“Stai zitto” disse lui “non è bene parlarne
al telefono”. Adagiò la cornetta con la sua flemma proverbiale. Allentò la
cravatta che gli stringeva il collo. Con gli occhi tristi di chi sa che dovrà
passare un’altra serata da solo, versò del whiskey in un bicchiere basso e
largo. Lasciò evaporare l’alcol e la stanza si riempì di aromi forti e intensi
che si mescolarono al denso afrore di tabacco e acqua di colonia. “Tramuta in lazzi lo spasmo e il pianto, in una smorfia il
singhiozzo e il dolor, ridi pagliaccio sul tuo amor
infranto, ridi per quel che t'avvelena il cor!” la sua aria preferita inondava la stanza di
stucchi rococò. L’opera riusciva a trascenderlo e a trasfigurarlo. Svogliatamente
scelse un libro dal secondo scanno della libreria. Ne Accarezzò lievemente il
dorso della copertina nera partendo dal basso. Con l’indice destro arrivò fino
all'angolo retto di quel volume e con un’agile mossa lo strappò alla sua
posizione. Altri volumi si mossero scuotendosi dal loro posto. Cercavano un
nuovo assetto quei libri, a coprire lo spazio vuoto lasciato dal loro compagno.
Si abbandonò alla sua poltrona e aprì quel tomo “Il mento
poggiato sulle braccia incrociate, l'uomo era disteso sulla terra bruna del
bosco coperta d'aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando,
le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si addolciva ma
un poco più in giù precipitava rapido e l'uomo
poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando,
attraversava il valico. Parallelo alla strada correva un torrente e giù,
sulla sponda del valico, l'uomo vedeva una ruota idraulica e l'acqua scrosciante
della chiusa, bianca sotto il sole estivo”. Il rumore acuto di vetro infranto rimbombò in cortile. Alzatosi con
le sopracciglia aggrottate scostò le tende bianche di lino per guardare; sui
suoi occhi era calato il sentore di una profezia che sta per diventare
certezza. È che non si abituava mai ad attimi di serenità. Aveva visto molti
andarsene e lui era rimasto. In quel liceo dove insegnava latino e greco gli volevano
bene in molti. Aveva molti amici su cui contare. Il libro era finito sul
pavimento. Giaceva indisturbato e dall’ultima pagina era comparsa una piccola
linguetta. Un triangolo isoscele fuoriusciva dalla linea retta del sovracopertina.
Incuriosito afferrò quella carta indisciplinata. Una piccola fotografia raffigurava
Piazza San Marco. Le sinuose forme della Basilica erano interrotte da piccioni
che si alzavano in cielo e mani scomposte di braccia scoperte che salutavano
qualcuno che era dietro la macchina fotografica. Nel retro compariva la dedica “Voglio
farti ubriacare e tirarti fuori il fegato e metterti un buon fegato italiano e
farti ritornare un uomo. ps. ti amo”. Fu il primo sorriso di
quella giornata. Il disco aveva finito il suo giro. Bevve con foga il resto del
whiskey. La portinaia lo aveva avvertito che quella notte sarebbe successo
qualcosa. Lei certe cose le sapeva perché le intuiva. O comunque le scopriva da
sola. E anche se non le avesse scoperte gliele avrebbero dette. E sapeva anche
di lui, ne era certo. E un brivido percorse la sua schiena e si divertiva quasi
a immaginare la donna che inorridiva al solo pensiero. E con la voce cacofonica
e rozza avrebbe gridato “Invertito!”. “Che si fotta quella bagascia” e rise ancora, e di gusto per giunta,
versandosi altro whiskey. Jack lo aveva conosciuto a Venezia, quando insegnava
lì. Era rimasto impressionato da quell’americano che amava l’Italia e che lì
viveva. Gli aveva passato i libri di uno scrittore emergente, Ernest Hemingway,
ed era diventato il loro confessore e confidente. Avevano anche convissuto
insieme perché si sa, quando hai conosciuto il miele non puoi più viverne
senza. Poi di colpo le cose erano cambiate. La loro clandestinità diventava
claustrofobia fatta di bottoni di camice, valige da chiudere, telefonate brevi
e discrete, niente corrispondenza, patte di pantaloni serrate.
