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martedì 23 luglio 2013

Tema: Una notte

Svolgimento

Svolgimento

Le quattro del mattino. Le persiane della piccola finestra mostravano un cielo pulito, carente di stelle e nuvole; eppure, seduto su quel marmo di burro, morto di caldo e anche d’insonnia, S. stava a guardare pensando alla disastrante giornata che, per lui, sarebbe cominciata da lì a poco. Le due fotografie in bianco e nero appese al muro non davano spiegazioni plausibili al crampo che gli violenta lo stomaco. Alzò gli occhi sudati al cielo, tentando invano di fermare le sinapsi e distogliere il pensiero. “Ormai è fatta.” pensò S. tra sé e sé toccandosi i capelli, “Non resta che assecondare il degradarsi di queste speranze. Mi chiedo cosa stesse fissando”. La mano ricadde stanca sulle ginocchia scoperte da un pantaloncino azzurro. La paura è più forte di qualsiasi convinzione, infatti, la convinzione, alla fine si perde nel baratro del malessere: le quattro del mattino, il caldo soffocante e la cruda resa.

Il cambiamento è una lenta conquista in cui il sentimento dominante ti piomba addosso come un regionale che si è perso, soprattutto quando a cambiare è una persona come S. Ricercava le cause del suo dolore tra le esperienze e le indifferenze che lo avevano colpito, tra quanti Padre Nostro aveva cantato e quante volte, invece, aveva bestemmiato in vita sua. Era turbato da se stesso. Pensava d’esser matto. Si credeva un paradosso, un ibrido, uno che provava rancore e più d’una volta si era lasciato prendere la mano dalla convinzione delle sue immaginazioni, espellendo il reflusso di rabbia che si era successivamente generato nel suo stomaco, colpendo chi gli stava intorno, contribuendo all’ennesima delusione e perdita di stima. Non si amava più. Il gatto che leccava le sue ferite era lui stesso. 


lunedì 15 luglio 2013

Tema : La bugia

Svolgimento:



Tenevo le coperte sopra la testa con il cuore che mi batteva all’impazzata e aspettavo che tutto finisse. Le mani sul viso pigiavano forte il nasino che diventava sempre più rosso, perché temevo diventasse come quello di Pinocchio. Mia madre al buio in cucina con voce concitata diceva: ”La bugia! La bugia!” ed io tutta impaurita pensavo che era colpa mia se la luce era andata via e che sicuramente mia madre aveva scoperto chissà quale marachella. Appena tornava la luce, scendevo dal letto e andavo allo specchio. Tutto a posto, il mio nasino era sempre lo stesso – pensavo - allora le mie bugie non erano così gravi.
Capii cosa era la bugia durante una notte lunghissima. Novembre 1966. La pioggia non smetteva mai. Dalla finestra della mia cameretta i vetri si rigavano di gocce di acqua che si rincorrevano. Era un gioco per me indovinare il percorso delle gocce sul vetro, ma mia madre non si divertiva.

venerdì 12 luglio 2013

Tema : Incubi

Svolgimento:

Forse è perché della notte scura che abbiamo paura. Il buio, il nero, l’abisso con i suoi fottuti occhi profondi. L’abisso che ha le urla dei mostri che afferravano con le loro unghie le nostre caviglie che rimanevano penzolanti fuori dal letto. L’abisso che conosce il nostro nome e ci chiama col tono della matrigna che ci chiude in camera per scoparsi nostro padre.
La notte che fa diventare i fiori neri, che fa perdere il colore a tutte le cose, o solamente ridà a tutte le cose il loro vero colore. La notte, ogni tanto butterata di stelle, con i randagi che abbaiano e graffiano ai portoni per un tozzo di pane imbevuto di sangue, che vogliono anche loro un posto caldo dove dormire tranquilli senza rischiare di svegliarsi senza un rene o con un coltello che si è fatto da parte a parte la loro gola.
Il cigolio di una vecchia porta che si protrae lento e calmo e stridulo come le vecchie unghie di una maestra sulla lavagna nera. Il battere di un bastone in piena notte sulla ringhiera di ferro, forse battuto dal vento, forse battuto da un vecchio diavolo venuto a rubarci quel poco di anima che ci rimane. 



