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venerdì 1 novembre 2013

Halloween Writing Contest - Tema: Maledetti Traslochi

Halloween Writing Contest 
Svolgimento

Era un ferragosto come tanti. Il giorno perfetto per traslocare. Nessun ficcanaso o seccatore in vista. Una donna sulla cinquantina dall’aspetto scialbo e anonimo attendeva l’arrivo dell’ascensore all’ultimo piano. Aveva ammassato un discreto numero di scatoloni contro la parete scalcinata. Mentre accatastava pacchi di libri e foto, ricontrollava attenta i post-it colorati. Parevano una teoria ondeggiante di lingue mute in attesa di emettere un verdetto. Entrando e uscendo dall’ascensore, ogni tanto la donna si scrutava allo specchio. Aveva lo sguardo vuoto e la testa curva e accartocciata come sotto un carapace millenario.
 I vicini dovevano essere tutti in ferie, ma ogni tanto si udiva il raspare sordo di qualche gatto che, sentendola passare, cercava di attrarre la sua attenzione. Prendendo fiato, si fermò a fissare il portoncino blindato del vicino di fronte e provò pena per la bestiola solitaria. Allungando il collo nel tentativo di appiattirsi, si ritrovò carponi a sbirciare sotto l’uscio, ma al di là della fessura non percepì che uno sciamare di ombre. Stette senza respirare per qualche minuto. All’improvviso avvertì una zaffata maleodorante provenire dalla fessura. Una gabbia invisibile di congetture si affollò nella sua mente del tutto ordinaria. Si alzò a fatica reggendosi alla maniglia di ottone. Il sudore del suo palmo molliccio, a contatto col metallo freddo e duro, parve saldarsi come in un sigillo di cera bollente. Il caldo torrido e soffocante del pianerottolo sempre più asfittico pareva l’anticamera di una camera oscura, forse un luogo di morte anonima e destinata alla cronaca nera. Cercò di scacciare l’afrore pesante che le intasava le narici. Frugò in tasca un piccolo ventilatore portatile e se lo cacciò sotto il naso. Allontanandosi dalla porta chiusa, le parve di udire un rantolo. Poi la solita apatia riprese possesso di lei. Ciabattando con pesante lentezza, riprese a scivolare dentro e fuori l’appartamento intessendo mille bave di pensieri obliqui e inafferrabili.

martedì 29 ottobre 2013

Tema: Una vittoria importante

Svolgimento

Godeva ancora dell’exploit. Avevano poco da agitarsi le due bambole sul palco. Lei aveva vinto la gara e i fotografi si accalcavano per catturare il suo viso perfetto, immortalare il suo fisico da urlo. 
Avrebbe fatto bere cianuro assieme allo champagne alle due zoccole che si erano permesse di mettere in dubbio la regolarità della sua partecipazione al concorso. 
Si erano già rivolte alla giuria, ma per fortuna, quella, non aveva badato loro. D’altronde la sua bellezza era sotto gli occhi di tutti. Come affermare che non era idonea? Con quali prove? Erano tutte congetture inutili. Anzi invidia bella e buona.
L’idea di fare bere qualche sorso di cianuro alle sue accusatrici durante i festeggiamenti cominciò a stuzzicarlo. 
Carlo aveva sofferto per anni. Mille interventi, mille umiliazioni, mille notti passate in bianco o in lacrime oppure solo come un cane. Tacciato dai soliti benpensanti, dai soliti cretini, dai soliti omofobi. 
Adesso cominciava a chiedersi, vista la pubblicità fatta in Tv, se al cianuro fosse preferibile l’acido muriatico. 
Al momento era di moda. Amanti traditi, mariti abbandonati, gente incazzata per vari motivi ricorreva all’acido. Con grande clamore e attenzione da parte dei media.
Certo mollare i fotografi per andare alla ricerca dell’acido era un tantino complicato, ma più sorrideva più l’idea trovava motivo per innestarsi nella sua mente. 
Le due donnine confabulavano ancora, erano già state messe da parte e, tranne qualche amico, non le cagava nessuno.
Ma le loro facce non erano rassicuranti.
L’annuncio del presentatore decretò la fine della trasmissione.

