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martedì 26 novembre 2013

Tema: Maricàlide e il gioco delle cinque conchiglie

Svolgimento


Chi aveva la fortuna di superare l’anello di fumi che a molte leghe dalla costa cingeva l’isola di Maricálide, si stupiva di un mare mai freddo eppure cristallino. Ai più non appariva un disegno di città, ma una torre di paesaggi che svettava su quell’acqua limpida, sopra abissi dove guizzavano a volte pesci a volte bambini. Avvicinandosi alla costa un odore forte di macchia avvolgeva i viaggiatori che riconoscevano dapprima l’elicriso e il cisto e poi, con stupore, il basilico e la cedrina. Un certo smarrimento coglieva gli approdati: il tramonto dardeggiante che avevano davanti agli occhi conviveva con l’alba delicata che era alle loro spalle. Il giorno si poteva consumare, o riaprire, semplicemente voltandosi. All’infinito.
Non con scale ma con uno sconfinato falso piano, che a percorrerlo talvolta una sola vita non bastava, si saliva al paesaggio superiore, dove colline dolci e distese lasciavano posto all’improvviso a un lago. Sulle sue rive coppie di umani e di animali si amavano in una verzura fitta e sconosciuta, che era più morbida del più morbido dei filati, dove si mescolavano l’odore amaro dei feromoni e il profumo dolce dei gelsomini. La sera si accendevano fuochi: creavano geometrie di percorsi per i giochi di cinguettanti bambini, che inseguendosi staccavano dagli alberi frutti simili a coloratissimi agrumi sconosciuti ai viandanti.