venerdì 12 aprile 2013

Tema: Alla non-fermata dell'autobus

Svolgimento

Eccolo, il mondo spicciolo, quello delle sei di mattina. Siamo in pochi, infreddoliti, nella notte più scura perché è quella che viene prima dell’alba. Dannato lavoro, ma bisogna pur averne uno quando si è svegli. Ma se l’uomo fosse fatto per svegliarsi così presto, il buon signore ci avrebbe dato degli occhi apposta per vederci anche al buio, ma non li abbiamo, quindi credo che sia fondamentalmente sbagliato e contro natura alzarsi a quest’ora del mattino o della notte. 
Sono fermo alla fermata dell’autobus. Una fermata che esiste solo perché sulla strada, in mezzo agli alberi e in mezzo al nulla di una campagna monotona e selvaggia, qualcuno ha piantato un cartello con sopra scritto “FERMATA”  e un paio di orari nemmeno tanto rispettati. Nessuna panchina, nessun riparo dalla pioggia, nessun rialzo, nessuna voglia di andare al lavoro. In mezzo al freddo e in mezzo al nulla. La cosa che mi stupisce delle sei di mattina è che in giro ci sono un bel po’ di uccelli, tutti in giro, tutti in alto a fare i fattacci loro, ma cosa ci trovano di bello a cinguettare e fare versi, lo sanno solo loro. Io alle sei di mattina non cinguetto, non parlo, sono una fottuta scimmia spelacchiata e le scimmie vanno a banane, si spulciano, si arrampicano, fanno cose stupide, molto dopo le sei del mattino. Darwin dixit. 
Fatto sta che in questa fermata dell’autobus, ci siamo io e una signora, forse sulla quarantina, intabarrata, infreddolita come me, ben truccata ma con gli occhi spenti. Facile che per truccarsi bene si sia alzata anche due ore prima di me, che tanto a me basta bagnarmi la pellaccia con un po’ di acqua fredda e strofinarmi un po’ gli occhi con dell’acqua ancora più fredda. Se ne sta lì al mio fianco, forse stiamo aspettando il buon Godot, che forse sta viaggiando col servizio nazionale dei treni e non ha beccato nemmeno una coincidenza, che forse nemmeno esiste in quanto solo personaggio teatrale, che nemmeno si degna di comparire nel suo spettacolo. Aspettiamo la corriera per andare nella grande e piena di vita, città. 

domenica 24 marzo 2013

Tema: Quanta notte si può sopportare?


Svolgimento

Io la notte non la voglio passare con uno scarafaggio, una zanzara e una falena: loro hanno le ali, io no. E non è giusto che io non abbia le ali. E' proprio in notti come queste che c'è mare e ci sono i lampioni al tungsteno. Che andrei in giro a pisciarci sotto che sembrerei cane. E mi griderebbero bastardo e farebbero anche bene. E' il mio sangue sporco e me lo voglio tenere dentro alle vene, stretto stretto, e nessuna siringa si avvicinerebbe al mio braccio. E neanche una stella si offrirebbe a farmi da guida, neanche quella che sembra i tuoi occhi quando mi guardi. Poi, da cane, mi girerei ringhiando e lo griderei in faccia all'uomo al balcone che fuma una sigaretta, lo griderei ringhiando e senza ululare: "Io sono la sola cosa che conta".
Io sono cinico e amo di lontano, a volte a tavolino con carta e penna. Ultimamente utilizzo anche fogli excel che conservo debitamente in hard disk esterni. Ho un cavallo a dondolo, si chiama Ludmilla e tutte le sere mi guarda coi suoi occhi neri neri e il suo muso rigido di legno e la pancia piena di paglia gialla, mi guarda che fumo e mi ricorda che la paglia piglia fuoco facilmente, e me lo dice sussurrando: "Attento alla paglia che tu sia uomo o cavallo a dondolo, che tu sia cinico o romantico".

