quella smania di tormentarla. Non se lo chiedeva più e ripensava a quel terribile giorno della felicità degli altri. L'angoscia fino a quella casa, tanto bella da soffocare. Ringhiava ancora di rabbia a leggere di soppiatto i diari di quel maledetto porco. Pure un figlio da quella popolana, quell'incubo. A pezzi lo faceva, ma quanta amarezza ancora non le lasciava pace in notti turbolente di lavoro disperatissimo, niente a che fare con bambole e dissolutezze. Per lui, e chi altri? Grande, grande, maledetti all'inferno lui, la cuoca, i dispiaceri che dava alla vista quella maledetta trave che lo lusingava diceva. E lo aveva anche reso felice, gli aveva dato dei figli, vivi, morti, cosa importava più? Non gli bastava niente, insaziabile era, lo diceva lui, mentre lei rimaneva china e pettinata a correggere e cancellare, sederglisi ai piedi, piangere in silenzio mentre tutti li festeggiavano e cosa ne sapevano. Ricopiare e trascrivere. E lui e il popolo e le solitudini alle quali la legava. Che si fosse dedicato anche un poco alla famiglia quando nessuna costrizione era malsana se non per lei e Platone e Seneca che non avevano sollevato che un grugnito dal divano in cui giaceva, l'amore solo alle popolane e a chissà chi altri. Tutto il resto del mondo ai piedi come lei. Grugniva come il porco qual era. Altro che devozione. L'avrebbe ammazzato col veleno che lui l'accusava di tenere in corpo, che coraggio. Stringeva i pugni Son'ja dietro quella finestra fiammeggiava intorno, davanti e dietro. A diventar vessillo del femminismo di poi a seni in fuori e giornaletti glamour. Non era valso a niente, polvere sui tomi in biblioteca. Neanche a saperlo dire, maledette troie con le loro pillole contraccettive. Non lo sapeva dire lei che non ne aveva usate mai di quelle parole, solo serpi germogliavano tra le fiamme e anatemi sgraziati al frutto del suo seno e ancora avanti. Era viva l'alba accesa di cenere e contraddizione, come mai aveva voluto, un sorriso stanco si spense sulle sue vesti d'infamia.


CB

sabato 28 gennaio 2012

Sez. 8 marzo - Tema: Mariangela Fantozzi


Mi chiamo Mariangela e di cognome faccio Fantozzi. Mamma Pina e papa’ Ugo mi avevano  tanto voluta, ma cambiarono idea quando venni alla luce ricoperta di peli e con 2 belle rosee orecchione.
 Con il tempo scoprii  di essere stata concepita in un momento di black out al circo Orfei   durante il numero degli scimpanze’. Papa’ Ugo era stato omaggiato di 2 biglietti dalla portinaia a cui era venuto un attacco di mal di pancia dopo aver mangiato un intero pacchetto di sunsweet, e c’aveva portato la mamma per il loro primo anniversario di nozze.
Ero una bambina capricciosa, mi addormentavo solo ciucciando  una piccola  banana  in plastica e giocavo appesa ai lampadari di casa facendo tintinnare le gocce in cristallo . Papa’ usava con me un diminutivo molto vezzoso:Piccola Cita.
All’asilo  ebbi la prima lezione di quanto i piccoli esseri umani possano essere cattivi. I miei compagni non volevano giocare con me , dicevano che ero brutta e mi chiedevano sempre dove avessi lasciato Tarzan e Jane,nonostante io con molta calma continuassi a ripetere  che i miei genitori si chiamavano Pina e Ugo.
Mamma Pina piangeva in silenzio quando mi riportava a casa ma io ero ancora troppo scimmietta per capire che ero diversa dagli altri bambini e quando le chiedevo cosa avesse, Lei rispondeva sempre che le era entrato un moscerino nell’occhio. Sciami e sciami di moscerini le entrarono negli occhi per cosi’ tanti tanti anni durante la mia infanzia che il primo regalo che le feci  un Natale fu un cappellino che per veletta aveva una zanzariera.
Papa’ Ugo usciva la mattina presto prendendo il bus al volo sulla tangenziale,  e quando tornava la sera mi portava sempre un gelato : la banita per la sua bella “babbuina”.( Non so per quale motivo confondeva la parola bambina)
Non avevo avuto un’infanzia facile ma ero una bambina felice nonostante non fossi bella un po’ pelosa e con 2 orecchie grandi cosi’. “Ma in fondo a cosa serve essere belli fuori quando si è meravigliosi dentro,” era solita ripetere  la mamma per consolarsi.



