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domenica 18 novembre 2012

Tema: Le Domeniche in fila

Svolgimento

Io, se le domeniche non ci fossero, chiamerei un alchimista cosicché le crei apposta per me, per imprecare contro a questo sole e a queste campane che mi buttano giù dal mio letto di percalle e mi portano allo specchio, a guardare le pieghe del cuscino sul mio viso e le piaghe delle lenzuola sul mio petto. Poi chiamerei un abile illusionista che rimetta tutto apposto. Io le domeniche non le voglio di pieghe e di piaghe.

E' una di quelle domeniche che sembra non ce ne dovessero essere altre, di quelle che hanno il cielo sereno e il sole splendente, e le nuvole a forma di cane anche, che passa il vento e le trasforma in caffettiere. Mangiale le nuvole che sono bianche e il bianco non mette paura e sembra buono. Che è autunno ma non quello malinconico che cadono le foglie e mangi le castagne. C'è e noi siamo qua. Solo che mi fan male le cicatrici. No, non quelle dell'anima, mica sono scemo io. Quelle del dito, della fronte, del collo, della spalla e del ginocchio. Poi passano appena si assestano le stagioni perché loro cambiano, io no. E meno male.
Cilindro, baffi, occhialini.
Mi travesto da supereroe e combatto contro le nuvole a forma di caffettiera.
E se ne andranno, insieme a questa domenica.

venerdì 14 settembre 2012

Tema: Felice giorno degli uccelli


Svolgimento

Lo sento, il cimento ricorrente si avvicina di nuovo. Riconoscerei questa precisa nota di cafard anche se avessi appena bevuto un bel bicchierone di decotto di acacia, assenzio e stramonio con quella spruzzatina di dopamina che fa sempre bene. Tu sei lì nell’afa della canicola e senti la bimba dei vicini che gioca al compleanno con la Barbie e le canta Eppi berdei; improvvisamente un ricordo ti si affaccia, investendoti con la forza di un treno in corsa. Sei in una stanza con le tapparelle mezzo abbassate per difendersi dalla battuta del sole del secondo piano di una vecchia casa; la stanza è una cucina, con dei mobili in formica bianca e finto legno scuro, col piano verde bottiglia e le maniglie trapezoidali nere. La tavola è apparecchiata con una tovaglia di tela grossa, rosa chiaro con una fascia più scura, e piatti di ceramica bianca; ai due lati siedono un uomo e una donna, in mezzo un bambino. La donna si alza e prende qualche cosa dal pensile d’angolo: è una piccola torta sulla quale ci sono tre caramelle tonde di gelatina e tre candeline. Posa il dolce sul tavolo e le accende, per poi incitare il bimbo a soffiare per spegnerle. Il piccolo non si accorge che lei soffia assieme a lui, né si rende bene conto di che cosa dovrebbe succedere perché è riuscito a spegnerle in un colpo solo: aspetta solo di mangiare la sua fetta di torta, senza sapere che cosa sia un desiderio. Forse. È il tuo primo ricordo in assoluto; riesci a evocarne gli odori, i suoni, i colori al punto che potresti perfino toccare i suoni o leccare i colori. 
Un istante dopo vedi un ragazzino imbarazzato, non sorride perché gli manca un incisivo e forse un po’ perché è avvolto in un maglione di lana mélange di un improbabile color cacca di gatto. È circondato da parenti festanti, ha davanti una torta con su dei confetti disposti a fiore e delle candeline; la consorteria parentale ulula perché le spenga, lui lo fa controvoglia perché sa che subito dopo qualche simpaticone provvederà a tirargli le orecchie ritualmente; quelle orecchie a sventola che cerca sempre di nascondere sotto i capelli perché lo fanno sentire brutto, goffo, deriso.