Vito Bartucca

domenica 23 settembre 2012

Tema: Non lo saprai mai

«Non lo saprai mai», disse guardandosi allo specchio.
Non sapeva cosa pensare e l’unica cosa sensata che gli venne in mente di fare, fu di guardarsi allo specchio. Nulla distoglieva il suo pensiero da ciò che gli svuotava la pancia giorno dopo giorno, dimenticandosi persino della notte. Si vedeva spento. Sapete, quelle macchie che si formano su uno specchio dopo anni che lo tenete appeso al muro? Come se ci si specchiasse troppo spesso per troppo tempo, come “è tempo di cambiare questo specchio, ma non credo lo farò mai”. Adesso non aveva proprio niente da perdere perché non aveva niente neanche in tasca, era vuoto e come un albero stava fermo, mentre il gatto gli si raggomitolava sulla pancia. S’addormentò, seduto sulla sedia con la sinistra sul gatto e la destra sulla testa.

È mattina. La radiosveglia (puntata alle 11.00) dava Iggy Pop e il suo idiota, anche se lui non aveva chiuso occhio un’altra notte. «Certo che la tecnologia è proprio fenomenale –pensava- fino a vent’anni fa potevi soltanto ascoltare la radio e ciò che dava, svegliarti con la paura di sentire roba anni ’80 italiani, mentre adesso puoi persino programmare il tuo brano preferito o scegliere di svegliarti con la nona di Beethoven, grazie a questo coso minuscolo; io che diamine ci faccio ancora a letto? Forse ho voglia di parlare, da quando sei andata sembra il finale di un film muto: nero, bruciature agli angoli, la gigantesca scritta “fin” in corsivo bianco al centro e di te neanche l’ombra. Alzati e vai in bagno» Sentì squillare il telefono, rispose a quel suo fratello, quello imparziale, l’amico di sempre. Si misero d’accordo su ciò che c’era di noioso da fare durante questa bellissima giornata dedita all’ozio, -perché si sa, quando non hai un cazzo da fare è difficile che t’arrivi un miracolo che ti proponga cose simpatiche e poi Palermo è diventata una città morta, c’è spazio soltanto per i cerebrolesi tunz-tunz del sabato sera e se vuoi bere una birra meglio una bettola, io non ci metto piede in quelle gabbie di matti- tipo andare a bere una birra in una bettola, che diano musica buona almeno.


giovedì 12 luglio 2012

Tema: Estate


Svolgimento

E' meglio quando la notte finisce o sta per farlo o quando è a metà del suo corso, ma non voglio tornare a casa quando incomincia. I colori non esistono più, ombre ipocrite mi guardano dal pavimento e io non riesco a ricambiare, distolgo lo sguardo eppure sento il fiato sul collo, mille occhi cattivi che mi dicono cattiva e una voce in testa che ripete non guardare, non parlare, non sbagliare. Scegliere la virtù come un divano comodo su cui buttarsi dopo una lunga giornata quando non c'è un punto del corpo che non sia sudore, e che non sia di pelle che poi si appiccica addosso. Pelle su pelle, e come fa male staccarsi, e grattare punture di zanzare che corrono a sciami al tramonto verso carni ingenue, fino a irrorare il pavimento di sangue. Carne e sangue e ancora appiccicati. Sapore, odore dolciastro, sempre rosso insieme alle angurie in putrefazione, vedersi destinati alla stessa fine, vedere i propri rapporti destinati alla stessa fine.

domenica 22 aprile 2012

Sezione grandi scrittori tema: Tahar Ben Jelloun. Notte fatale



So che la notte non è come il giorno: che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono... 
(Ernest Hemingway)


Un’altra notte di sogni confusi, agitati, come i rami mossi dal vento. Un altro risveglio, segnato dal battito affannato del cuore, nel silenzio di quella casa addormentata. Aveva creduto di aver spazzato ogni residuo, di aver fatto abbastanza silenzio affinchè anche l’ultimo ricordo fosse, se non cancellato, almeno reso muto. Invece no. Lo stomaco aveva ripreso a far male e l’aria a morire nei polmoni. 