domenica 20 gennaio 2013

Tema: Le persone sono la mia dose (I parte)

Svolgimento

Mi considero una persona buona, alla fine cerco la stessa cosa che ricercano tutti: la felicità. Quel piccolo bagliore che ci fa sentire vivi dentro le tenebre che ci circondano. Io faccio uso di droga, lungo la via che conduce alla felicità, non ho trovato altro se non questo. Io sono un drogato e la mia droga sono le persone. Ogni volta che esco di casa assumo la mia dose. Non posso vivere senza di loro, con loro io sono felice e se si è felici si scivola meglio dentro al peccato. Dentro al peccato si sta più comodi se ci portiamo con noi un sorriso. 
Adoro gli esseri umani, sono un filantropo. Adoro vederli ridere, piangere, sognare, sperare, vivere, mangiare, dormire. Adoro vederli morire. Adoro vederli spegnersi. Adoro vederli.
È un amore tutto mio, un amore che mi accompagna fin da quando ero bambino, fin da quando ho ucciso quel gattino. Ho ucciso il gatto dei vicini, Puzzetta, l’ho strozzato. I bambini sono cattivi, più degli uomini. Io ero il più cattivo dei bambini. Io avevo strozzato Puzzetta, gli avevo messo le mani intorno al collo e avevo premuto, forte, forte, ancora più forte. Puzzetta si dimenava, scalciava, graffiava, cercava di mordermi, cercava di salvarsi. Io bambino decisi che doveva morire. Vidi la luce spegnersi nei suoi grandi occhioni gialli, la vidi spegnersi poco a poco, da quel momento capii una cosa, l’animale gatto aveva paura della morte e ne sentiva il freddo come l’animale uomo. Anzi, l’animale uomo aveva molta più paura della morte dell’animale gatto. L’animale uomo è più divertente.
Adoro gli esseri umani. Adoro le facce degli esseri umani e vi faccio una confidenza, siamo tutti diversi, di faccia, di corpo, di colore, di capelli, di occhi, di espressioni, di emozioni e di morte. Sono curioso di vedere la morte di tutti.
Sto per uscire di casa, ho bisogno di una dose. Se sto in casa divento nevrotico, se sto in casa impazzisco, se sto in casa divento solo, se sto in casa apro il frigorifero e mi riempio di schifezze.

venerdì 17 febbraio 2012

Tema: Umano, poco umano


Svolgimento

“Mi aspetto una grande ricompensa in cielo […] sono impaziente di accedere alla gloria”
Paul Jennings Hill (prima di essere condotto nella camera della morte)

John si svegliò all’alba, aveva fatto un sogno strano durante la notte. Si trovava dentro un sacco, non riusciva a vedere attraverso di esso, però sentiva che gli mancava il fiato, cercò di strappare la patina che sentiva addosso, si dimenava, diede un calcio, tentava di gridare ma non ci riusciva. Improvvisamente sentì un rumore assordante, uno sparo. Si ritrovò nel suo letto, il sudore gli aveva bagnato la canottiera.
Guardò l’orologio, erano le sei ma decise ugualmente di alzarsi per andare al lavoro. Mentre si vestiva, pensava a quante donne avrebbe dovuto convincere quel giorno: dieci, venti, quaranta, e cercò di immaginare quelle che sarebbero tornate per l’operazione che da future mamme le trasformava nuovamente in donne senza figli. Le sue pazienti erano principalmente ragazze. Piccole donne accompagnate dai genitori, di solito la madre, troppo giovani per prendersi cura di un bambino. E allora decidevano di fare un passo indietro, e John Britton era il loro salvatore, uno dei medici abortisti più bravi della Florida.
Prima di mettere la camicia, indossò il giubbotto antiproiettile. Dopo che venne assassinato David Gunn, suo collega e amico, John non si sentiva al sicuro – i pazzi con una pistola sono ovunque – pensava mentre stringeva le cinghie del giubbotto.
Quando uscì di casa la sua guardia del corpo lo aspettava in macchina. Accesi i motori partirono subito per la clinica, la “Pensacola Ladies’ Center”.
Il parcheggio della clinica era meta di centinaia di manifestanti, religiosi e non. Fermate il massacro! – urlavano – sono esseri innocenti, hanno gli stessi diritti di ogni altro essere umano!
John, ormai, si era abituato a quell’accoglienza quotidiana. Uscì dalla macchina e si diresse verso l’entrata della clinica, sguardo basso, borsa stretta tra le mani. Aveva ricevuto minacce di morte negli ultimi tempi: lettere, chiamate anonime durante la notte, un cartellone bianco con la parola “ASSASSINO” in rosso. Decise che sarebbe stato utile comprare il giubbotto antiproiettile.

