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venerdì 24 maggio 2013

Tema: L'abbraccio verrà

Svolgimento


Anche le nuvole bianche erano carta buona per scrivere, lo sapeva bene. Le parole, come anelli, le si erano infilate al dito, le aveva sposate con una cerimonia durata trent’anni. 
A celebrare le nozze era stato suo padre con racconti che somigliavano a fiabe, con aforismi e detti popolari. Così le aveva insegnato la vita e il dialetto.
Adesso atterrava sopra un tramonto color zafferano, all’aeroporto, ribattezzato da poco, Falcone-Borsellino. Respirando dentro i colori di quel cielo mai visto riconosceva già i racconti di suo padre conservati nell’anima insieme a limpide foto. 
Nell’attesa delle pesanti valige, tra tante mani protese, guardava la gente che le stava intorno; erano facce pallide, come la sua, scolorite da un sole ingannevole, ma piene delle attese migliori. 
A Palermo non si viene per il viaggio della speranza, la guarigione si cerca altrove, pensava Giovanna, eppure in quelle facce le sembrava di riconoscere la voglia di guarire, magari con una vacanza, magari riabbracciando gli affetti più cari. 
Osservava con avidità. Aveva capito quante parole c’erano dentro ogni sguardo e quanto sentimento dentro ogni parola. 
“Deformazione professionale” avrebbe detto chi avesse saputo. Scriveva da anni. Ma lei, che sapeva rintracciare un’emozione perfino nel vuoto dell’aria, non avrebbe abbracciato nessuno. 
Morto suo padre, aveva deciso d’intraprendere quel viaggio in cerca dell’ispirazione, di un luogo che la riavvicinasse a lui o che le regalasse qualcos’altro che ancora le sfuggiva.
Aveva tirato giù la prima valigia con un gesto goffo. Un omone, che aveva misurato ad occhio lo scompenso di forze tra le sue braccia e il bagaglio, l’aveva aiutata.
Aveva compiuto trent’anni sotto la pioggia incessante di Ratisbona. 
La Germania le aveva dato un ospedale pulito per nascere, l’aveva sfamata e cresciuta. Nient’altro. 
Non le aveva dato un orizzonte verso il quale guardare, solo un muro di nuvole, nere d’inverno, bianche d’estate. Un muro di pioggia battente, da chiudersi in casa senza voglia di uscire. Non le aveva dato un mestiere se non una penna con la quale fuggire. Non le aveva dato neppure un amore importante per il quale rinunciare al resto del mondo. 
E lei era rimasta lì, nell’attesa di concludere il suo ruolo di figlia, figlia di un questuante di sogni, un lavoro e una vita migliore.
Quella terra le sembrava nemica, forse, per via dello zio Totò ucciso da un soldato tedesco nell’ ultima guerra. Un soldato che, magari per sorte, era anche padre di quell’ altro tedesco che, per amore, si era portato sua madre. 

venerdì 26 aprile 2013

Tema: Insoluto

Svolgimento


Mio padre si è perso nel bosco da un po’ di tempo. Aveva detto non mi sento tanto bene, poi si era seduto in macchina, aveva messo in moto ed era sparito.

Mia madre me lo racconta ogni volta che combino dei guai.

- Se ci fosse tuo padre - dice. Poi si gira e continua le sue faccende, soprattutto spolverare, che è la cosa che le riesce meglio. Ha sempre avuto una particolare inclinazione per lo straccio mangiapolvere, accompagnata da una spietata avversione per gli acari. Gli acari, misteriosi minuscoli mostruosi, pare che zampettino sopra le lenzuola e tra le pieghe di qualsiasi divano di famiglia. Completamente inutile spolverarli via, tanto poi tornano.

Mio padre non è più tornato, neanche dopo che la mamma fece un appello su RaiTre, pregandolo di fare ritorno a casa e di finirla con queste sceneggiate. Pensava fosse scappato, ma da solo. Di mariti che vanno via di casa con una ballerina, è piena la storia. Lui se n’era andato, senza uno straccio di amante, magari anche straniera, che almeno avrebbe giustificato tutto.

Quando mio padre si è perso, io non ero ancora nato. Poi nacqui lo stesso, ma con addosso un segno indelebile del dubbio, trasmessomi dal genitore scomparso, una specie di punto interrogativo, inciso sul mento. Non molto grande e vistoso, non abbastanza da farmene un complesso. “Che hai da guardare?” sembro dire quando qualcuno mi guarda in faccia. Mio padre, anche lui aveva questo segno, dice la mamma. “Cosa ci faccio qui?” sembrava dicesse a chi lo guardava in faccia.