Aveva imparato che non avrebbe potuto cambiare troppo le cose. Come l’ombra che resta su un muro dove un tempo c’era stato un quadro, anche lei avrebbe continuato a portare quell’ombra dentro di sé per sempre. Era così, e intanto fuori, cominciava a scendere la notte…

Ogni volta che ripartiva verso le sue latitudini era come se il caldo dilatasse ancora di più i suoi pensieri. Tutto si trasformava con le prime luci delle prime stelle, tutto sembrava meno vero, meno reale. Non era più se stessa in lotta con i suoi fantasmi. Sapeva d’essere già passata in quella direzione, sapeva che i passi non erano stati solitari ma, per quanto cercasse in giro non trovava alcun segnale, nessuna foto, nessun indizio della sua vita passata. Neppure lo specchio rifletteva la sua immagine, neppure la sabbia conservava le sue orme. 

E allora cosa sono tutti questi pensieri confusi, queste immagini, queste voci. Il pensiero la coglie all’improvviso: non sono le voci del suo passato. Sono le voci del suo futuro, racchiuse in un vagito, in questa notte fatale.

l.l.g.


giovedì 5 aprile 2012

Tema: Conversazione.




Il cielo era una struttura di tubi Innocenti che ramificava i suoi nodi oltre il loro campo visivo. Sopra le loro teste. L'aria ingiallita e il vento secco del sud scompigliava i capelli di lei.


- mi ami?
- ti amo.

E risero coi loro denti di tabacco e caffè.

- sai cosa?
- cosa?
- c’è che quando guardo al mio passato non riesco a ricordare com'era quando non c’eri tu.
- io c’ero.
- e dov’eri tu?
- ero dov’eri tu.
- io avrei voluto conoscerti bambino.
- Io e te ci conoscevamo bambini
- io non lo ricordo.
- io ero quel bambino col quale giocavi.
- e adesso?
- ci siamo svegliati.
- ah. Disse lei. Buttò via la cicca che aveva fumato.


giovedì 29 marzo 2012

Tema: Avec le temps

-->E se prendessi il primo treno e partissi?
Joustine e Antoine dentro al paltò, sciarpe, guanti, cappelli e scialli avvolti intorno al viso sulla terrazza che da Monmartre domina i tetti di una Parigi sempre meno glamour.
Joustine sta pensando che non hanno più futuro.
Roxanne contro una panchina guarda le macchine che sfiaccolano sul Boulervard Rochechouart,  senza posa tenta di leggerne le targhe: si affanna a seguirne le sagome nel cocktail ormai consueto con cui alle 5 del mattino chiude la strada che la consuma e divora come un buco. Lo stesso lasciato dall'alcool dentro lo stomaco.
Si affianca un uomo, e poi un'altro. Hanno la faccia scura e in ombra, nascosta da berretti abbassati sugli occhi. La strattonano.


martedì 3 gennaio 2012

Tema: Si è fatta notte, tanta notte, troppo notte.

svolgimento


           Di notte coi fari accesi in macchina è bello: vedi le ombre lunghe lunghe e sai che sei tu a decidere di farle. E di cosa farne a volte. Perché se spegni le luci loro spariscono, o se metti gli abbaglianti si appiattiscono. E se passi in un viale alberato vedi quella luce penetrare la corteccia degli alberi e rimani affascinato dall’argentare delle foglie. E se vai vicino al mare non fai le ombre ma vedi quei fari riflessi sull’acqua che sembra che  brilli e puoi rompere il silenzio di tutto il mare e ti sembrare di spiare i pesci che dormono e li svegli. E sorridi.