Sez. 8 marzo - Tema: Belinda


Svolgimento

Vi voglio parlare di una donna che in me ha svelato molto. E’ il 1987, il terzo anno delle medie è appena iniziato, gli ormoni delle mie compagne entrano in centrifuga ogni volta che Nick Kamen, cantando ‘Each time you break my heart’, si toglie i jeans e li caccia in lavatrice, altre più patriotticamente ricoprono i muri delle camere da letto con i poster di Eros Ramazzotti innamorate dei suoi riccioletti stitici e delle sue espressioni ‘der puggile de borgata’, altre ancora si illudono che prima o poi faranno colpo su George Michael (le più illuse di tutte…). Quando non mi parlano dei loro cantanti preferiti, mi snocciolano tutte le pene amorose che provano per i loro amichetti brufolosi e con la voce da mezzo soprano. Come se non bastasse già tutto questo delirio attorno a me, in quella valle di lacrime e di ormoni centrifugati, devo anche prepararmi per gli esami di terza media. Meno male che c’è lei e la sua musica che mi salvano! Come ‘lei chi?’ 
Belinda Carlisle! Sì,lei, già vi sento canticchiare ‘Heaven is a place on earth’. È lei è lei, la California girl che ci ha fatto impazzire, ballare, innamorare, e io ne parlo anche perché c’è questa idea generalizzata per la quale le donne cantanti (ma non solo) se hanno successo è perché sono ‘belle’, o ‘sexy’, sono bambolette carine che cantano canzonette. Tra le già poche donne molte erano messe là da rampanti manager-burattinai che facevano l’occhiolino ai gusti maschili e costruivano le loro immagini come prodotti studiati a tavolino, almeno lei si era fatta da sola, munita di testa pensante,si era scelta lei quella carriera perché la amava. 
Appena 20enne è punk nel gruppo The Germs (punk! anch’io volevo essere punk! Già sulla buona strada per diventare poi icona lesbica), le dicono che ci sono due posti vacanti nel gruppo: batterista e cantante. Non sa fare nessuna delle due cose (il che la rende simpatica…) e quindi decide di fare la cantante, perché le pare che suonare la batteria sia più difficile (come ti spiazza sta donna…).  Canticchia qualcosa col cantante, ma la nostra è una ribelle nata e quindi nel 1979 si stacca e fonda con altre 4 ragazze il gruppo rock Go-go’s, ovvero il primo gruppo nella storia della musica ad essere composto da sole donne che compongono interamente i propri testi e musica e suonano i loro strumenti (nel 2011 hanno intitolato una ‘stella’ sulla Hollywood Hall of Fame per questo). Un gruppo rock di donne rock non può che mietere vittime tra le ragazze adoranti di tutto il mondo. Groupies affollano i camerini delle ragazze ad ogni loro concerto (mamma, perché non mi hai fatta nascere prima che mi mettevo in coda anch’io con le groupies????), abitudine ricordata varie volte nelle loro interviste. Noi che sognavamo di indossare le camicie della batterista, Gina Shock, (nomen omen visto il suo look) e immaginavamo di essere lei per far colpo su Belinda. Noi giovani e innamorate con l’animo così cieco d’amore, il cuore così puro (e anche pirla) da non pensare minimamente che Bel non ci avrebbe mai cagate con quelle camicie da benzinaio ubriaco dell’Oklahoma!

venerdì 27 gennaio 2012

Sez. 8 marzo - Tema: Lara

Svolgimento 

Il gorgoglio della caffettiera quasi rimbomba nella cucina spoglia e Lara socchiude la porta della cameretta per non svegliare le sue tre figlie. Si prepara per andare al lavoro:  fuori è buio, ci saranno meno due meno tre e nebbia e neve avviluppano tutto, - sono già le cinque - pensa.  Si infila il piumino che lui ha comprato nei saldi all’oviesse – che poi non dici che io a te non ti penso – e passa ancora un momento a dare un bacio alle sue tre figlie. La maggiore è adolescente,  la piccola ha quattro anni.  Me la vedo, chinarsi su di loro ed infilarsi in quel morbido anfratto tra il collo e la spalla inspirando a fondo per sentire il loro buon odore, quasi a volerselo portare dentro per l’intera giornata. Le labbra indulgono un momento in più, un piccolo istante di abbandono su quelle guance cicciotte e arrossate, una carezza tra i capelli arruffati e sudati , una sistematina  alle coperte.
Scende ad aspettare la corriera Lara, cercando di affondare all’interno del collo di pelliccia ecologica ed ispida ed osservando le nuvole di fiato uscire dalla sua bocca – guidare la macchina è pericoloso – era il mantra che si era sentita ripetere ormai da anni e infine aveva finito per convincersi.  Così come si era convinta a non vedere più  le sue vecchie compagne di scuola, la Sabrina e la Michela… perché lui non vuole,  perché lui scatta per un nonnulla  - Ma ti sei scemunita ? Da sole in giro chissà che vi può succedere… che non lo sai che ieri i colleghi della pantera del turno serale hanno trovato una romena  che è stata violentata e derubata  fuori dalla birreria di Montebruno… che è arrivata in questura che era in uno stato pietoso, quella fine vuoi fare ? -   Per andare a trovare sua madre,  vedova da qualche anno, nel paesino  pochi chilometri distante  invece aveva inventato una scusa – perché tua madre pensa solo ai cavoli suoi e di noi se ne frega e guai se ti becco ancora che vai a trovarla, che quella è buona solo a metterti  idee strane in testa –  aveva sentenziato lui qualche settimana prima.

Tema: La giornata della memoria.


“Stai zitto” disse lui “non è bene parlarne al telefono”. Adagiò la cornetta con la sua flemma proverbiale. Allentò la cravatta che gli stringeva il collo. Con gli occhi tristi di chi sa che dovrà passare un’altra serata da solo, versò del whiskey in un bicchiere basso e largo. Lasciò evaporare l’alcol e la stanza si riempì di aromi forti e intensi che si mescolarono al denso afrore di tabacco e acqua di colonia. Tramuta in lazzi lo spasmo e il pianto, in una smorfia il singhiozzo e il dolor, ridi pagliaccio sul tuo amor infranto, ridi per quel che t'avvelena il cor! la sua aria preferita inondava la stanza di stucchi rococò. L’opera riusciva a trascenderlo e a trasfigurarlo. Svogliatamente scelse un libro dal secondo scanno della libreria. Ne Accarezzò lievemente il dorso della copertina nera partendo dal basso. Con l’indice destro arrivò fino all'angolo retto di quel volume e con un’agile mossa lo strappò alla sua posizione. Altri volumi si mossero scuotendosi dal loro posto. Cercavano un nuovo assetto quei libri, a coprire lo spazio vuoto lasciato dal loro compagno. Si abbandonò alla sua poltrona e aprì quel tomo “Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l'uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d'aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si addolciva ma un poco più in giù precipitava rapido e l'uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico. Parallelo alla strada correva un torrente e giù, sulla sponda del valico, l'uomo vedeva una ruota idraulica e l'acqua scrosciante della chiusa, bianca sotto il sole estivo”. Il rumore acuto di vetro infranto rimbombò in cortile. Alzatosi con le sopracciglia aggrottate scostò le tende bianche di lino per guardare; sui suoi occhi era calato il sentore di una profezia che sta per diventare certezza. È che non si abituava mai ad attimi di serenità. Aveva visto molti andarsene e lui era rimasto. In quel liceo dove insegnava latino e greco gli volevano bene in molti. Aveva molti amici su cui contare. Il libro era finito sul pavimento. Giaceva indisturbato e dall’ultima pagina era comparsa una piccola linguetta. Un triangolo isoscele fuoriusciva dalla linea retta del sovracopertina. Incuriosito afferrò quella carta indisciplinata. Una piccola fotografia raffigurava Piazza San Marco. Le sinuose forme della Basilica erano interrotte da piccioni che si alzavano in cielo e mani scomposte di braccia scoperte che salutavano qualcuno che era dietro la macchina fotografica. Nel retro compariva la dedica “Voglio farti ubriacare e tirarti fuori il fegato e metterti un buon fegato italiano e farti ritornare un uomo. ps. ti amo”. Fu il primo sorriso di quella giornata. Il disco aveva finito il suo giro. Bevve con foga il resto del whiskey. La portinaia lo aveva avvertito che quella notte sarebbe successo qualcosa. Lei certe cose le sapeva perché le intuiva. O comunque le scopriva da sola. E anche se non le avesse scoperte gliele avrebbero dette. E sapeva anche di lui, ne era certo. E un brivido percorse la sua schiena e si divertiva quasi a immaginare la donna che inorridiva al solo pensiero. E con la voce cacofonica e rozza avrebbe gridato “Invertito!”. “Che si fotta quella bagascia” e rise ancora, e di gusto per giunta, versandosi altro whiskey. Jack lo aveva conosciuto a Venezia, quando insegnava lì. Era rimasto impressionato da quell’americano che amava l’Italia e che lì viveva. Gli aveva passato i libri di uno scrittore emergente, Ernest Hemingway, ed era diventato il loro confessore e confidente. Avevano anche convissuto insieme perché si sa, quando hai conosciuto il miele non puoi più viverne senza. Poi di colpo le cose erano cambiate. La loro clandestinità diventava claustrofobia fatta di bottoni di camice, valige da chiudere, telefonate brevi e discrete, niente corrispondenza, patte di pantaloni serrate.

