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lunedì 7 gennaio 2013

Tema : Su contu de Cruccueu

Svolgimento:

Custu è u contu de forredda …
(questo è un racconto da focolare …)


Cruccueu era una bimbetta vivace e bella.
Le avevano dato quel nome perché quando voleva che qualcuno notasse la sua presenza cominciava a cantare, e cantava forte, a squarciagola dalla mattina presto. Aveva nove fratelli, tutti maschi, lei era la più piccola e l’unica femmina. Sua mamma era morta nel darla alla luce come in tutte le storie tristi che si rispettino e, non appena Cruccueu fu in grado di reggersi in piedi da sola e di ficcarsi il cibo in bocca con le sue stesse mani, fu lasciata al suo destino a badare a se stessa. Così, d’estate, ma anche in autunno, inverno e primavera, dalle prime luci dell’alba, lei era per strada che correva nelle cunette poco profonde dove scorrevano urina e acqua sporca e dove lei, comunque, sguazzava felice incurante del lezzo e nella stagione giusta anche del freddo. Solo grazie alla sua incapacità di stare un solo minuto ferma riusciva a preservare il suo corpicino dagli agguati di germi e malanni. Le scarpe non sapeva cosa fossero e anche dei vestiti aveva una conoscenza del tutto immaginifica. Lei, al mattino, apriva i suoi grandi occhi neri e cominciava a raccattare quel che i fratelli avevano gettato alla rinfusa sul pavimento la sera, prima di cadere addormentati nelle due stuoie, un mucchio a destra e uno a sinistra, dell’unica stanza che fungeva da cucina e camera per dormire.
Cruccueu, quindi, aveva un modo di indossare quelle robe del tutto originale e nessuno del resto era mai venuto a rimproverarla per come le metteva.
Mai un rimprovero, ma quell’estate qualcosa di nuovo era successo.
Cruccueu ricordava quel giorno perché era la festa della sua mamma che si chiamava Assunta.

sabato 27 ottobre 2012

Sez. Attrici: Moana Pozzi buonanima

Sensuale e accattivante, di presenza molto meglio che nei film...Bella! (eccola che viene, libera, con fare deciso di donna che la sa lunga e conosce la natura umana).

Complimento banale sentirsi dire bella, da femmina repressa  che per dimostrare di essere viva passa ore e ore a ripassare mascara e fard, a comprare lingerie costose per nascondere cosce flaccide e tette mollacchie. Io la repressione la prendo a calci in culo. Agli uomini piacciono i film porno, di giorno lavorano nei loro studi professionali, in banche o curie, di nascosto vanno in edicola e in mezzo al Sole24ore comprano i miei DVD, di nascosto li guardano, di nascosto mi toccano. Ho voluto sconvolgere l’idea banale che tutti hanno della pornografia - uomini che scopano donne -: nei miei film sono io che scopo loro. Che poi film non è adatto: le mie interpretazioni sono manuali di comportamento copulativo: a me non interessa piacere agli uomini – è solo un gradevole e lezioso effetto collaterale -, mi interessano le donne, sono eroina della loro emancipazione. Il femminismo ha solo sfiorato il problema, io lo prendo di petto, sporcandomi le mani, senza esitazioni.


lunedì 8 ottobre 2012

Tema: Il mare, tra la testa e le mani

La vita è fatta di strane vicissitudini e la parte più eccitante di questa, viene risaltata dagli eccessi. Esistono infatti eccessi di vita, eccessi di tragedia, eccessi di perversione e così via; è come planare, e per riprendere quota bisogna prima avvicinarsi al fondo altrimenti si rischia di picchiare verso il suolo e creare più disastri di quanti se ne possano immaginare. Questo racconto narra di un volo lungo un'eternità, e comincia dalla fine, l'atterraggio.


