martedì 2 ottobre 2012

Tema: America number one

Svolgimento

Resto ferma nelle retrovie, controllo che nessuno si perda. E' il mio life motiv. La prima immagine di New york arriva di notte, come sempre, cerco lo sky line di Ny per mostrarlo orgogliosa a tutti. Manhattan infine si palesa. E' di fronte, riconosco il Chrysler Bulding, la guglia neogotica sfavillante e poi il ponte che immagino ci condurrà ogni giorno nella grande mela. New York è sporca dappertutto, strade, metropolitane, boroughs e sobborghi. Sfavilla nei quartieri finanziari, ordinati, tirati a lucido, sedi di Banche, finanziarie, Televisioni e giornali, il centro dello shopping a 4 stelle, il Diamond District, l'Upper Town attorno a Central Park, la 5th Avenue, la 6th. Ma amo addentrarmi nelle streets meno sfavillanti nei boroughs meno frequentati, anche nei locali più vissuti, ma...riesco solo a portare tutti nel Bronx, che non è il Bronx. La parte bassa dove ancora non è Bronx, al limite tra Harlem West, Columbia University e l'Harlem River che divide Manhattan dal Bronx, ove ci sono insediamenti ispanici. Ne incontravo di ogni tipo  l'anno scorso, mentre scendevo a fare la spesa lungo la Broadway, mi chiedevano anche di poggiare i miei sacchi colmi dentro i loro sferraglianti cestelli. Ed è sempre la multietnia il colore migliore di NY. Io non capivo, mi schernivo, rispondevo che la Metro era a pochi passi, ma mi invitavano chiedendo al contempo: abla espanol?
No, italiana. Avrò avuto un'aria familiare. Risalendo adesso questo tratto della Broadway, più basso al Bronx, ritrovo i colori, gli idiomi e bancarelle ispaniche molto espresse e visibili. Ho letto che la peggiore zona di NY, dopo la genitrificazione, il processo che ha bonificato da malavita e violenza, resta solo quello colonizzato dagli ispanici nell'East Harlem. Cerco una metropolitana per allontanarmi velocemente. Ci stanno puntando, anche se siamo dalla parte opposta: siamo nel West Harlem.

sabato 29 settembre 2012

Tema: Abbiamo VINTO i Macchia Nera Awards 2012! Miglior Blog Letterario!!

A caldo:


La serata non parte proprio bene purtroppo. Causa pioggia i premi abbandonano la rocca di Riva del Garda e si trasferiscono sulla terrazza di una marina sul lago. Meglio iniziare bevendo qualcosa ci diciamo con gli amici che mi accompagnano. Il tempo di un aperitivo a ci raggiunge il Melon. Mentre rimiriamo inquietanti costruzioni sulle montagne intorno a Riva, la terrazza si anima di gente. L'attesa non può che essere riempita di osservazioni su questo o quel personaggio che attira la nostra attenzione. Qualcuno inizia ad innervosirsi, e non è il Melon al quale giro il numero di telefono della Wood: non riesco a pensare nemmeno a degli sms di senso compiuto, ammesso e non concesso che quelli della Wood e del Melon li abbiano!

Tema: I patrulleros

(da un romanzo in cantiere)

Che possa essere divorato dalle formiche rosse. Che l’anima sua possa bruciare tra le fiamme dell’inferno. Don Juan Mateo è un patrullero.

Così Tomasa disse un giorno che mi ero presentato da lei per il caffè, poi sbatté la porta e  continuò ad imprecare.

Vai da lui, vai da lui che ti racconterà la verità meglio di ogni altro.

Da dietro la porta tentai di spiegarle che Juan Mateo con me si divertiva a far vedere quanto era bravo a parlare la lingua dei bananieri. Tomasa aprì la porta e con tono di comando mi ordinò di sedere. Ci sono cose che tu devi sapere, poi si sedette. Trascorsero istanti lunghi e interminabili, prima che lei parlasse, nella sua mente riesumava pezzi di vetro che andavano a lacerare ferite mai chiuse, tagli sopra tagli dove il martirio era la nota dominante, le tumefazioni il colore; io tenevo le dita incrociate e tese, districarle sarebbe stata opera ardua, le gambe immobili, come l’aria d'altronde, tutto fermo in un incanto, in attesa che le parole di Tomasa dessero il permesso di respirare. Il suo viso intanto impallidiva, trapelava orrore, le labbra secche, gli occhi asciutti. Solo quando tutto il mondo sembrò pronto per ascoltarla, solo allora lei iniziò. (Le parole si riversarono al ritmo del sangue che defluisce da vene mozze, potente il fiotto dapprima e poi lento, sino a che le ultime gocce trovano la forza di incontrare l’aria, divenendo il niente delle memorie destinate a perdersi.)

mercoledì 26 settembre 2012

Tema: Sez. Attrici - Isabella Rossellini

Svolgimento


Sempre viva, sempre eternamente viva!