giovedì 26 gennaio 2012

Tema: Se il Titanic fosse partito da Caracas

Svolgimento

Concha era la mia balia.
Quando avevo 15 anni si innamorò di un gringo. Si perchè non stavamo mica al polo Nord diversamente si innamorava di un' esquimese.
No  stavamo sulle rive dell'Orinoco e i coccodrilli li vedevo scivolare non lontano tra le liane, placidi e tranquilli. Noi avevamo ormai fatto l'abitudine a non allontanarci troppo, a non bagnarci in quegli specchi d'acqua verdastra e limacciosa pieni di insidie. Ma avevamo fatto l'abitudine anche a zanzare, mosche, mosconi, pappatacci e zecche.
Concha abitava con noi una bella casina bianca di muri candidi, di porte azzurre e patii ombrosi. Mi portava la cioccolata calda, fumante, e la bevevamo giocando a quel gioco con le palline colorate. Chissà se facevano rumore quegli uomini che le ronzavano intorno? Che so fischi, richiami, ronzii, e tutto il resto del repertorio accalappia femmine.
Di certo le ronzavano perchè non mi accorsi di niente. Che cambiava la voce a volte, che nascondeva maldestra risolini per improvvisi pensieri che le attraversavano la mente, che sbagliava tutte le mosse a palline e perdeva senza adirarsi. Si Concha si adirava se perdeva. Ma da un pò  non si adirava più.
Mamma Inès era vestita di bianco, profumava di lavanda e portava i capelli neri, lucidi e tirati tutti di lato, mentre dal lato opposto le ricadevano sulla fronte ombreggiando sulla fronte scura, proprio sopra gli occhi profondi e pieni di misteri.
Mamma Inès sapeva.
Le passavi accanto mentre distratta invasava cactus o lussureggianti orchidee...e indovinava che avresti inciampato appena girato l'angolo.
Sapeva che Concha sarebbe sparita, io imbarcata per il vecchio continente e forse mai più fatto ritorno.
Ma non lo diede a vedere mai, solo un'ombra ogni tanto cadeva a rigarle la fronte sprofondandola in uno stato catotonico, preludio di quella che presto si sarebbe abbattuta per sempre su di lei.
Concha dicevo sparì.

Sex. 8 marzo - Tema: Wonder Woman


Dio benedica la televisione satellitare! Soprattutto perché ultimamente è in gran spolvero di vecchi telefilm anni settanta e ottanta con i quali riempie ore e ore di palinsesto!
Ed è proprio su una televisione satellitare che ho rivisto, con non poca emozione, una eroina che ho tanto amato, la grande e unica Wonder Woman! Con lei in un attimo sono riaffiorati nella mia mente, mai risanata, le domande che mi hanno tormentato per anni: ma quando Linda Carter si trasformava in Wonder Woman, che fine facevano i suoi vestiti? Andava sempre in giro con gli hot-pants sotto il tailleur, e con il cerchietto double face che si trasformava in diadema? O, nel giro di due secondi riusciva davvero a cambiarsi non solo di abito, ma anche a modificare il tono del fondo tinta, a coordinare gli accessori e a cotonare i capelli? Ma soprattutto, una volta trasformatasi, come faceva la gente a non riconoscerla? Una volta ho messo una parrucca, una camicetta a velo, un gonnellone a pieghe e un burka eppure mi hanno riconosciuta lo stesso!
Alba Parietti cambia zigomi e nuance dei capelli ogni mezzora ma la riconoscono lo stesso!
Quindi, a rigor di logica, quando la fruttivendola vede Linda Carter vestita da Wonder Woman che le passa accanto al bancone non dovrebbe esclamare: “Oh c’è Wonder Woman!”, ma piuttosto:“Oh c’è di nuovo Linda Carter sotto psicofarmaci!”

Tema: Figure di m...elma

Quando sei adolescente pensi che tutto il mondo sia facile da scalare. Che nessuna vetta sia abbastanza difficile da conquistare. Insomma ti senti onnipotente anche se sei uno sfigato. Ma sentirti onnipotente non ti rende impermeabile alle figure di m…elma.


