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giovedì 13 febbraio 2014

Tema: Addio alle braccia di Catherine

Sez. Mi sono innamorato di te perché
Svolgimento


"il post vuole essere una continuazione ideale dell'opera a cui si ispira, 
ne riprende perciò alcune tematiche, 
rielaborandole in modo personale"

1.

Partiamo da dove finiva quella mia storia. Allora saluto la statua. Ghiaccio sottile sotto i piedi. Sento che il gelo  sale su per la schiena. Sale invece di scendere, sfidando le leggi di gravità. Mi ritorna persino un po’ di  fame. Prosciutto, uova e birra non mi sono bastate prima. Non dovrei nemmeno pensarle queste cose di fronte alla statua. Considero che di tutto la colpa è di quel fagotto con dentro  il coniglio scuoiato di fresco, che il dottore mi ha mostrato nel corridoio, quasi con orgoglio. Ci penso senza partecipazione, come un dato statistico. Me ne vado dopo un po’, l’ho già detto. Esco dall’ospedale e torno a piedi in albergo nella pioggia. Lungo il tragitto continuo ad aver paura dei numeri sopra il due. Rivedo sempre davanti agli occhi quel maledetto quadrante. Risento le parole di Catherine.  Dammi, dammi.  Sguardo basso, ripeto a voce alta, camminando veloce con le mani in tasca,  il mio mantra. E  se morisse? ma è morta e se morisse?  ti dico che è morta ma se morisse?  tagliati la barba piuttosto, a che ti serve ormai e se morisse per questo?  Qualcuno si volta, non ci faccio caso. La tragedia è mia, mica loro. Incredibilmente, data l’ora, trovo in albergo il barbiere che ancora sfaccenda, con uno straccio in mano. Gli dico se mi fa la barba. Mi esce un ghigno, non una voce credibile.
“A quest’ora?”, fa lui.
“Qualcosa in contrario?”, riprendo la mia baldanza.
“Ci mancherebbe, il cliente ha sempre ragione, ma adesso mi sembra un po’ tardi.
Nella notte la barba ricresce.”, dice lui, non senza una certa logica.
Questo però è un momento che non contempla la logica, penso tra me.
Colpa del coniglio scuoiato di fresco che ha distrutto il mio amore.
“Tu pensa a tagliarla, senza troppe domande.”
“Lascio i baffi?,  chiede.
“No, perché?”

venerdì 10 gennaio 2014

Tema: Mush Mellows

Svolgimento

La maestra ci ha chiesto di raccontare la nostra famiglia usando solo immagini. Le parole, ha detto in quel suo modo ogni tanto esaltato, arriveranno dopo, se arriveranno, ha aggiunto dopo una lunga pausa (almeno a me è sembrata molto lunga).
Ha tirato fuori dal suo cassetto segreto della cattedra pennelli, pastelli, striscioline di carta colorata, forbici tante di quelle con la punta arrotondata, matite su matite. Infine ha distribuito gli album da disegno fatti a Fabriano perché ognuno di noi bambini dovevamo rappresentare l'idea della famiglia, più che le persone fisiche. Sbizzarritevi anzi imbizzarritevi, nitrite forte, fatemi sentire il vostro creare. La maestra sembra proprio matta in quei momenti, ma è così divertente. Ha continuato parlando di un pittore olandese che era arrivato alla suprema forma della rappresentazione attraverso pochi colori fondamentali, distribuiti sulla tela in modo geometrico. Poi di un altro pittore spagnolo ma che stava sempre a Parigi e che disse una frase famosa che adesso è famosa anche per noi e la usiamo sempre quando giochiamo a nascondino invece di dire "tana" diciamo "io non cerco ma trovo".
Infine ci ha detto di un metodo per fare poesie, che facevano degli esuli in Svizzera, ritagliando giornali per ricomporre poi le frasi dopo averle estratte da un cappello. Ho chiesto alla maestra se il cappello dev'essere un cilindro, perché a me sembra proprio magico poter diventare tutti poeti così facilmente.
Per ultimo ha detto "datevi da fare, bambini e soprattutto divertitevi". Tutti ci eravamo portati da casa delle foto familiari per farne dei collage o della composizioni. 
A me son venuti fuori un sacco di mush mellows. 

lunedì 9 dicembre 2013

Tema: La miglior vendetta

Svolgimento



In tutti i paesi nascono, o meglio nascevano, narrazioni da raccontare poi, più e più volte con l’enfasi delle epopee e il gusto dell’ oralità. Si raccontava con larghi gesti delle mani e gran risate. C’era calore in quel ridere di episodi buffi.