***

Sid aveva i capelli lunghi, poi decise di non pensare più e quindi li tagliò. Ha le borse agli occhi perché vive di notte e scrive sempre (o quasi), anche se quel che dice alla gente è che ci teneva i pensieri che gli restavano; è cambiato come cambia un paguro. La sua testa vive altrove, «chissà dov’è » si chiede spesso; anche se le scelte che si prospetta sono soltanto due: persa forse durante uno dei tanti colloqui di lavoro o durante quella giornata a Milano. Non riesce a spiegarsi come mai dopo quest’ultimo litigio restino sospese per aria ancora tante cose, tra lui e Pinhead. D’altra parte i due si amano e come potrebbero non farlo? Chi in un modo, chi in un altro, il risultato è sempre quello. Si rincorrono come gatto e topo, non avrebbero senso se fossero diversi. Si danno del filo da torcere e litigano come pazzi, forse soltanto per poi fare la pace. Adesso è a casa, a tarlare il legno dello specchio con gli occhi e a parlare da solo. Sembra un matto: «Dannate pazze, mettete la faccia sempre dove non va bene, il naso poi, non ne parliamo. Siete peggio delle parole che fanno pendant con altre parole, situazioni da stellina in più per guadagnarvi un posto vicino al culo del professore. Io vi odio e per questo vi amo, quindi lasciatemi il silenzio e non rompete i coglioni per una volta, che si sta meglio tutti così, lasciatemi il silenzio e quando mi romperò anche del silenzio ve lo farò sapere, care dannate pazze! »


mercoledì 26 settembre 2012

Tema: Impatto


Racconto pubblicato nell’antologia “Nave senza rotta in un mare di sogni”, edito da Del Bucchia Editore, da un’iniziativa di Pizza&Letteratura. La cornice narrativa è quella di una nave da crociera e successivo naufragio. 


La nave lentamente si avvicina alla costa. 
Lentamente, inesorabilmente, va per salutare la terraferma. 
Ma sarà un saluto troppo focoso,come un bacio insopportabilmente violento,
un lacerarsi di labbra, uno sbattere di denti contro denti.


I

Aria piena di sapori forti, voci concitate e un via vai frenetico, incantato. Camerieri, sguatteri, cuochi e aiuto cuochi che corrono, vanno e vengono. Siamo nel bel mezzo del servizio. Lo chef urla ordini, manco fosse un generale. L’unico che ha i piedi ben piantati a terra è Guido, che butta anima e sudore nel lavorare di polsi e di braccia, nel grattare frenetico quei piatti, quelle pentole, quel ferro e quella ceramica unti di sudiciume da ristorante. Martina gli passa accanto, un fulmine. Guido per un attimo freme, le si accartoccia dietro, poi la sbircia di riflesso nello specchio lurido che campeggia in cucina, mentre lei entra in scena nella grande sala da pranzo della nave.
Schiena dritta, portamento elegante, i capelli crespi raccolti in una crocchia, il vassoio fumante nell’incavo di un braccio, la mano che rilascia abilmente sul piatto la portata – quaglie in agrodolce – mentre il grasso omone si lecca i baffi, seduto sul suo trono, la fronte che gli sgocciola del sudore della digestione. Martina arriccia il naso, sudore misto a dopobarba, un fiotto disgustoso nel grande salone che odora di pulito e roba buona da mangiare. Poi di nuovo via in cucina, prende un altro vassoio dal carrello et voilà,  ancora a servire abilmente – questa volta il contorno: spinaci – al tavolo dell’omone panciuto, che si strafoga, rosso in faccia, quasi in apnea, continuando a sgocciolare. E sua moglie che spizzica compiaciuta i suoi grissini. Siamo in crociera, Vittorio, siamo in crociera!

“Arrosto al tavolo 23”. “Acqua frizzante al tavolo 37”. “Chardonnay al tavolo 7”. Via, via, sveglissima, nessun segno di fatica. Sempre sorridente con i clienti. Sempre sorridente con tutti. Martina alla mano, dolce, gentile. Perché Guido con lei si accartoccia? Perché con Francesca, per esempio, con Francesca cameriera piccola e carina, questo non succede? Gli passa accanto in questo momento, Francesca. Gli passa accanto e Guido le afferra un braccio e le picchia dolcemente la testa con le nocche. Lei prende la rincorsa e gli piazza un pugno in mezzo alla schiena. “Che scemo che sei!”. Lui fa la mossa di toccarla ancora con le mani unte di grasso e lei scappa via ridendo. Lui gode ancora per un attimo quel suo culetto tondo, quella sua schiena snella, e poi di nuovo giù a capofitto nel lavoro, ora alle prese con quel pentolone enorme, luccicante di sporco, che sembra quasi sfidarlo. Ci si infila con tutto il torace finchè non si vede più la testa. Gratta la roba appiccicata agli angoli, sente i muscoli dell’avambraccio pulsare, quelli della schiena tirare. Poi alza la testa, e c’è di nuovo Martina che gli passa accanto, veloce e sfuggente come un coniglio. Lei però stavolta si ferma un istante, lo guarda e gli sorride – deve essere proprio buffo, così, con la testa dentro il pentolone. Lui accenna un sorriso ma poi distoglie gli occhi. Il sorriso gli esce male, accartocciato. Lo chef urla: “Tavolo 14!”. Lei vola via in sala, su un braccio l’ennesimo vassoio. Lui riesce a dare un’ultima occhiata allo specchio, scrutando ancora per un attimo quella sua camminata aggraziata, quell’ancheggiare sinuoso, sottile e sensuale.

