Gli
tirai una bella zampata proprio su quel suo grugno da professore di lettere. Un
diretto da Cassius Clay, avrei detto da Primo Carnera, ma io sono solo un
tappetto, non sono grosso come quel Carnera là che fu campione dei pesi
massimi.
Il
professore di lettere cadde per terra, trascinandosi il tavolino con sopra il
suo drink acerbo e la scodellina di patatine. Fece un bel botto, non c’è che
dire. Io mi limitai a guardarlo dall’alto mentre tutta la clientela del locale
si limitava a guardare me. Ecco, avevo richiamato l’attenzione di tutti, ancora
una volta. Tutti gli occhi puntati su di me e sul mio braccio da picchiatore,
come un gladiatore all’interno di una vecchia e chiassosa arena. Ma alla fine
del mio braccio non c’era una spada, o un gladio, o una rete, c’era un mohito.
Venuto fuori anche discretamente.
Il
professore di lettere si era rialzato, aveva sistemato il tavolo e si era
risieduto di fronte a me. Mi risiedetti anch’io e lo guardai dritto nel
faccione. Il suo zigomo sinistro si stava gonfiando un po’, poco male, avrebbe
smesso di leggere Sepulveda.
Ci
sono tre cose che mi fanno imbestialire nella vita: quando non ho soldi per
farmi un drink, quando qualcuno legge della paccottiglia e cerca di convincermi
che non lo è, e quando qualcuno mi dice che siamo tutti soggetti a entropia.
Entropia un paio di palle, dico io. Non sono soggetto a quella cosa lì, io. Mi
sento dentro ad un disegno divino, un bel progetto venuto fuori direttamente
dalla mente di Dio. Non stiamo tendendo verso una forma caotica dell’universo,
nossignore, tutto va come deve andare. Il migliore dei mondi possibili? Eccolo
qui, ora e adesso. Non c’è spazio per l’entropia.