Pasqualottu era il perfetto protagonista di molti racconti. Aveva la faccia paciosa del grasso che diverte e si poteva definire pachidermico: l’uomo più grande e grosso e grasso e enorme e immenso che abbia mai visto in vita mia.

Quando passava per il paese, in sella al suo motorino, sembrava che la forza di gravità fosse soltanto una opinione. Si teneva in equilibrio come per magia, per un miracolo delle leggi della fisica.
Il motorino scompariva sotto la sua mole. La testa però la teneva alta e la vedevo svettare da lontano.
L’Ollio del nostro paese era sempre molto concentrato nella guida, riuscendo a sorpassare quei pochi cavalli che ancora passavano e i ciclisti e i pedoni con una certa sua leggerezza. Un piccolo scarto dell’enorme corpo ed eccolo superare tutti con disinvoltura.
Il paese - proprio sotto Macerata, a cento metri sul livello del mare, come recita ancora una scritta sbiadita all’ingresso, dopo il ponte sul fiume Potenza - era disegnato su due file di case attraversate da una strada. Assomigliava ai tanti villaggi descritti dai film western all’italiana che la domenica pomeriggio riempivano il cinema CRAL.
Quella strada non era ancora percorsa dal traffico feroce dei decenni successivi, cosa che avrebbe impedito ad un personaggio “ingombrante” come Pasqualottu di passare indenne.
Il suo era uno di quei motorini senza marce, a presa diretta, bastava una pedalata per avviarlo. Sotto i suoi colpi sembrava andare in mille pezzi, invece partiva strombazzando rumorosamente.
Pasqualottu commerciava in ferro vecchio, gomme d’auto e di motociclette e altri residuati della prima società consumistica.
Lo vedevi gironzolare da un meccanico all’altro, caricando i pezzi sul piccolo bagagliaio con gesti lenti. Il suo migliore amico era uno di questi artigiani della rivoluzione economica del dopoguerra, che tutti chiamavano Pirelli.
Aveva addirittura fama di essere un guaritore, uno che con le mani riscaldava e aiutava i malati. Pirelli aveva sempre la sigaretta accesa tra le labbra e spesso ne appoggiava una da qualche parte sul suo bancone, dando fuoco a un’altra, senza accorgersi. Il vecchio mozzicone stava lì a consumarsi e il nuovo era succhiato avidamente, quasi si trattasse dell’aria necessaria a sopravvivere. Fumava sigarette tutte bianche, da signora, le Mercedes che adesso non si trovano più e che venivano vendute in pacchetti da dieci con la scatola di cartone.
Pasqualottu e Pirelli facevano coppia fissa nelle partite a briscola e tressette dei sonnolenti pomeriggi estivi, quando molti del paese si ritrovavano, dopo la pennichella, al bar di Tonino, davanti alla chiesa.
Giocavano contro un’altra strana coppia fissa: il parroco, Don Giuseppe, prete energico e inevitabilmente d’altri tempi - anche lui gran fumatore - e Rosario, detto Rosario U’ Rutì, juventino leggendario che aveva convertito alla fede della “vecchia signora” mezzo paese ed era titolare della tabaccheria, attaccata al bar di Tonino, dove il sabato si giocava febbrilmente al Totocalcio.
Durante quelle partite molto tese il prete e gli altri si facevano trascinare dal gioco e non si risparmiavano accidenti ed espressioni irripetibili per noi bambini. Don Giuseppe si lasciava travolgere dalla situazione, alla ricerca del modo giusto di combinare le carte, tanto da perdere in quei momenti il controllo. Il carisma del suo ruolo consacrato andava a farsi benedire - è il caso di dirlo - così tanto da scandalizzare le mie zie zitelle: Sittimia, Marietta e la zia Monnica suor Maria Isabella. Occorre dire che però non volavano mai bestemmie o maledizioni vere e proprie, piuttosto i quattro preferivano le colorite espressioni che si riferiscono alle solite vergognose funzioni del corpo umano, così care al linguaggio popolare.



lunedì 25 novembre 2013

Titolo: Twitteratura, romanzo di formattazione.

Svolgimento 

Forse qualche volta ti sei chiesto cosa stesse cercando di dirti Amleto e perché occorre sempre usare mezzi termini e un eccesso di lirismo. Non c’è dubbio che queste domande così problematiche si risolverebbero facilmente se Amleto fosse registrato a Twitter. (retrocopertina “Twitterature” di A. Aciman e E. Rensin) Se trentamila tweet vi sembran pochi, provateci voi a sollevare un popolo di quattromila appassionati lettori di libri, sollecitandoli a commentare per cinquantacinque giorni (un tempo infinito) “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, un testo del 1972. 

Tutta colpa della twitteratura.

