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lunedì 30 gennaio 2012

Sezione 8 marzo Tema: Nonna Abelarda e la ballerina

La scatola nera è sulla mensola da sempre so che nonna Abelarda non desidera che alcuno la manipoli. E' gelosa.
Ha occhi vivi. Piccoli e puntuti come quelli di un topo. Oddio ho sempre avuto paura dei topi, ma gli occhi di nonna Abelarda sono così belli. Neri, con un taglio che va verso l'alto, come un angolo sfuggente. Si staccano dal viso mobili, dotati di vita propria. Bellissimi in mezzo alle rughe copiose, alla pelle di pergamena, ai capelli bianchi copiosissimi e incolti, sotto al turbante sgargiante che la rende insolita come solo ella può.
Nonna Abelarda sfoggia sempre gonne larghe e piene di colori su stivali di gomma. Fanno comodo lungo le strade fangose, mentre passa a guado i rivoli e i ruscelli nei valloni umidi e profumati di macchia mediterranea.
I rovi le pinzano le maglie ruvide e grosse con le quali si difende dai rigori degli inverni ghiacciati.
Sono informi sulle sue spalle esili e nascondono la sua figura da gnomo difforme, su gambe torte da troppo lavoro. Il copricapo, coloratissimo e rigorosamente di lana, annodato come un turbante le lascia visibile solo il naso rosso e gocciolante.
Prendo in mano la scatola.
Ha il coperchio lucido e nero, di lacca, con intarsi di fiori bianchi in madreperla. 
L'apro. Al centro la figurina minuscola, con il braccio alzato e la manina elegantemente atteggiata, mentre il tutù tutto intorno alle gambe dritte in uno spasimo sulle punte, comincia lentamente a ruotare ora di qua ora di là.
La musica.

Cancella tutto. Si spande dolcissima mentre lei, la ballerina, gira. Poi accenna un plièe e allunga una gamba in avanti mentre l'altra si piega indietro, porta in avanti il busto con il capino ripiegato di lato.
Accanto  c'è un filo d'oro con una medaglia  e un anello d' osso con un volto stampigliato. 
Quando la vedi nell'alba invernale arrancare per trazzere di campagna, verso  boschi di rovi in cerca di asparagi, di bacche selvatiche e verdure di campo, non immagini che abbia mai indossato sottane di seta e collane di perle fino all'ombelico. Cappelli con fasce in ottomano e velette sugli occhi.
Non l'immagini mentre volteggia, fasciata di seta su tacchi grossi e calze pesanti, avvinghiata al suo uomo dai capelli neri e lucidissimi.
Lo stesso sull'osso dell'anello. Lo stesso sguardo fascinoso, quasi di profilo, mentre accenna un passo di tango e lei, la ballerina lo asseconda.
Adesso indietro docile piega di qua il capo e poi di là.
Ecco un passo indietro e si curva sulla vita, la crocchia di capeli neri sembra quasi sciogliersi.
Nonna Abelarda non è più nonna Abelarda: è fine e giovane, elegante e innamorata. Ha un uomo bellissimo e balla come una libellula. Magra e dritta come un fuso. Lo ama.
La guancia sulla guancia e poi un attimo egli la sfiora con un bacio. La musica  nel ritmo avvolgente, scivola tra loro e la gente, li isola, li accende. Ed ecco reclina il capo e stringe più forte la mano, la intreccia. Le nocche  impallidiscono tra le gemme.
Nonna Abelarda con i capelli candidi come trine di ghiaccio, scivola sul fango, si arrampica tenendosi alle radici, combatte ogni mattino nel gelo dell'alba la sua battaglia quotidiana. La senti imprecare e adirarsi  contro la solitudine, contro  la strada aspra e ingrata.
Ma poi sorride.
Scopre la bocca sdentata e in quel sorriso che immagino, per il viso  in ombra  contro il  sole, tanto da confondersi con la luce, c'è  tanta  bellezza.

CLA

giovedì 26 gennaio 2012

Tema: Se il Titanic fosse partito da Caracas

Svolgimento

Concha era la mia balia.
Quando avevo 15 anni si innamorò di un gringo. Si perchè non stavamo mica al polo Nord diversamente si innamorava di un' esquimese.
No  stavamo sulle rive dell'Orinoco e i coccodrilli li vedevo scivolare non lontano tra le liane, placidi e tranquilli. Noi avevamo ormai fatto l'abitudine a non allontanarci troppo, a non bagnarci in quegli specchi d'acqua verdastra e limacciosa pieni di insidie. Ma avevamo fatto l'abitudine anche a zanzare, mosche, mosconi, pappatacci e zecche.
Concha abitava con noi una bella casina bianca di muri candidi, di porte azzurre e patii ombrosi. Mi portava la cioccolata calda, fumante, e la bevevamo giocando a quel gioco con le palline colorate. Chissà se facevano rumore quegli uomini che le ronzavano intorno? Che so fischi, richiami, ronzii, e tutto il resto del repertorio accalappia femmine.
Di certo le ronzavano perchè non mi accorsi di niente. Che cambiava la voce a volte, che nascondeva maldestra risolini per improvvisi pensieri che le attraversavano la mente, che sbagliava tutte le mosse a palline e perdeva senza adirarsi. Si Concha si adirava se perdeva. Ma da un pò  non si adirava più.
Mamma Inès era vestita di bianco, profumava di lavanda e portava i capelli neri, lucidi e tirati tutti di lato, mentre dal lato opposto le ricadevano sulla fronte ombreggiando sulla fronte scura, proprio sopra gli occhi profondi e pieni di misteri.
Mamma Inès sapeva.
Le passavi accanto mentre distratta invasava cactus o lussureggianti orchidee...e indovinava che avresti inciampato appena girato l'angolo.
Sapeva che Concha sarebbe sparita, io imbarcata per il vecchio continente e forse mai più fatto ritorno.
Ma non lo diede a vedere mai, solo un'ombra ogni tanto cadeva a rigarle la fronte sprofondandola in uno stato catotonico, preludio di quella che presto si sarebbe abbattuta per sempre su di lei.
Concha dicevo sparì.