Svolgimento:
Custu è u contu de forredda …
(questo è un racconto da focolare …)
Le avevano dato quel nome perché quando voleva che qualcuno notasse la sua presenza cominciava a cantare, e cantava forte, a squarciagola dalla mattina presto. Aveva nove fratelli, tutti maschi, lei era la più piccola e l’unica femmina. Sua mamma era morta nel darla alla luce come in tutte le storie tristi che si rispettino e, non appena Cruccueu fu in grado di reggersi in piedi da sola e di ficcarsi il cibo in bocca con le sue stesse mani, fu lasciata al suo destino a badare a se stessa. Così, d’estate, ma anche in autunno, inverno e primavera, dalle prime luci dell’alba, lei era per strada che correva nelle cunette poco profonde dove scorrevano urina e acqua sporca e dove lei, comunque, sguazzava felice incurante del lezzo e nella stagione giusta anche del freddo. Solo grazie alla sua incapacità di stare un solo minuto ferma riusciva a preservare il suo corpicino dagli agguati di germi e malanni. Le scarpe non sapeva cosa fossero e anche dei vestiti aveva una conoscenza del tutto immaginifica. Lei, al mattino, apriva i suoi grandi occhi neri e cominciava a raccattare quel che i fratelli avevano gettato alla rinfusa sul pavimento la sera, prima di cadere addormentati nelle due stuoie, un mucchio a destra e uno a sinistra, dell’unica stanza che fungeva da cucina e camera per dormire.
Cruccueu, quindi, aveva un modo di indossare quelle robe del tutto originale e nessuno del resto era mai venuto a rimproverarla per come le metteva.
Mai un rimprovero, ma quell’estate qualcosa di nuovo era successo.
Cruccueu ricordava quel giorno perché era la festa della sua mamma che si chiamava Assunta.




