L’avrebbe fatto stasera? Finalmente l’avrebbe fatto? Avrebbe fatto finalmente il salto nel vuoto, ci avrebbe provato con la Grande Strafiga Stupida Tettona che lo ammaliava con la superficialità dei suoi discorsi, l’esplosività del suo corpo? Marco uscì dal ristorante pensando che si, si, si cazzo, questa era la sera buona. La spinta gliel’aveva data il tizio di trent’anni che gli aveva indicato col dito, con un gesto insieme teatrale e magniloquento, onesto e magnifico, che gli aveva indicato col dito i vuoti delle sue stempiature e della sua vita. La spinta gliel’avevano dato i suoi Sogni Infranti. Una meraviglia.
Stefania. Una meraviglia. Dentro la sua Seat Arosa giallina, sua per modo di dire, dato lo zero totale delle sue entrate da qualche mese a questa parte, e l’intestazione in nome del padre, dentro la sua Seat Arosa giallina c’era ora Stefania, tutta provocante nel suo maglioncino rosso, nei suoi jeans stretti, nelle sue scarpe da tennis. Provocante, ammaliante, tremendamente attraente nella sua innocente sensualità.
Carte di gelato svolazzanti, il bicchiere della bibita caduto per terra, i tappetini luridi di terriccio e minuscole cartacce, il cruscotto rattoppato con lo scotch, i vetri appannati. Lì, sull’umido dei fiati condensati, Marco aveva disegnato con le dita tremanti un tondo e tre segnetti all’interno. Una faccina triste. Una cosa così idiota che quasi ne provava vergogna. Ma lei aveva riso, e questa era ciò che contava. Gli aveva piantato in faccia i suoi due grandi occhi celesti e gli aveva chiesto perché mai quella faccina era triste.
Il suo corpo, nella risata, sobbalzò tutto. Lui sentì distintamente il fiotto caldo di profumo che sprigionarono quei due suoi seni. Seni enormi, mamma mia, seni enormi in cui avrebbe voluto affondare, perdersi dentro, annientarsi. Sentì che se ne stavano là, gioiosi e placidi, maestosi e materni. Sentì le sue gambe poggiate sul cruscotto, piegate e aggraziate, che ogni tanto cambiavano posizione. Sentì tutto il corpo di lei, florido e nello sbocco della gioventù, che sembrava invitarlo ad una più calda conoscenza.