        Riflesso sul vetro di un armadio Liberty, uno di quelli belli coi tulipani intagliati e le forme geometriche e il cassettone in basso con le maniglie in ottone e la tendina di lino grezzo di colore bianco ingiallito, vidi un bambino. Avevo anche messo una nappina di seta gialla alla chiave dell’unica anta di vetro, e mi piaceva seguire con l’indice l’intaglio delle foglie stilizzate. Manifattura veneta di sicuro: mancava di policromia e dell’asimmetria tipica del Liberty siciliano. Le tarlature erano state coperte con una buona pasta e il colore noce chiaro era stato restituito in tutto il suo splendore. Forse i piedi non erano originali, sostituiti negli anni settanta forse. Era rimasta la colatura di un mastice arancio vivo. Faceva anche un po’ di tanfo di insetticida, aggiunto per sterminare possibili colonie di tarli. In basso, nel cassettone dalle maniglie di ottone, tenevo la biancheria intima. In alto, appese ad un bastone d’acciaio, ovviamente non originale, camicie e giacche. Nel ripiano le mie maglie e le t-shirt. Era bello il bambino coi suoi occhi grandi e neri, la sua pelle non ancora bruciata dal sole, i suoi capelli scomposti ma curati, che gli andavano davanti agli occhi. Solo una volta lo vidi. Era dentro ad un paio di pantaloni al ginocchio e i calzini bianchi alle caviglie, scarpe testa di moro sporche di terra e una camicia di canapone tessuto a mano. Poco prima correva tra le lenzuola di una terrazza. Erano bianche quelle lenzuola, bianche come quelle di una volta, lasciate a mollo nella cenere e lavate a mano nell’acqua fresca del fiume. Voleva farsi rincorrere il bambino ed aveva voglia di giocare. Vicino al termosifone o appendendosi alle travi del soffitto basso. Una volta fece un tonfo che svegliò la mia amica che dormiva sul divano. E quando si nascondeva nella scala a chiocciola e stava a guardarmi. E aspettava che io mi girassi di scatto per fuggire di corsa a letto. E lo salutavo con un cenno tutte le volte che entravo o uscivo, nel rispettoso silenzio che meritava. Perché di marachelle non ne sapeva fare. A spalare carbone era abituato e poco gli importava di capricci e lagne. A me piaceva la sua compagnia perché era silente ma attenta. Ci rispettavamo e nessuno pestava i piedi all’altro. Lasciai quella casa senza neanche salutarlo e tutte le volte che passo per quella via alzo gli occhi a quella finestra e sorrido al mio bambino e un pezzo di budello si storce appena. “Buonanotte anima mia” gli sussurro. Anche se non so chi sei, anche se non t’ho vista mai. Ed è quel desiderio, non melenso o sentimentalista, no. È quel bruciore dentro, quella feroce assenza di una cosa, di una persona o di un amore mai conosciuti.

        E questa notte ho spento i fari e le ombre non c’erano più. E poi gli abbaglianti e loro erano lontane. Poi gli anabbaglianti e il mare brillava e sfidavo le lampare al largo. E giocavo con l’argento di un ulivo.

         Che poi ti accorgi che tutta questa malinconia neanche c'è. Forse non è vero che esiste veramente. È solo  un luogo dell'animo in cui ci piace prendere un caffè, consumare un pasto frugale o dormirci un paio di notti. Per poi scoprire, dopo mille peripezie, che quello che cerco, o che forse cercano tutti, volenti o nolenti, violenti o perdenti, non so...è forse...rimanere tutti interi?

VB






giovedì 10 novembre 2011

Tema: Avresti dovuto vedere che tempo che c'era ai miei tempi! Avresti dovuto vedere che territorio c'era nei miei territori!


