Mia madre me lo racconta
ogni volta che combino dei guai.
- Se ci fosse tuo padre -
dice. Poi si gira e continua le sue faccende, soprattutto spolverare, che è la
cosa che le riesce meglio. Ha sempre avuto una particolare inclinazione per lo
straccio mangiapolvere, accompagnata da una spietata avversione per gli acari.
Gli acari, misteriosi minuscoli mostruosi, pare che zampettino sopra le
lenzuola e tra le pieghe di qualsiasi divano di famiglia. Completamente inutile
spolverarli via, tanto poi tornano.
Mio padre non è più tornato,
neanche dopo che la mamma fece un appello su RaiTre, pregandolo di fare ritorno
a casa e di finirla con queste sceneggiate. Pensava fosse scappato, ma da solo.
Di mariti che vanno via di casa con una ballerina, è piena la storia. Lui se
n’era andato, senza uno straccio di amante, magari anche straniera, che almeno avrebbe
giustificato tutto.
Quando mio padre si è perso,
io non ero ancora nato. Poi nacqui lo stesso, ma con addosso un segno indelebile del dubbio,
trasmessomi dal genitore scomparso, una specie di punto interrogativo,
inciso sul mento. Non molto grande e vistoso, non abbastanza da farmene un
complesso. “Che hai da guardare?” sembro dire quando qualcuno mi guarda in
faccia. Mio padre, anche lui aveva questo segno, dice la mamma. “Cosa ci faccio
qui?” sembrava dicesse a chi lo guardava in faccia.
Certo, nel corso degli anni,
adesso che ne ho trentadue, ho capito che mia mamma sul divano forse apprezzava
più la presenza degli acari che quella di papà.