Certo, nel corso degli anni, adesso che ne ho trentadue, ho capito che mia mamma sul divano forse apprezzava più la presenza degli acari che quella di papà.

martedì 26 marzo 2013

Tema: Degnissimo padre

Svolgimento

Degnissimo padre,
in questi giorni, chiusa nella mia stanza, ancora dolorante per le cinghiate che mi avete inferto, mentre nella testa chissà perché invece dei vostri insulti, sempre gli stessi ogni volta che mi battete, risuonano come una giaculatoria che non riesco a fermare, le urla disperate di mia madre che assiste immobile a queste scene, gridando e basta, senza muovere un dito, col risultato ogni volta di amplificare la vostra ira nei miei confronti, in questi giorni io ferma immobile seduta per terra, senza lavarmi, senza pettinarmi, senza leggere nulla, senza alzarmi quasi mai da qui, io ho pensato.
Io sola qua dentro, aspettando due volte al giorno da mangiare senza nessun conforto tranne quello della Bibbia e delle altre letture che voi considerate adatte a una ragazza della mia età, ho pensato, se sia giusto infine sposarmi, così come voi desiderate per me, con un uomo che già detesto per il solo fatto che lo avete scelto voi, facendo infine cessare questa pratica di battermi ogni giorno per convincermi al matrimonio.

giovedì 13 settembre 2012

Tema: un ricordo

Svolgimento

Rosse talvolta color tortora. Non capisco come mai me le comprarono ambedue. Non si può. Tutti i capricci esauditi. Ero davanti ad uno scoglio.
La domenica pomeriggio andavamo al cinema, avevo un maglione aragosta. Il colore era aragosta intenso, non salmone, né fucsia. Aragosta. Vellutato come le mie guance, tonde, rosate e poi arrossate dal calore  della lana, degli ambienti affollati, al buio di sale cinematografiche.
Le risse dei gladiatori, i ruggiti delle belve, i cristiani crocefissi mentre fuochi bruciavano dappertutto: bracieri, tra le croci dei condannati, davanti agli altari degli dei immortali. I dialoghi degli attori della celluloide, i film comici e i film d'epoca romana, nient'altro. Se cambiava il genere restavo fuori dai dialoghi e dalla storia. E la risata di mio padre faceva eco a tutto. Alle risate e anche ai momenti di crisi, alle lacrime, ai capricci, ma era difficile non esserne contagiati.
Tenevo sette anni. Camminavo con scarpette di vernice, talvolta rosse, talvolta color tortora. Avevano un pon pon di lapin in tinta proprio al centro. Era il tempo delle scarpette e delle mutandine di pizzo, velate davanti e affollate di merletti dietro, rendendo tanto eleganti quelle bambine di pizzi e rossetti rubati. Di smalti sulle dita piccole e unghia microscopiche, nastri, treccine strette e tirate su da fiocchi enormi.
Sono davanti allo scoglio. Ha la forma esatta che mi aspetto. La solita e se cerco di capire perchè mi sia tanto familiare non ho risposte da darmi. Mi è familiare. Ha una cresta tozza che si inalbera sulla parte più alta, poi è strozzato quasi al centro. Sono tante scaglie laviche levigate che si susseguono.
L'aria ha il sentore di mare, di gabbiani, di pesci andati a male, di escrementi lasciati colare sullo scuro marrone arroventato dal sole.
Lo scoglio è affondato, adagiato su fondale alto quanto basta, di sabbia, e acqua chiarissima.
Aspiro l' odore forte di mare, intenso e misto a alghe, gabbiani ed escrementi. E mi porto intorno al versante nord. 
Lì un' insenatura piccola, suggestiva, tempestata da piccoli molluschi che ne imbiancano il bordo, da alghe, da muschi.
Immergersi è una festa di colori, l'azzurro dell'acqua, la miriade di pesci: azzurri, verdi, giallo-verdi, sole e ombre che dall'alto proiettano sul fondo la rupe sormontata dalla cresta rocciosa. Poi dai ricordi emerge il volto di mio padre e la sua spazzola di capelli ricci, morbidi, neri, come un colbacco sulla sommità della testa. I suoi capelli sono la sommità dello scoglio. Ne aspiro il profumo, sono a casa.