lunedì 23 luglio 2012

Tema: Un giorno son finito sott'acqua - Terza e ultima puntata

Svolgimento


Il centro di permanenza temporàgnea era collocato in una cavità con un altare al centro e decorazioni floreali in plastica. Ebbi  la sensazione di esser già morto, che mi stessero facendo un salmastro funerale. Guadagnando il fondo della grotta venni spogliato dei miei oggetti personali, tranne il mio filtro Brita salvavita. Al polso mi venne messo un riccio di mare. Se avessi tentato la fuga il riccio mi avrebbe fatto sentire le sue pungenti battute. 
Proviamo a reagire, pensai, se sento dolore vuol dire che sono ancora vivo. Tentai di spinnare via, il riccio mi serrò il polso e incominciai a sanguinare. I was still alive e il grazioso peluche mi martoriava allegramente. 
Notai che una squadra di ragni velenosi presidiava l’esterno. Nell’antro oscuro scorsi un paio di lucine intermittenti e strani movimenti. Erano prigionieri umani che gesticolavano, un gruppo 
di sub che si faceva luce con i cellulari. Mi fecero capire che facevano parte di un’associazione di diving dell’Alto Adige e che la mamma aveva detto loro, sin da piccoli, di preferire gli sport invernali, ma loro non l’avevano ascoltata e quello era il risutato! 
L’ameno loco, mi raccontarono, era una grotta che alcuni  divers utilizzavano per celebrare matrimoni in acqua, quelli col velo che fa gluglu che si vedono ogni tanto al Tg ad agosto. 
Bella storia! In più non ero ancora riuscito a recuperare neanche un caffè... Coi ragni non si poteva parlare, gli altoatesini avevano preso a disegnare piste da sci sulla sabbia, mettevano pure i paletti con le conchiglie e studiavano i curvoni per redimersi e raggiungere la salvezza. 
Dopo 3 giorni di scassamento già vedevo le baite e avevo la sciolina alle pinne. I ragni un bel dì decisero di liberarci in mare aperto. Ci accorgemmo quasi subito, tuttavia, che non si poteva andare da nessuna parte: eravamo finiti in una grande rete. I carcerieri si erano presi gioco di noi, forse ci volevano torturare o aspettare che ci finisse l’ossigeno. Il mio filtro non sarebbe durato più di una settimana e i Loackers avevano succhiato bombole a manetta per sparare le loro minchiate. 