Qualcuna ne ho collezionata, e non solo da adolescente.
Per adesso mi fermo all’adolescenza, tanto per non sentirmi troppo vecchio, perché io, dovete sapere, ciò l’ansia da età che avanza. E non state a ripetermi che è la vita, che le cose vanno così, che la maturità ha un suo fascino, perché l’unico fascino che io credo abbia, sia solo in quei siti dove ti fanno credere che l’uomo maturo è quello che sbanca al casinò della vita. Ma quando?!?
Ebbene io vivevo perfettamente i miei sedici anni. Le chiacchiere con gli amici, la discoteca, il motorino, le partite a pallone. Insomma vivevo in perfetta simbiosi con me stesso. Mi sentivo in uno stato di grazia, frequentavo la scuola senza infamia e senza lode, giocavo a basket nella squadra del paesello, ma allora non c’erano cheerleader che ti tiravano su l’umore nelle pause partita, al massimo qualche compagna di scuola che mossa a pietà veniva a seguirti ma solo per vedere se in giro c’erano ragazzotti venuti dai paesi limitrofi. Insomma tutto mi appassionava e mi appassionavo a tutto.
All’epoca avevo già in parte intuito la cosa che mi appassionava di più, ma ancora non avevo ben capito come gestire la faccenda. Un conto è essere amato da mamma e papà e non devi fare alcuno sforzo, un altro è essere almeno degnato di uno sguardo dalla ragazzina più timida della scuola. Una piccola miniatura bionda e silenziosa, che trascorreva la maggior tempo sola. Il cervello già era in fumo mentre il mio “io” voleva rivelarsi con tutta la sua forza.
La mia possibilità giunge come un regalo di Natale inatteso, durante l’ora di educazione fisica, ma non sapevo che invece stavo impacchettando, la mia prima figura di m…elma. Nelle poche parole che avevamo scambiato avevo avuto modo di parlarle delle mie abilità atletiche e quindi quell’improvviso cambio di orario che portava la sua classe in palestra giungeva a puntino.
Incrocio il suo sguardo, la saluto con un sorriso che il mio dentista avrebbe apprezzato molto, soprattutto dopo tutti i soldi che gli ho lasciato, e mi dirigo verso la cavallina ben sapendo che lei era lì a seguire la mia evoluzione. 
Partenza…rincorsa…battuta sulla pedana e….prendo in pieno l’attrezzo!! Capitombolo e gioielli di famiglia in frantumi. Se fossi sprofondato avrei dato meno nell’occhio. A quel punto tutti gli occhi erano puntati su di me e non solo i suoi. Moltiplicate due occhi per 48 alunni, due insegnanti ed il custode della palestra….non riuscivo più ad alzarmi e non era solo il dolore fisico a tenermi a terra.   
A quel punto ci fu il boato. Avete presente l’Italia che vince i mondiali dell’82, più o meno. Urla degli insegnanti, risate dei compagni, imprecazioni del custode…che non ho mai capito perché. Insomma tutti mi indicavano come un relitto abbandonato, alzo gli occhi pronto a raccogliere la mia memorabile figura di m...elma e vedo lei, più muta che mai, pallida e sguardo atterrito. 
E’ finita, penso io, qui non si recupera più nulla e invece come sempre dico: “non tutti i mali vengono per nuocere”. All’uscita di scuola lei era lì ad aspettare me, capito?! Aspettava me, che avevo appena conquistato il titolo di sfigato del mese.


L.L.G.

Sez. 8 marzo - Tema: Tina Modotti

Si chiama contratto unico d’ingresso, nel giro di tre anni si può essere licenziati. Uscita dal decreto sulle liberalizzazioni, la cancellazione dell’articolo 18 rientra attraverso la proposta Fornero che generalizza il modello Pomigliano: lavoratori ricattabili e meno diritti.
Assunta Adelaide Luigia Modotti nasce a Udine il 17 agosto 1896; il padre, Giuseppe Modotti, mantiene la numerosa famiglia con il lavoro di muratore; di idee socialiste, partecipa a manifestazioni e riunioni.
Dopo un breve periodo vissuto in Austria ritorna a Udine. L’assillo è sempre lo stesso, procurarsi da mangiare. Tina abbandona la scuola dopo gli esami di terza elementare. A dodici anni riesce a farsi assumere nelle filiere Raiser. Giuseppe Modotti decide di avventurarsi negli Stati Uniti; arriva a San Francisco e intraprende ogni sorta di attività per racimolare il denaro necessario a pagare il viaggio ai familiari. Tina nel 1913 si imbarca in un piroscafo stipato di emigranti lasciandosi alle spalle un’adolescenza da dimenticare; secondo un’informativa Tina si sarebbe prostituita per mantenere la famiglia. Tina a volte tornava dalla fabbrica con un pacchetto delle meraviglie, salame formaggio e pane. Una festa con l’amaro in bocca. Proprio dalla fabbrica si diffusero le voci che gli costarono la schedatura per esercizio della prostituzione.


Tina giunge a San Francisco, trova lavoro in una fabbrica di camicie; attorno a lei crescono grandi movimenti sindacali; si organizza la resistenza alle bande armate del padronato e si promuovono scioperi. Tina lascia la fabbrica e impiega il suo tempo seguendo dibattiti, riunioni e mostre. Conosce il pittore e poeta Robo che in seguito sposerà.
Lo studio di Robo è il luogo di riunione e ritrovo di artisti e scrittori radicali, c’è un perenne viavai in cerca di qualcosa che non sanno definire ma di cui sentono la mancanza. Nel giardino di Robo si accendono infervorate discussioni sul socialismo, sulla rivoluzione e sull’indipendenza individuale come requisiti fondamentali per l’espressione artistica e politica.
Cambiare il mondo per loro non significa solo rifiutare un potere o un governo ma trasformare sé stessi e mettere in pratica ciò in cui credono. Tina non si accontenta più di dedicare le sue giornate alle stoffe e alla macchina da cucire. Sente la necessità di affermarsi individualmente. Tra i frequentatori dello studio di Robo c’è Edward Weston che si innamora perdutamente di Tina.
Robo vive nella sua solitudine ed è a conoscenza del legame tra Tina e Weston. Le comunica la decisione di partire per il Messico.
In Messico Robo si trasforma, scrive a Weston lettere accese di interesse per una terra che definisce “degli estremi”; invita sia Tina che Weston a raggiungerlo, rassicura l’amico sulla loro amicizia.
Il 9 febbraio 1922 un improvviso attacco di febbre lo uccide; in quel momento Tina sta attraversando la frontiera, è diretta a Città del Messico. In aeroporto  si congiunge con i suoi amici Diego Rivera, Frida Kahlo, John Dos Passos: destinazione Pechino, dove li attende una mobilitazione contro lo sfruttamento e la ricattabilità dei lavoratori senza nome.

