Ciak, prima scena:
Dopo ore e ore di travaglio, febbrile attesa e discorsi frammentari, tra zaffate di fenolo e arabeschi di fumo sulle pareti di linoleum verde dell’ospedale, finalmente viene annunciato il lieto evento. In sala parto, si intravede un mucchietto di pieghe grinzose e bluastre appeso alla mano robusta dell’ostetrica. “Annuntio vobis gaudium magnum: è una femmina!!!” gioisce la levatrice, rivolgendosi al padre: un uomo sulla trentina, smilzo e allampanato dagli occhi grigio-verdi e un ciuffo nero sugli occhi. Per un attimo, il suo sguardo si colora di smeraldo, come attraversato da un lampo di sole. Ma subito dopo, viene riassorbito dai suoi pensieri cupi e ossessivi, sotto la luce fredda e asettica dei neon. Al primo vagito della figlia, non sa far altro che accasciarsi su una sedia, già in preda alla depressione post-partum, lui! Da ore, non fa che recitare il suo mantra privato fatto di litanie senza senso, in uno stato catatonico. Cicca dopo cicca, le sue contorte spire di fumo si sono alzate lente e minacciose e già ghermiscono le piccole manine della neonata indifesa. Quale perfetta prolessi dell’imminente catastrofico legame che li avrebbe stritolati per tutta la vita. E questo non è che l’inizio. Ma passiamo oltre. L’idillio con l’esistenza può veramente durare lo spazio di un vagito.