Cerchiamo di sciogliere i nodi attorno a questa nuova parola nata nella forma inglese come twitterature (e così anche in francese) e in spagnolo twitteratura (idem in italiano).Il neologismo circola su Twitter almeno dal gennaio 2009. Precisamente dalle 13.30 di quel giorno. Ho fatto una ricerca con l’hashtag #twitterature e l’ultimo anzi il primo tweet sembra essere quello di una ragazza brasiliana che ne posta uno – obbligata per forza, dice lei - che rimanda all’articolo del suo blog con un link e che a sua volta rimanda a un altro blog (il gioco degli specchi dal barbiere è sempre presente cfr.), anzi un microbloguezinho che nel sottotitolo si presenta così:


lunedì 18 novembre 2013

Tema: Il poeta sei tu che leggi

Svolgimento

Caro Roberto, 
mi sento adesso, in questa fase di mimetismo letterario che segue alla lettura del tuo Betty, come Herzog, il personaggio di Saul Bellow che scrive lettere in continuazione ma senza spedirle. 
Egregio Signor Presidente, carissima Ramona, Moses!, senti bello, caro Governatore Stevenson. 
Il tuo libro scatena questa voglia di “vivere esperienze non nostre aprendoci al mondo”, come scrive Remo Bodei. E’ quanto provoca ogni narrazione per la verità. La tua però ha qualcosa in più. Un gioco sottile di rimandi. Come trovarsi seduto dal barbiere. Uno specchio che riflette un altro specchio, creando quell’illusione di infinito che ti spinge a cercare lo sguardo dell’ultimo te che ti sta osservando, minuscolo laggiù in fondo, sapendo che poi ce n’è un altro e un altro ancora.
Autofiction. Questo è il termine -pur abusato-che mi aiuta a capire un modo di scrivere storie a metà tra l’autobiografia e la finzione. Di autobiografico in Betty c’è molto poco in verità. 
Ti si scorge appena all’inizio e alla fine in quel ristorante di Porquerellos. Immagino mentre, in quel luglio 2006, ti siedi a L’Escale, dopo aver attraversato la sala guardandoti attorno, cenare in silenzio, leggendo qualcosa oppure semplicemente continuando a osservare i particolari della sala, come solo uno scrittore sa fare, fino a scorgere il quaderno lasciato su una sedia del tavolo accanto al tuo, Toccare con i polpastrelli, quasi come una carezza, l’etichetta dove c’è scritto Sim. 
Consegnare il quaderno al proprietario del locale. Cerco di immaginare, chiudendo gli occhi- naturalmente-il sapore e il colore e l’odore della Bouillabatisse, ordinata qualche sera dopo e che tipo di sigaro fumasse il ristoratore. Di certo non un toscano, presumo. L’autofiction è una brutta bestia che ha preso alla gola uno come Michel Houellebecq, fino a farsi a pezzi dentro il suo La Carta e il territorio, che lascia insonne Emmanuel Carrère mentre insegue il fantasma di Limonov.

giovedì 18 luglio 2013

Tema: Cuore cavo, labbra nere

Svolgimento

Arrivo all’appuntamento con Viola con un anticipo imbarazzante. Mi piace assaporare i momenti di attesa, tanto più nella città dove ho frequentato il liceo. Parcheggio sotto Piazza Dante, vicinissimo al corso di Osimo e prendo le scale che portano alla mia vecchia scuola. Del Liceo Campana non rimane che una targa di marmo (che puntualmente fotografo). Dentro non ci sono più gli animali impagliati all’ultimo piano, la maschera mortuaria di Leopardi, i banchi con il mio nome inciso, che avevo ripreso con la telecamera poco prima che tutti quegli oggetti evocativi venissero trasferiti nella nuova sede.

Il cortile di Palazzo Campana adesso è deserto, pronto per la presentazione del libro di Viola Di Grado. Sedie rosse ben allineate e al centro del cortile una fontanella rende l’atmosfera da sogno di mezza estate. Mi rendo conto di non essere mai entrato nel glorioso palazzo che è stato parte del mio paesaggio nella prima metà degli anni ’70. Approfitto dell’anticipo per fare un giro sul corso. Ogni tanto mi capita di tornarci e mi piace rifare quel tragitto che molti anni prima percorrevo con la baldanza strafottente dell’adolescenza. Mi accorgo che in quaranta anni Osimo non è poi così cambiata. Sarà per i colori del crepuscolo, sarà l’inevitabile effetto-nostalgia che fa apparire tutto bello in prospettiva . Incrocio un uomo che mi chiede: “Lei è di Osimo?”. “No, perché?”, rispondo. “Come si esce da questa trappola?”, ribatte. “Segua la corrente”, gli dico e se ne va sorridendo alla mia battuta.