KI

mercoledì 25 gennaio 2012

Tema: Teoria pratica del colpo di fulmine (sesta puntata)




Giuditta, in quanto vedova di uomo facoltoso, non se la passava male. Aveva case e proprietà, terreni e schiavi. Non avrebbe ripreso marito neanche morta. Però a Betulia, cittadina insignificante perduta nel nulla del deserto, la povera donna si annoiava. Per fortuna gli assiri si misero in testa di conquistarla. Cominciò così l’assedio. Trentacinque giorni dopo, la città aveva esaurito le cisterne d’acqua, i cittadini cominciavano a soffrire la sete, i parrucchieri dovettero chiudere bottega e non c’era più una messa in piega decente neanche a cercarla col lanternino …
Ozia, uno dei capi di Betulia, che comprendeva l’angoscia delle concittadine, disposte a subire la schiavitù piuttosto che veder ammosciare le cotonature, promise che, se qualcosa non fosse accaduto entro cinque giorni, la città sarebbe stata consegnata a Oloferne.
Giuditta, dal momento che aveva un’autoclave di dimensioni ciclopiche e il parrucchiere le andava direttamente a casa (al trentaquattresimo giorno di assedio ancora sfoggiava dei colpi di sole strepitosi), avrebbe preferito vedere un po’ di sangue, magari qualche bel corpo maschio ferito, e perciò disapprovava le intenzioni di Ozia. Un po’ di sano divertimento, dopo tutto questo mosciume, me lo gusterei volentieri, pensava osservando da lontano le truppe assire. Disgustata dalla vigliaccheria dei proprio concittadini, decise di prendere in mano la situazione e di andare a caccia di qualche brivido. Chiamò una serva e si fece aiutare ad abbigliarsi con le vesti più belle che aveva (uno strepitoso rosso Valentino comprato ai saldi tre giorni prima di restare vedova, e mai messo), si profumò d’unguenti (Aromatics Elixir: profumo da strega) e s’ingioiellò con tre giri di catene Bulgari, regalatele dal caro estinto in occasione dell’ultimo anniversario; non più oppressa nell’aspetto dall’abito da vedova, la sua bellezza si esaltò … “e che cavoli!”  disse guardandosi allo specchio “… ma allora non sono proprio da buttare via!”
Prima di lasciare la casa ordinò alla serva di prendere una piccola scorta di viveri (Giuditta era vegana convinta, e mai si sarebbe cibata delle schifezze fast food degli Assiri), e insieme si avviarono. Le sentinelle assire scorsero questo tronco di figliola e la catturarono per interrogarla; ella disse d’aver abbandonato il suo popolo morituro per presentarsi a Oloferne, al quale intendeva dare delle indicazioni sulla miglior via da seguire per vincere. Giuditta fece un discorso che fu un capolavoro di astuzia, disse che Betulia era ridotta allo stremo, senza più viveri, con tutti i parrucchieri chiusi e le donne ridotte con delle teste che parevano scope di saggina, e aggiunse che i comandanti della città avevano chiesto il permesso ai capi di Gerusalemme di poter consumare le primizie del grano e le decime del vino e dell’olio, riservate a quei gran furbastri dei sacerdoti e che Dio (naturalmente) proibiva di toccare. Quando ciò sarebbe accaduto i Betulesi avrebbero commesso un grande peccato e allora Dio non sarebbe stato più dalla loro parte, ma li avrebbe abbandonati e consegnati in suo potere, perciò lei era fuggita e chiedeva a Oloferne di poter restare nel suo accampamento; se glielo avesse permesso, ogni notte sarebbe uscita a pregare il suo Dio e, così facendo, avrebbe saputo quando i Betulesi si sarebbero macchiati del grave peccato, e lui li avrebbe potuti vincere senza combattere.

Sez 8 Marzo - Tema: Roxanne


Svolgimento

L’ultima goccia di gin toccò il fondo del bicchiere, lei non beveva altro. Teneva in mano il foglio bianco, ne piegò gli angoli, lo guardò per poi ritrovarsi a disegnare un albero o un uccello. Quel foglio insieme agli altri: accartocciato dentro il cestino.
Trovò le parole giuste per iniziare la lettera quando da una piccola radiolina, che lei amava ascoltare quando era triste, misero una sua canzone, quella che lui le cantava sempre quando stavano insieme. Le aveva fatto tante promesse ma non era riuscito a mantenerne nemmeno una, l’aveva tolta dalla strada, questo sì, adesso però aveva deciso di rispedircela, e con il peggiore dei compagni: l’illusione.
Sei la mia rosa del deserto, le aveva detto, e lei c’era caduta. 
La vita di strada non è per tutti, si deve essere forti e non credere ai sentimenti che vengono fuori da una bocca. A lei, invece, le sue parole erano sembrate vere, tutte le piccole cose che fai sono magia per me. Ed eccola pronta per il secondo appuntamento.
Mai fidarsi dei cantanti, le avevano detto una volta, mentono più degli attori, ma lei non aveva mai fatto caso a queste dicerie, non credeva ai luoghi comuni.
Lo incontrò una volta al parco, lui non era solo. Fece finta di non conoscerla, poi le mandò un sms – non starmi così vicina – lei non rispose e tornò a casa piangendo.
Se ami qualcuno lascialo libero, questo è quello che lui le diceva continuamente, ma lei era troppo ingenua. 
Prima di chiudere la lettera aggiunse un’ultima frase - continua a mandare i tuoi SOS alla terra – poi firmò con il nome che utilizzava per strada, dove lui l'aveva conosciuta: Roxanne.