giovedì 19 luglio 2012

Tema: Un giorno son finito sott'acqua - Seconda puntata

Svolgimento


Sentivo una triste salsedine nello stomaco. Quel maiale era l’unico ricordo che avevo di mio nonno, incursore della Decima Mas, si immergeva per minare gli scafi inglesi e farli brillare. 
Dopo l’armistizio nascose il mezzo in cantina col cartellino caldaia da rottamare, per non destar sospetti. All’apertura del testamento, il notaio mi confidò che la  caldaia  di cui, fra i sogghigni dei parenti, venivo nominato erede, era qualcos’altro. 
A causa delle assassine della Costa Smeralda l’avevo persa ed ero ridotto ad un organismo monocellulare.
Quale sarà il mio destino in codesto mare? mi chiedevo. Vorrei che qualcuno leggesse le mie carte, facesse ruotare il compasso per scoprire la mia rotta. All’improvviso un’anemone telepatica, con tanto di borsa della spesa, mi segnalò la presenza di un oracolo nei pressi di una grotta da presepe.  Entrando mi sfregai le pinne per non sporcare, un colpo di coda 
mi mise a sedere: era un delfino. Leggeva di tutto emettendo ultrasuoni: carte, cartine, cartucce, tetrapack, mp3, tarocchi e mappe del tesoro taroccate. Mi ritrovai spiazzato da sì profonda slinguata della fortuna. Abbracciai l’oracolo dèlfino e gli chiesi di mostrarmi il futuro. 
Il saggio, dopo un pippone sugli Willy che finiscono nel tonno del supermercato, e un altro sui pesci al cartoccio, esordì: lancia questi sassolini, son calcoli di balena, e ti dirò! 
Io vedo, vedo, vedo che sei in cattive acque, caro umano, a parte il fatto che ce l’hai nel fracco, fece il cetaceo, facendo i logaritmi per capirci meglio, in culo alla balena e buon viaggio!  
Il consulto mi costò quattro aringhe e non mi convinse per niente, infondo se certi delfini finiscono nell’insalata di riso deve pur esserci un motivo. 
Tentai di consolarmi con un vongogelato ma davvero quelle palline di mollusco mi facevan venire il mal di mare. Era tempo di olimpiadi da quelle parti, tutti facevano festa e mangiavano di brutto. Gli anellidi gestivano una manifestazione immensa in cui primeggiava il salto con l’astice e a cui seguivano, due anni dopo, le olimpiadi dei surgelati. 

lunedì 16 luglio 2012

Tema: Un giorno son finito sott'acqua - Prima puntata


Svolgimento

Un giorno son finito sott’acqua e ho recuperato l’ossigeno scomponendola. Con l’idrogeno che restava ho riempito i bomboloni per il mio maialetto di mare. 
A bordo del siluro d’antàn mi godevo l’oceàn, mi sparavo lunghissime vasche che neanche in centro. Guardavo le tipe che facevano sea-shopping: uscivano dalle boutique coralline con 
scarpe tacco 30mila, push-up, per camminare sulle acque come quel Cristo. Solo che lui non aveva le tette e non andava all’ Isola dei Famosi. Mi hanno detto che gli piaceva il pesce, spesso faceva il bis, ma le cozze pelose quelle no, manco morto. 
In giro per l’oceàn ci sono un mucchio di rabadàn, ho scoperto che esistono branchi di tonni già inscatolati che muovon la linguetta per limonare. 
Un giorno mi fanno: se tu tiri dritto, dopo il secondo corallo a destra, abita uno snorky, uno dei pochi rimasti dopo la fine del cartoon. L’etnìa si estinse per un chicchessìa. Io gli dissi che preferivo i Puffi. Lui replicò: una volta ne passò di qui uno spiaccicato, un cadavere squisito, fu puffato da un’alga puffivora, sono cose della vita! 
In quell’umidissimo mondo tutti vivevano bagnati e contenti. Quando vidi una venere ignuda, uscire dalla sua conchiglia con vista mare, mi ritrovai più bagnato di prima. Cercai di inseguirla facendo sgrufolare il maialetto in curva, ma lei era partita con una razza di pesce razzo e io razzolai mesto. 
Avrei pur trovato una creatura compiacente, una cavalluccia da marinar con il fior fior del mio zucchino, nelle sere estive, guardando le àncore cadenti! Ad un tratto il mio mai-eletto si inchiodò: aveva preso un granchio, e se ne stava gustando la polpa allo scoglio con un filo 
d’olio di merluzzo nel motore. Beata bestiola da modernariato, residuo bellico da mercato di Porta Palazzo! Se mio nonno non fosse stato un incursore non l’avrei mai incontrata, pensai, e ora sarei qualche metro sopra, in crociera, a sputtaneggiare con 
quattro veline mamme incluse. 
Son rimasto a piedi, risolsi, o meglio con le pinne, niente fucile e occhiali annebbiati. Ci manca solo lo squalo poi siamo al completo. Con la sfiga che ho rimane a casa a guardarsi 
l’omonima pellicola e io ad annoiarmi in questo immenso acquario. 
Di partire non se ne parla, conclusi. Avevo imparato a ricavare l’ossigeno da una caraffa Brita col filtro modificato, scindevo l’acqua marina in ossigeno e idrogeno. 
Un regalo di San Valentino apparentemente inutile mi aveva salvato. Me l’ero portato dietro con la speranza che fungesse da desalinizzatore. Il risultato si rivelò superiore alle aspettative e con una cannuccia attingevo beato a quella fortuna.