
C’era il sole quando sono nata e mi hanno esposto fuori ad asciugare. Le tavole che erano servite per costruirmi avevano ancora il profumo dell’olivo. Quel giorno ero fuori e fantasticavo. Sapevo come mi chiamavo. Il falegname lo aveva ripetuto più volte mentre mi levigava.”Ma guarda che fatica per questa mangiatoia. Ho spuntato tre volte la pialla e ancora non ne vuole sapere.” Lui si arrabbiava ma lo sapevo che in qualche modo mi voleva bene. Lo sentivo quando con le sue mani ruvide mi accarezzava, quasi mi solleticava ed io godevo di quella piccola intimità che mi regalava.
Fuori al sole fantasticavo sul mio futuro. Una mangiatoia. M’immaginavo ricoperta di succulente primizie a ricchi ricevimenti nel centro di una reggia. Oppure sognavo di essere posta in stalla dove ero rispettata e osannata come una regina, dispensatrice di foraggi per saziare dolci bestiole che venivano riconoscenti alla mia tavola.
Quando ho conosciuto il mio padrone, ho capito che qualcosa nel mio quadro idillico non andava. Il ragazzotto mi aveva preso in consegna caricandomi su un ciuchino e ballonzolando per due giorni e due notti, piena di polvere e acciacchi, eravamo arrivati in un posto sperduto. Una grotta freddissima dove l’asinello finalmente si era riposato ed io ero stata messa nel centro. C’era anche un altro ospite in quel posto sperduto, un ruminante, che mi aveva guardato torto, continuando a biasciare qualcosa d’indefinibile.
