martedì 19 marzo 2013

Tema: Quadrato Nero. L’utopia nelle lezioni di letteratura di Frisch

Svolgimento

«La letteratura produce (implicitamente) l’utopia secondo la quale la condizione umana potrebbe essere diversa». Sta tutto qui il senso di Quadrato nero. Due lezioni sulla letteratura, di Max Frisch. Si tratta di due celebri conferenze che il narratore, diarista e drammaturgo svizzero (1911-1991), tra i maggiori del Novecento, tenne (in inglese) al City College di New York il 2 e il 4 novembre del 1981, e che ora vengono proposte, per la prima volta in Italia, in un agile libretto edito da Gaffi, con una felice introduzione di Massimo Raffaeli. Che giustamente pone in risalto un libro decisivo per la formazione dell’autore di Stiller e Homo faber: La metamorfosi di Kafka, uno dei simboli più illuminanti dell’alienazione dell’uomo contemporaneo.
E fin dalle prime pagine si avverte tutta la forza testamentaria di Quadrato nero; dove Frisch magistralmente declina la parola-chiave dell’intera sua opera: quell’utopia che la letteratura custodisce per l’uomo. E non a caso queste lezioni sono sostanziate da una fitta retorica della citazione (in buona parte dalle stesse opere di Frisch, specie dagli scritti diaristici), a mostrare come la letteratura sia un «varco verso la genuina esperienza dell’esistenza umana», oltre e contro la lingua del potere, dei poteri, che tende a «scoraggiarci, per assicurarsi la nostra disponibilità». Una finzione, la letteratura, che smaschera altre finzioni.

Una menzogna, avrebbe detto Manganelli, che inventa le verità che mancano alla realtà: laddove la scrittura diventa una «legittima difesa contro l’esperienza dell’impotenza», e l’immaginazione, cioè l’inventare storie e lettori (di quelle storie), scaccia i propri demoni, rende visibile il doloroso divario tra il reale e ciò che potrebbe davvero essere il vivere. Al collega americano Harold Brodkey, che gli chiedeva di definire l’utopia, così rispose Frisch: «è il nome di tutto ciò che so non esistere». Ma che può esistere. Una direzione, una consapevolezza: la stessa che ha chi guarda Quadrato nero, il famoso quadro di Malevič. 
È stato un lucidissimo e sarcastico sradicatore di certezze, Max Frisch (che per anni visse anche in Italia e negli Stati Uniti). Sempre pronto a seminare domande, senza teorie (del romanzo, del dramma) e senza ricette. Così diverso, eppure così simile al grande amico e conterraneo Friedrich Dürrennmatt, che come lui ha cercato di dar forma al caos dell’esistere. I «gemelli terribili», li chiamavano. Loro che ben sapevano, da svizzeri, che la Svizzera aveva rinunciato al sogno, all’utopia, scegliendo di essere un «club ben funzionante». Loro che mai hanno smesso di ricordarci a cosa serve la letteratura: a farci capire che non viviamo nel migliore dei mondi possibili.

(La Sicilia, 18 gennaio 2013) 

Giuseppe Giglio

11 commenti:

  1. La letteratura come utopia.. a me questa cosa piace assai assai. C'è una figura retorica, la litote, che declina ciò che qualcosa è attraverso ciò che non è.
    Se poche sono le possibilità di definire qualcosa attraverso le sue caratteristiche, infinite sono invece le qualità mancanti di un oggetto o di una persona: si apre un ventaglio immenso, quello del "non è", che è brodo primordiale per la creatività: se è facile scrivere nell'ambito del positivo, il negativo offre maggiori spunti, necessita maggiore capacità di inventiva, ti consente di partire da molto lontano e tentare strade non calpestate, originali. Non è il quadro asciutto che la letteratura vuole, per raccontare i fatti nel loro scheletro esiste già il giornalismo, la letteratura vuole altro, vuole l'immpalcatura complessa, la costruzione spiazzante, un terremoto che distrugge tutto quanto è stato scritto prima e che riposizionando i vecchi cocci e le rovine riesce a creare una città nuova, magari più bella di quella di prima.

    Don Gigghio se la fida proprio
    GD

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    1. Le sue parole me piacciono assaie, caro Don Giorgio!

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  2. Si scrive solo per porsi domande e non risposte, quelle, se mai ce ne fossero, saranno diverse per ognuno di noi. La letteratura cerca (e per fortuna trova sempre) nuovi alberi dove arrampicarsi, gli servono per leccare il cielo. Ha corde per calarsi nel ventre di un vuolcano. Non ha paura di dire la verità e se mente sarà difficile provarlo. Il mondo gli appartiene così come la sua utopia, riflesso di un desiderio inappagbile.
    Demolisce illusioni ed illusioni crea, mentre nessun'altra realtà potrebbe essere più vera.
    Senza di essa non riusciremmo nepppure a parlarci.

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    1. Ben detto, Adelaide!

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  3. incuriosire e cattura con poche righe :) grazie..ho letto Dürrennmatt ma non Frisch. Provvederò quanto prima. Grazie Giuseppe e ben ritrovato...è sempre un piacere
    Meis

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    1. si è perso un RE per strada..."incuriosire e catturaRE"...vabbè che sono antimonarchico ma qui è questione di verbi eh eh eh
      Meis

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  4. Giglio e ho letto altre sue cose stupisce sempre, la scrittura è coinvolgente e interessante oltre che colta. La tesi dell'utopia e di quanta letteratura occorra affinchè si possa essere sull'orlo di essa, lontana dal racconto della realtà, affidabile a cronaca e saggistica, a quanto occorra, affinchè si possa essere ripuliti da propri demoni. Dunque catarsi e scudo alla possibilità di esistere. Quanto necessaria, bisognosa di emozionare, nel narrare, ricordare, memoria e scrigno dell'umanità...
    Fa venire solo voglia di scrivere e scrivere tanto...
    Grazie Giglio
    Ma io direi anche della pittura e della musica...Posso?

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  5. Queste due lezioni al City College di New York...Già solo per averle tenute a New York me le leggerei. L'ho proprio visto il City College a New York, non distante da altri college e dalla Columbia University, proprio ai confini di Harlem...

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  6. Giusto Cla, e scusami Giglio, ho detto la mia senza commentare la tua scrittura. Asciutta, di tratto gionalistico, impeccabile nella forma e molto interessante nell'informazione.

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  7. Che l'ignoranza cada su di me, non conosco Frisch, però condivido quello che ha detto Meis. Per quanto riguarda il pezzo: è vero, quello che mi piace di più della letteratura è la capacità di ricreare mondi (anche Vargas Llosa usò un'espressione simile a questa), anche mondi impensabili, migliori, mi viene da dire anche "adatti"..
    Anyway, riallacciandomi a quanto detto, l'ultima frase è da oscar!
    Grande Giuseppe,

    A presto!

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  8. Grilletto Salterino20 marzo 2013 16:41

    Scritto bene. Soprattutto perché ti fa venire voglia di leggere ciò che non conosci. Solo un neo per me: la frase conclusiva. Ma come posso contraddire quel "che mai hanno smesso di ricordarci" senza aver letto niente di Frisch né di Dürrennmatt. Mi limito a dire che ben poca cosa avrebbe fatto la letteratura se servisse ad evidenziare ciò che è del tutto evidente anche a chi non legge mai.

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