mercoledì 8 febbraio 2012

Sez. 8 Marzo - Tema: La Circe della Versilia

Forte dei Marmi 1989
“Sono le 21.35. Luciano non è ancora tornato. Di sicuro sarà andato a Follonica per scoparsi quella troia di Agata. Al telefono mi ha detto che  doveva risolvere dei problemi di lavoro o meglio di quello che lui si ostina a chiamare lavoro. Crede che io non abbia capito come l’agenzia immobiliare gli frutti solo la minima parte di quello che in effetti guadagna? Il suo vero lavoro è quello di succhiare il sangue ai disperati che gli chiedono prestiti. Ho un  marito strozzino. Una vergogna per chiunque ma non per me! Dopotutto che me ne frega? Fatti suoi. Io sono al di sopra di tutto. Io posso fare di tutto. Senza limiti o proibizioni. Spendere, spandere e godere dei suoi soldi! Ecco quello che mi interessa. Luciano non può dirmi né farmi nulla. E se lui scopa con Agata io gli metto le corna con chi mi pare! Una donna come me può forse accontentarsi di un vecchio di quasi settant’anni?  Che schifo mi fa! Ormai non mi tocca da tempo. Ha capito che vederlo nudo mi fa venire il vomito ma non ha ancora capito che ciò che detesto è soprattutto vederlo ….”vivo”.… Questa è l’ultima sera della tua vita marito mio. Torna pure a casa. Mi troverai attenderti con ansia per condurti in garage. Ti ho preparato una bella sorpresa. Vedrai…Ho sentito il rumore di un’auto. E’ lui. Devo mostrarmi indifferente. Non deve capire nulla di quanto lo aspetta. Mi faccio trovare in camera da letto o davanti il televisore? No è meglio farmi trovare in bagno magari intenta a lavarmi i denti….La porta si apre. Eccolo. Mi guarda con disappunto. Non ha ancora digerito il fatto che io abbia portato qui a casa Carlo. Non capisco perché abbia fatto tante storie. Dopotutto lui sa della nostra relazione. Ah già…bisogna mantenere la facciata. Stupido ipocrita che sei. Avrei voglia di dirti quel che penso di te ma stasera non posso…stasera devo essere diversa, magari non proprio dispiaciuta ma almeno un pochino più conciliante altrimenti chi convince questo stronzo a scendere in garage? Gli vado incontro con un sorriso che non sfoggio con lui da parecchio tempo. Stupito mi chiede non dovevi uscire con quel babbeo stasera? No - rispondo abbassando gli occhi verso la punta dei miei sandali dorati. No - ribadisco con aria quasi afflitta. Lui insiste incredulo - ma sei vestita come se dovessi andare a ballare.  No - ripeto - io e Carlo abbiamo litigato.  Non dirmi che è finita  tra di voi - osserva lui beffardo - non ti fa divertire abbastanza il giovanotto?  Luciano basta…- rispondo - non ho voglia di parlarne. Vorrei solo andare a letto a riposare ma…dove vai? Lui mi volta le spalle e si dirige verso il telefono. Guardo l’orologio. Il tempo stringe. Sono già le 21.45. Lo sento parlare. La sua voce è disgustosamente sdolcinata. Sta parlando con Agata. Questa telefonata non ci voleva. Spero non le dica che io sono in casa con lui. Che cazzo avrà ancora da dirle? Ah meno male ha già terminato…le ha solo dato il bacio della buona notte. Che cretino. Torna indietro verso di me. Gli rivolgo uno sguardo preoccupato.