FO

MESSAGGIO DI SERVIZIO

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Tema: Riflessione sociologica numero 0. 011011


               A me non piacciono le persone. Non tutte tutte ma la maggior parte di esse non mi piace e quando possibile tento di evitarle. Disgrazia che la mia vita è fatta di interazioni sociali che servono a mantenermi in vita. Le interazioni sociali sono figlie della necessità e a me tocca andare a far la spesa e interagire, seppur per un minimo, con la cassiera della Coop che mi chiede se davvero io bevo tutta la roba buona che mi compro; mi tocca interagire con la Sonia che ha costruito un impero dietro la vendita dei giornali, dei biglietti della metropolitana e del gioco alle macchinette. Qualcuno con insoddisfacente livello qualitativo/quantitativo della propria vita sessuale potrà certamente disquisire sull'insulto alla Lingua partorito dall'articolo determinativo davanti al nome, quindi dirò che la Sonia si chiama la Sonia perché qui ci respiro io, io alla Sonia la conosco e voi no, voi avete una vita sessuale di merda che vi meritate pure, e la Sonia per me l'articolo davanti al nome se lo merita, anche solamente per il fatto di saper mantenere in vita numero otto cani grossi all'interno di un metro quadrato che è ragione della sua esistenza che potrebbe essere anche piacevole se non si passassero dieci ore dentro un metro quadrato con otto cani grossi. Purtroppo, non avendo mai avuto l'opportunità di lavorare in fabbrica, interagisco anche con individui di razza sociale del tipo donne e bambini. Razza sociale uno e due che Nostra Benevolentissima Madre Natura volle anche riassumere nella fattispecie ruolo Mamma con la quale ci interagisco pure ma di cui non starò a dire che è meglio e anche perché c'è del resto nella mia vita. Che sarebbe soprattutto una famiglia e degli amici graziosissimamente limitati nello spazio e nel tempo di quel grammo di giustizia sociale, come due gocce di ammorbidente sul calcare, intimi, superflui e profumati, prodotti sempre dalle offerte commerciali della meritocrazia finanziaria e del grado alcolemico che trovi nello spazio e nel tempo limitati, come prima, più di prima. Succede che però a un certo punto storico della di uno vita, si vogliono fare i figli che la propria forse non basta più e non si ha un giardino per un cane. A me piacciono i cani ma non piacciono le persone, soprattutto i figli delle persone, soprattutto se quelle persone sono stati miei amici. Io non dico che non si debbano fare i figli perché mi servono. Fateli. Però quando li fate, se ve ne andate per un po' a morire come gli elefanti o come gli indiani che non mi ricordo, andatevene grazie che io sono contenta. La smania di riproduzione è pornografia edonistica. Un cane o una bambola o l'Africa non possono essere uguali nel tempo. Il cancro sociale é mio. Se fosse riprodotto a tutti augurerei il migliore, tecnologico e pulito: i social network senza i vostri infanti, con puttini in porcellana, negozietti Thun e un bell'invito a fare in culo. 


CB




martedì 24 gennaio 2012

Tema: Dov'è la bellezza?

Svolgimento


Il giovane Samir era molto curioso, e voleva sapere dove si trovasse la bellezza.
“La bellezza”, gli rispose un uomo avido, “è nel denaro: più sei ricco, più sei un uomo bello”.
Samir non era ricco, e si sentì molto brutto.

“La bellezza”, gli rispose una donna vanitosa, “è nei vestiti che indossi: più sono sfarzosi, più sei un uomo bello”.
Samir osservò il suo vecchio vestito scolorito, e nuovamente si sentì molto brutto. “La bellezza è in come appari agli altri”, gli rispose la giovane cugina.

“La bellezza è negli occhi di chi ti guarda”, fu la risposta della vecchia nonna.
“Ma io volevo conoscere la bellezza assoluta, non la bellezza delle persone”, replicò Samir.
“Non sono abbastanza saggia per dirtelo, allora”, disse la nonna.

Samir si recò dunque dall’uomo più anziano della città, e gli pose la sua domanda: “Maestro, dove si trova la bellezza?”.
L’uomo tacque per un lungo momento.
“La Bellezza”, rispose, molto lentamente, “è in ogni cosa che ti rende felice”.
Samir non capì: “Se ciò che mi rende felice è un tramonto, allora il tramonto è la bellezza?”, chiese.
“Sì”, rispose il Maestro.
“E se incontro un uomo a cui il tramonto ricorda che un’altra giornata è passata, e per questo è triste, allora il tramonto non è la bellezza?”, chiese ancora Samir.
“Per quell’uomo il tramonto non sarà la Bellezza”, rispose il Maestro, “ma per te seguiterà ad esserlo finché ti renderà felice”.
Samir di nuovo non capì, ma si vergognava ad interrogare ancora il Maestro. Così rimase in silenzio, ed il Maestro con lui, per diverso tempo.
Alla fine, il Maestro, vedendo la perplessità di Samir, parlò ancora: “Se davanti ad un cumulo d’oro ti senti crescere dentro una sensazione di gioia che sembra uscirti dalla pelle come un fascio di luce, allora per te il denaro è la Bellezza. Se indossando dei bei vestiti percepisci la stessa sensazione, allora per te la Bellezza è nei vestiti. Se, camminando per la strada, gioisci a sentire gli sguardi delle persone su di te, allora quello per te è la Bellezza. Se la tua gioia è sentirti bello agli occhi di chi ti ama, allora quello per te è la Bellezza. E se hai la sensazione di volare dalla felicità di fronte ad un tramonto, allora per te il tramonto è la Bellezza.
Ogni cosa che ti fa ridere il cuore è Bellezza. Certe cose non ti faranno mai mettere le ali al cuore, ma non per questo non succederà agli altri. Trova la tua Bellezza e tienitela stretta: non permettere mai che qualcuno, solo perché non condivide il tuo volo, si permetta di dire ‘quello non è bello’, perché la Bellezza non ha limiti”.

Samir questa volta capì.


