Al capezzale di un amico gravemente malato, qualcuno va per
portare conforto ai familiari. Si precipita in corsia senza pensarci un attimo.
Qualche altro telefona per informarsi e avere notizie certe.
Poi c’è quello vigliacco, che arriva in auto sotto
all’ospedale e guarda le finestre ma in realtà guarda il niente. Resta fuori,
ha il morale a pezzi e soffre come un cane ma non entra. Se mai, ricorda. E
intanto spera che tutto in qualche modo si aggiusti e torni come prima.
Ho guardato la mia auto parcheggiata sotto casa cento volte
da sabato mattina, e altrettante volte ho calcolato mentalmente la distanza tra
qui e Porto Santo Stefano. Con il pensiero intanto ero già sul traghetto e con
gli occhi vedevo il Giglio, come l’ho visto negli ultimi ventiquattro anni.
E nei miei ricordi non c’è nessuna nave incagliata.
C’è invece una pentola, caduta dalla barchetta su cui avevo
preparato in precario equilibrio i miei primi spaghetti nautici: mi toccò
rimontare l’attrezzatura subacquea e
andarmela a riprendere, perché avevo solo quella;
Ci sono più di cento immersioni, ogni volta come fosse la prima:
emozione e frenesia, tranquillità e pace, a Capel Rosso, sulla secca della Croce,
a Pietrabona, all’Allume;
Ci sono i volti del vecchio Fisio, di Anna, Ale … i
miei gigliesi, belli e intagliati nel granito;
C’è la musica del divino Uto che suona, e che mi sorprende
mentre attraverso la piazza del Castello;
C’è la gioia che mi prende ogni volta identica, quando dico
che questo è il posto più bello del mondo, e che è proprio dove voglio stare,
l’unico dove io mi senta veramente a
casa;
Perciò sto male da cane e non smetto un attimo di pensarci ma al Giglio non ci vado: io il Giglio
c’è l’ho qui di giorno e di notte.
Nel fianco.
R.L.