 Svolgimento


«La questione è» disse Alice, «se lei può costringere le parole a significare così tante cose diverse».
«La questione è» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda … ecco tutto».
Lewis Carrol

La Regina continuava a gridare: «Più svelta! Più svelta!» e se la trascinava dietro. «Siamo quasi arrivati?» finalmente riuscì a dire Alice, ansimando. «Quasi!» ripeté la Regina. «Vedi, ci siamo passati davanti solo dieci minuti fa. Più svelta!» E per un po' corsero in silenzio, col vento che fischiava nelle orecchie e faceva volare i capelli all'indietro con tanta forza che quasi glieli strappava dalla testa, pensava Alice. «Ci siamo! Ci siamo!» gridò la Regina. «Più svelta! Più svelta!» E andavano così forte che alla fine sembrava che fendessero l'aria quasi senza toccare il suolo coi piedi, finché d'improvviso, proprio quando Alice era ormai del tutto esausta, si fermarono, e lei si ritrovò seduta per terra, senza più fiato e col capogiro. La Regina l'appoggiò con la schiena a un albero e le disse gentilmente: «Ora ti puoi concedere un breve riposo». Alice si guardò attorno sbalordita. «Ehi, ma siamo rimaste per tutto il tempo sotto quest'albero! È tutto esattamente com'era prima!». «Certo» rispose la Regina. «Che cosa ti aspettavi?». «Be', nel nostro paese» disse Alice, ancora un po' trafelata, «di solito si arriva da qualche altra parte, quando si corre per tutto il tempo che abbiamo corso noi». «Ma che paese lento!» esclamò la Regina. «Qui, invece, ti tocca correre più forte che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno due volte più forte».


Alice ha attraversato lo specchio. Una sensazione piacevole e goduriosa sfondare quella membrana liquida ma compatta, sembrava di toccare la gelatina di frutta che le aveva fatto mangiare il reverendo in un pomeriggio d’estate. Era incredibile come la stanza dello specchio somigliasse al salone del quale sembrava solo un timido riflesso. E cominciò a vagare per quel nuovo meraviglioso mondo, quella bambina curiosa e razionale: per ogni passo faceva un calcolo, per ogni mossa una lezione di logica, per ogni parola un pensiero corposo. Non si arrendeva di fronte alle assurdità di quel mondo che non conosceva ma di cui non era per nulla atterrita. La prima volta, quando cadde nella tana del Coniglio Bianco, quella volta sì che ebbe paura, sì che frignò, sì che si sconfortò. Ma stavolta aveva imparato il trucco.  Anche quando intraprende un percorso che logicamente avrebbe dovuta portarla lontana dalla casa dalla quale era uscita non si arrende, non si sorprende. Se ne inventa uno nuovo di percorso e si ferma a curiosare e a razionalizzare, trovando ora una spiegazione ora una chiave di lettura. Che bambina saggia che è Alice nostra! Com’è venuta su bene la cara pargoletta! Sembra non abbia neanche l’età che ha. Quei sei anni e mezzo di cui si vanta di avere con Humpty Dumpty. E poi quella regina, quella che la prende per mano e la invita a correre. E le fa fretta, e la incita a correre fino a quando la piccola non ha più fiato e vorrebbe fermarsi non per la stanchezza, no. Aveva un altro pensiero, una cosa doveva capire. Mentre correva vedeva che le cose rimanevano completamente immobili. Chiese alla regina lo strano fenomeno, lei di certo doveva saperlo visto che di quel mondo alla rovescia ne era la regnante. E la regina spiega.

“Lascia da parte il tempo se vuoi capire questa storia” avverte lo stesso Carroll. E il tempo del Paese delle Meraviglie e di Aldilà dello Specchio è un’altra cosa rispetto al nostro. È vagabondo, va e torna; è elastico e circolare. Il tempo in Alice è tutti i nostri ieri messi insieme,  il futuro che non abbiamo mai vissuto. Essere bambini ed essere adulti nello stesso tempo. È tutto insieme, tutto mescolato, tutto contemporaneamente, senza vincoli, senza rete, senza fili, senza limiti e senza la gabbia della cronologia e della unidirezionalità.

