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domenica 19 gennaio 2014

Tema: Sala d'attesa

Sez. Vintage
Svolgimento

Sono un inventore. Per essere più preciso, ragioniere non praticante, diplomato senza entusiasmo sette anni fa. Il giorno stesso della maturità ho deciso che non avrei fatto il contabile. Mi confondevo alla vista delle colonne della partita doppia, dare avere non ho mai capito bene, nemmeno i concetti base della tecnica bancaria. Approfittai della festa di diploma e lo dissi ai miei genitori. 
L’indomani mattina ero già fuori casa, con una borsa da viaggio semivuota, verso la stazione ferroviaria. Mi appostai per una mezza giornata lungo i binari, guardando treni e persone che andavano e venivano, si baciavano e si abbracciavano. Pensai che sarebbe stato bello avere un filo che collegasse le persone, le une alle altre, che rendesse meno pesante il momento della partenza. 
Tornai a casa, stabilii una tregua con i miei e tirai fuori la mia prima invenzione. Il filo interpersonale, o filantropo. Un filo sottile, trasparente e molto resistente, che si teneva in tasca avvolto in bobine di lunghezza variabile in base al viaggio, che si srotolava man mano che ci si allontanava, con il meccanismo del mulinello della canna da pesca. Poi al ritorno si riavvolgeva da solo, in modo completamente automatico, ritornando bobina. Con questo sistema si poteva restare sempre uniti, sia pure da un filo, ma un filo resistentissimo. 
L’invenzione non ebbe il successo che speravo. I tempi non erano maturi e io non ero nessuno. Per gli inventori di quel periodo ero solo uno sconosciuto che tentava di forzare la loro sfera di privilegi, sottraendo prestigio, clienti e forse anche idee. Venni ostacolato in tutti i modi e non si trovò una piccola o media azienda o anche una merceria disposti a investire denaro sulla mia invenzione. È scomoda, dicevano. Lo so, rispondevo. Credo di avere ancora in cantina molte bobine di quel “filantropo”.

giovedì 9 maggio 2013

Tema: Closer

Svolgimento

"Don't come closer or I'll have to go
Holding me like gravity are places that pull
If ever there was someone to keep me at home
It would be you..."
Eddie Vedder - Guaranteed


Aeroporto Malpensa: una donna con il cappotto viola mi passa davanti inciampando sui miei piedi allungati - sono disteso e ho la testa appoggiata allo schienale - e questo riesce a distrarmi da quello che osservo da un momento imprecisato subito dopo aver superato i controlli; scusi, le dico, alzando una mano, o forse lo penso soltanto e glielo dico con gli occhi e non me ne rendo conto, dopotutto è lei quella distratta, perché dovrei scusarmi io, e poi è stata lei a fare in modo che mi distraessi da quello che stavo osservando con insistenza, sono felice di non averle chiesto scusa; comunque sia, lei si volta verso di me e non dice niente, non fa neanche una smorfia, un’espressione, qualcosa che mi faccia capire che è infastidita dalle mie gambe troppo distese, niente, e il nostro rapporto si conclude così, con uno sguardo distratto, indifferente,  ognuno può tornare a fare quello che stava facendo prima; ormai, però, ho perso il mio punto di riferimento (o forse non ne avevo uno), sono stanco, il viaggio da Madrid a Milano è stato lunghissimo, vuoto, come se avessi lasciato i miei pensieri su una poltrona della sala d’attesa dell’aeroporto spagnolo, che aspettavano il volo successivo al mio, magari arrivano da un momento all’altro, tornano al loro posto dentro la mia testa, tornano ad essere quelli di sempre. In ogni caso tornano a casa con me.
Dallo zaino tiro fuori il mio diario di viaggio, il secondo da quando sono partito sei mesi fa, e scrivo “Mi trovo a Malpensa, finalmente sono su suolo italiano!”, già, finalmente, e mentre lo scrivo mi rendo conto di non averlo detto per me ma per gli altri, per tutti quelli che mi chiederanno quali sono stati i pensieri arrivato in Italia – beh – risponderò - quando sono arrivato in Italia ho avuto uno shock: tutta questa ricchezza, i modi di fare delle persone, nessuno che mi guardava in maniera strana – chissà per quanto tempo ripeterò queste parole, e allora mi guarderanno e mi faranno un'altra domanda – sono più civili di noi, vero? – e io non risponderò. Confeziono questi discorsi da fare una volta tornato a casa, quando tirerò fuori foto e ricordi di fronte a parenti, amici, conoscenti di ogni tipo, e poi di fronte a domande risponderò con le solite parole – shock, ricchezza, diversità – in un circolo noioso e logorroico. 
Dal mio posto vedo la donna col cappotto viola indaffarata: prima parla al cellulare, si sposta fuori per fumare una sigaretta, rientra e si lascia cadere esausta su una poltrona. Tra le mani ho ancora il mio diario di viaggio, ho voglia di aprirlo e leggere tutto ciò che ho scritto durante i sei mesi passati, ho voglia di capire, cercare, sapere, vedere, rivivere. Sfoglio qualche pagina iniziale, leggo la prima frase di ogni giorno, salto qualche passaggio ancora troppo vivo per essere riletto subito, ignoro crisi emozionali, momenti di solitudine, pensieri altalenanti riportati su ogni pagina, scritti a matita oppure a penna – spesso di colori diversi – prima cinque, poi sei pagine alla volta, sfoglio sempre più rapidamente fino ad arrivare a metà e rileggo la frase appena scritta, tiro fuori una penna e copro la parola “finalmente”, poi ci ripenso e la riscrivo sopra lo scarabocchio appena fatto.