AC

Sez. 8 marzo – Tema: Fosca


Svolgimento



Alla nascita non era una bella bambina, ma per quanto tutti elogino la bellezza dei neonati nonostante  siano grinzosi e screpolati, per lei niente, solo apprezzamenti sulla lunghezza dei capelli.
Si sa, nascono brutti ma poi, crescendo, si aggraziano.
E invece la piccola Fosca diventò grigio alabastro e gli occhietti, una volta aperti, erano quelli di un uccellino rapace – si dice che la madre non riuscisse a guardarla quando la attaccava al seno.
Brutta nacque e brutta crebbe nell’invidia delle amiche più belle che si scambiavano confidenze sui loro amori; Fosca ascoltava e più i racconti sfioravano la sensualità, tanto lei si agitava che una volta addirittura scappò gridando. Da allora ebbe continui collassi nervosi.
Si chiuse nello studiolo del padre e si nutrì delle pene d’amore di tanti poeti; uscì da lì solo dopo la morte dei genitori e la vendita della casa; suo cugino, colonnello, ne ebbe pietà e la portò con sé al dipartimento militare lontano dal mondo, tra rovi, gelsi intisichiti che raspano l’aria: lì Fosca sembrava in armonia con la natura. Anche la sterilità della vita di caserma si addiceva a lei che rallentò le sue crisi.
Poi arrivò Giorgio, troppo bello e gentile per non turbarla.
Fosca decise che doveva essere suo: tirò fuori la poesia e la pietà.
Lui conobbe la commozione, lei esperì il calore di un torace villoso, scoprì cosa significa sentirsi posseduta da un uomo ma  il suo corpo spossato ahimè cedette.

Di lei rimangono tanti libri di poesie, resi illeggibili dalle abrasioni a tutte le parole d’amore.

GD




Tema: E' sempre domenica

Forse sto diventando vecchia...un'anziana brontolona di quelle che non fanno altro che scassare amici e conoscenti con i loro ricordi dei bei tempi andati e menate varie tipo " ai miei tempi" ...insomma una vera rompi balle d'antiquariato...ma la domanda che mi sorge spontanea ormai da qualche giorno mi fa venire qualche dubbio. Ve le porgo in modo che, forse, qualcuno risponda.

Tra i pandori, panettoni, torroni e varie dolcezze natalizie e frappe, castagnole e cenci di carnevale non esisteva una fase di tregua?

Trovarsi nei banconi degli alimentari con disposti e allineati vassoi di strufoli e frittelle di ogni tipo( mica solo quelle classiche!) quando ancora qualche mezzo cartone di panettone è a casa a implorare smaltimento, non fa pensare nessuno oltre me?

Quando ero piccola il dolce si mangiava la domenica, il babbo quando tornava dalla passeggiata in centro portava le pastarelle ed era sempre quel “diplomatico” che – fatalmente – rimaneva ultimo perché ci si era tuffati sui bignè.

Era tempo di attese e le cose che arrivavano avevano, per questo e non per altro, il loro sapore.
Adesso invece molti pandori e panettoni sono già finiti nella spazzatura, con le loro scatole ancora intatte, e già da settimane ogni giorno si mangiano castagnole e strufoli che ci avranno ormai già abbondantemente stufato quando arriverà giovedì grasso...grasso proprio come la maggior parte di noi.

AG

Tema: Descrivi una comune malattia

Svolgimento
Il male oggetto di questo tema si definisce con una di quelle espressioni siciliane che non hanno equivalente in italiano e che è lagnusia. Per i non siculi, si raccomanda di non cadere nell’errore di considerarla meramente come pigrizia, la lagnusia è una vera e propria patologia e come tale si manifesta anche sotto forma di: noia, sonnolenza, abulia e apatia. E’ un termine importante del nostro lessico, in quanto indica una condizione, o anche un modo di vivere, riassunto altresì in modi di dire quali “u siddiu è ca a ggenti si siddiò a siddiarisi”, anche se il siddio è più una lagnusia che verte sulla tristezza, ma il concetto è quello: basta, mi è seccato, non combatto, non mi muovo nemmeno più. Credo sia stata una delle prime parole imparate da un mio ex professore di inglese, quando doveva andare a fare la spesa e non riusciva a spiccicare parola nonostante a casa avesse ripetuto mille volte unettodimortadelladuediprosciuttocotto, ma la nostra parola la sapeva, anche se pronunciata con quella s sonora tanto sconosciuta a noi nativi.
Il lagnuso (persona affetta da suddetta malattia) si ritrova tutt’a un tratto incapace di intendere e di volere, e può stare anche ore a fissare il soffitto o la parete di  fronte senza pensare assolutamente a niente, anche se sembra uscire da pensieri profondissimi quando gli si fa una domanda e lui prima non la sente, poi fa “eh?” e ci mette altri cinque secondi buoni per capirla e altrettanti per rispondere. I primi sintomi si riscontrano al mattino, quando sente che sta arrivando il momento di cominciare una nuova giornata e l’unica cosa che riesce a pensare è no no no no no ti prego no, per poi passare a più articolate elucubrazioni riguardo alle scuse da inventare con se stessi e con gli altri per non potersi recare a compiere il proprio dovere, qualsiasi esso sia: non riesco ad alzarmi sarò forse influenzato, o forse ho mal di stomaco, sì ma anche se mi alzo il tempo è troppo brutto magari esco mi bagno tutto prendo la polmonite poi devo stare a letto molto più di un misero giorno che sarà mai se oggi rimango a letto dopotutto…Poi, sempre che il male non sia ormai allo stadio avanzato, si decide ad alzarsi, ma il difficile è farlo, tutte le connessioni tra muscoli e cervello sembrano interrotte, o forse è il cervello che non lo vuole davvero, per cui quando riesce a sedersi sul letto si aspetterebbe quanto meno una ola di invisibili omini che stanno attorno al suo giaciglio ed osservano la scena. Passano altri cinque minuti, quando va bene, prima che riesca ad alzarsi completamente, nel frattempo rimane a fissare dritto davanti a sé ripassando mentalmente tutte le scuse di cui sopra per capire se effettivamente sono tutte da scartare. Per il resto della giornata fa tutto di malavoglia e male, non capisce niente di quello a cui si applica e non si biasima per questo perché già gli sembra un miracolo applicarsi a qualcosa, e quando finisce con i suoi doveri di studio o lavoro torna a casa dove ha un sacco di cose da fare, ma gli sembra giusto dedicarsi un’oretta di meritato relax. Sì ma dai, che sarà mai se entro un attimo su Facebook, guarda quello che foto che ha, andiamo a vedere, ah ma non mi dire che è fidanzato con quella, io pensavo che stesse con un altro…basta basta adesso devo mettermi a studiare…aspetta che leggo questa cosa…una controllatina alle e-mail…nooo che tardi devo andare a studiare, sì ma prima devo fare quella telefonata… Le orette diventano due, e poi tre, e così passa quel che resta del pomeriggio ed anche della sera.
Naturalmente, i peggiori nemici del lagnuso sono gli attivi. Facciamo qualche esempio: la collega che le lezioni sono finite oggi, l’esame è tra due settimane e lei ha già finito il programma e fatto i riassunti di mille pagine di libro mentre si sta preparando anche un’altra materia, mentre tu è già tanto se sai di che libro si tratta, e uscendo fuori dall’aula ti dice “in bocca al lupo per l’esame!”, o la madre che è stata dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio al lavoro e una volta a casa ha cucinato la cena, fatto i piatti e alle dieci di sera si è messa a stirare, che ti dice “eh ma ti stanchi subito”.