“Battere il tempo? Ingannare il tempo? Uh uh uh, ma che dici Alice? Immagino tu non abbia mai parlato con il tempo?”

“Ci siamo, ci siamo, più svelta più svelta!”. Ed è come aver passato lo specchio. Tutti noi, tutti insieme che non abbiamo mai tempo. L’altro giorno leggo un commento al post del mio compagno di banco GM. Firmandosi “ho i minuti contati” l’anonimo lettore afferma che vorrebbe avere un blog col riassunto dei post miei e del mio compagno. Recito un mea culpa perchè sono prolisso. Ma davvero non abbiamo un solo minuto per fermarci a leggere un semplicissimo post? Dobbiamo necessariamente dividerci in mille cose e pensare solo e solamente a quelle che dobbiamo fare? Alice si voleva bene. Alice si perdeva nei particolari. Alice si fermava, se voleva capire. Se voleva. Ci siamo tolti tutto il tempo che avevamo, il nostro tempo è unidirezionale.
 
“Ehi, ma siamo rimaste per tutto il tempo sotto quest'albero!”

Avevano corso per chissà quanto Alice e la regina ma erano rimaste ferme, allo stesso punto, sotto allo stesso albero. A me non è mai capitato ma a Giampilieri, a Genova, a Pozzuoli c’è stato chi ha corso più svelto e più svelto ed ha visto scorrere, assieme al tempo, il terreno che aveva sotto i piedi. Fiumi di fango che trasportavano automobili, case, persone, alberi. Fiumi che esondano e mangiano tutto quel che trovano. Disastri dati dall’incuria del territorio. Da troppo tempo non si piantano più alberi, le campagne vengono abbandonate a se stesse, vittime di un mercato che fagocita la piccola agricoltura. L’ultima bonifica, degna di essere chiamata tale, risale ai tempi del regime. Governi che condonano abusi edilizi e che progettano nuovi condoni. Un attacco selvaggio e perenne nei confronti del territorio che, non solo viene deturpato, ma viene trasformato in una bomba ad orologeria pronta a scoppiare. Nel ’68 la Valle del Bèlice viene colpita da un violento terremoto che rase al suolo 5 paesi e ne danneggiò tanti altri. L’amianto contenuto nei materiali delle baraccopoli ha causato una forte crescita dei tumori in quelle zone e tutti nella generazione successiva a quella che ha vissuto il dramma. E in quel territorio, che fino ad oggi è interamente nelle mani di Matteo Messina Denaro, non oso immaginare cosa ci sia al posto del cemento e della calce nelle costruzioni di recente fattura. Come l’alloggio studentesco dell’Aquila. È incredibile notare come, da quando la Protezione Civile è diventata s.p.a., siano aumentati i casi di cosiddetta “emergenza”. Comuni, Province e Regioni sembrano diventati impotenti di fronte alla comunissima pioggia. Gli interventi si moltiplicano e a farne le spese è sempre il comune cittadino. Palermo nasce sull’interramento di due diversi fiumi. Basta un acquazzone a paralizzare mezza città. Quando si prenderanno provvedimenti per la pulizia degli stessi? Quando le fogne palermitane potranno respirare dopo essere state liberate dai detriti?

È notte fonda. Il temporale ha bagnato i vetri della mia finestra e domani dovrò ripulirli. Nel vicolo dove abito ci sono lavori ed è pieno di pozzanghere: spero di ricordarmi di pulirmi i piedi prima di entrare in casa domani. Il lampo di una saetta ha illuminato la mia stanza poco fa. Ho visto delle orecchie bianche fuggire in quel bagliore. Avrei voluto avere il tempo di seguirle, avrei voluto attraversare il loro territorio.


VB