lunedì 23 gennaio 2012

Sez. 8 marzo – Tema: Donna Bastiana Giunta in Sedara

Svolgimento

“buona per andare a letto e basta”(Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Malalingua don Ciccio che al principe di Salina andò a riferire cose che non sono, cose dettate dall’invidia e dalla rabbia di cuore.
Ignorante donna Bastiana lo è. Ma al giorno d’oggi pure che vai a scuola non ti insegnano niente. E poi suo padre, Peppe Giunta detto Mmerda – che è quanto dire – non fece niente per farla acculturare un po’, trovarle un’istitutrice, neanche un romanzo le comprò mai, ma che dico, un abbecedario. Sapeva dire solo “mia figlia è troppo bella, più bella di lei non ce n’è e tanto basta”. Il male da lui partiva perché Bastiana da piccola era una ragazzina vivace e furba, poi quando si formò che i maschi le mettevano gli occhi addosso, suo padre la chiuse. Lei allora fece la fuitina con don Calogero SEdara e finì di consumarsi: passò da una gabbia alla cella di carcere.
Don Calogero ci fece una figlia – Angelica assomiglia tutta a lei! – e poi la mise sotto vetro (la fa andare solo alla Santa Messa delle cinque dell’alba quando non la vede nessuno, scortata).
Voce di popolo, ma che dico, voce di cameriera di casa Sedara, donna Bastiana al pranzo del principe ci voleva andare che si era lavata i capelli con l’aceto per averli più lucidi della pelatura di una puledra – che poi farle prendere un poco d’aria a quella carnagione sempre chiusa le avrebbe fatto bene.
Lui fu porco preciso, le disse che ci sono cose di mezzo che si possono rompere – un matrimonio con il nipote Tancredi, che fa scherziamo? -, che se lei avesse aperto bocca… te lo accolli di stare muta che poi mi fai fare una figura degna del nome di tuo padre?
Lei – dice la cameriera – è diventata di mille colori, ma che dico, diventò come la tempesta d’inverno, i capelli nt’all’aria, gli occhi di fuori, i nervi che le uscivano dal collo; tratteneva le mani per non tirargli le porcellane di Capodimonte , quelle che hanno nel salotto buono. Con una voce che pareva venire dall’inferno gli disse: “schifiu e piruocchio, jecca sangu ru cuori”. Poi ha aggiunto “riferisci che sono indisposta”. Lo disse così, che la cameriera impallidì, mai l’aveva sentita parlare in italiano, e con questi paroloni.
GD


domenica 22 gennaio 2012

Tema: Molare non mollare

Era un sano e robusto molare dalla spessa e bianca dentina, che a differenza di tutti gli altri Molari non voleva passare la sua vita in una bocca a masticare fette biscottate, chewing gum, penne al pomodoro, o morbide bignole, ma che fin da piccolo , una volta entrato a far parte della dentizione definitiva, sognava di stare abbarbicato ad una forte e sana gengiva a masticare un bel pezzettone di croccante torrone , una coscia di Angus, o spaccare con un solo morso i gusci delle “tonde e gentili” delle Langhe.
Insomma le sue aspettative andavano ben al di la di  quelle di qualsiasi altro banale  dente di una arcata dentale.
Finche’ una  sera, dopo un abbondante cena, il cui pezzo forte era stato un arrosto cotto nel vino in una Lagostina a pressione, una lingua impertinente aiutata da una squadra di papille speleologhe, nel tentativo di liberarlo dai residui degli invadenti  filamenti della carne, ne fece caracollare metà sulla lingua felpata ed impreparata.
Uno choc per il povero dente, che in un attimo dovette rimettere in gioco tutta la masticazione di una vita ritrovandosi dimezzato come un Punt e Mes.
Il suo primo sanguinante pensiero fu: “La colpa è stata di quello stupido nervo che continuava ad agitarsi nervoso e alla fine si  sara’ fatto venire un infarto”.
Poi venne colto da un entusiasmo esagerato, e digrignando quel piccolo moncherino che rimaneva incastrato nella gengiva,  ebbe un magnifico pensiero positivo :“ Magari mi rigenero,  e nel giro di un mese ricresco  come li peli sulle gambe e i baffetti.

Ovviamente tutto questo non sarebbe mai potuto accadere nonostante lo sperasse con tutta la saliva. Il pensiero di dover andare dal dentista gli faceva tremare la polpa  dalla paura. I denti non si moltiplicavano  come i pani e i pesci, morivano marciti e basta.
Il  brutto giorno arrivo’.  il Molare si ritrovò ad osservare da una bocca spalancata, una luce accecante e un trapano rotante.
Ma quando si risvegliò dal torpore,  si accorse di dividere la gengiva con una splendida mezza molarina con la quale passò il resto della sua vita a masticare quanto di più duro e croccante si potesse immaginare.

A.W.