Lo dico a tutti, è vero, ma i miei clienti sono così esigenti, cosa vogliono da me? Vogliono vivere, apparire, vogliono vedere tutti gli altri invecchiare, la loro pelle flaccida, le ossa diventare deboli e i capelli avere il colore del fumo o delle nuvole – le stagioni non mi appartengono, io inseguo la primavera, non conosco l’estate, troppa luce, né l’inverno né l’autunno, non sopporto la vista degli alberi che invecchiano e si coprono di bianco. I miei clienti, come me, non seguono le ridicole leggi della natura: nascere, crescere, invecchiare e morire – soprattutto morire – perché? Per quale motivo si dovrebbe vivere andando incontro alla decomposizione? Io no, questa legge non mi appartiene, ho abbandonato la strada principale per seguire vie destinate a pochi. Insieme a me, personaggi che si sono opposti al decadimento delle cellule, alla perdita dei capelli, alla sfocatura degli occhi: giovani, belli, perfetti. Cosa li spinge da me? Hanno paura, tutti, di perdere il controllo del proprio corpo, la paura di ingrassare, di vedere il proprio culo lanciarsi in picchiata verso i piedi.
Benvenuti in casa mia, vi aspettavo, volete qualcosa da bere? Certo che la volete, siete qui per questo. Volete vedere ancora tante lune sulle vostre teste, avere la forza di andare avanti velocemente – essere primi – mentre tutto il mondo attorno a voi rallenta. Sono colei che stavate cercando, la sacerdotessa del vostro desiderio più impellente: immaginate di poter avere il tempo - tutto quello che vi serve – per fare ciò che volete, nessuno potrà fermarvi, nessuno potrà impedirvi di utilizzare il vostro corpo giovane per l’eternità, da questo momento in poi. Chi può essere così stupido da non cogliere quest’occasione immediatamente, quale pazzo rinuncerebbe a quello che offro? Eppure una volta è successo, Ernest Menville - dottor Ernest Menville - ha rifiutato la pozione per vivere la sua stupida vita: una moglie, dei figli, un’età. Povero stupido dottore, vittima anche lui di questa legge del cazzo. È stato un vero peccato.

Tema: Impatto


Racconto pubblicato nell’antologia “Nave senza rotta in un mare di sogni”, edito da Del Bucchia Editore, da un’iniziativa di Pizza&Letteratura. La cornice narrativa è quella di una nave da crociera e successivo naufragio. 


La nave lentamente si avvicina alla costa. 
Lentamente, inesorabilmente, va per salutare la terraferma. 
Ma sarà un saluto troppo focoso,come un bacio insopportabilmente violento,
un lacerarsi di labbra, uno sbattere di denti contro denti.


I

Aria piena di sapori forti, voci concitate e un via vai frenetico, incantato. Camerieri, sguatteri, cuochi e aiuto cuochi che corrono, vanno e vengono. Siamo nel bel mezzo del servizio. Lo chef urla ordini, manco fosse un generale. L’unico che ha i piedi ben piantati a terra è Guido, che butta anima e sudore nel lavorare di polsi e di braccia, nel grattare frenetico quei piatti, quelle pentole, quel ferro e quella ceramica unti di sudiciume da ristorante. Martina gli passa accanto, un fulmine. Guido per un attimo freme, le si accartoccia dietro, poi la sbircia di riflesso nello specchio lurido che campeggia in cucina, mentre lei entra in scena nella grande sala da pranzo della nave.
Schiena dritta, portamento elegante, i capelli crespi raccolti in una crocchia, il vassoio fumante nell’incavo di un braccio, la mano che rilascia abilmente sul piatto la portata – quaglie in agrodolce – mentre il grasso omone si lecca i baffi, seduto sul suo trono, la fronte che gli sgocciola del sudore della digestione. Martina arriccia il naso, sudore misto a dopobarba, un fiotto disgustoso nel grande salone che odora di pulito e roba buona da mangiare. Poi di nuovo via in cucina, prende un altro vassoio dal carrello et voilà,  ancora a servire abilmente – questa volta il contorno: spinaci – al tavolo dell’omone panciuto, che si strafoga, rosso in faccia, quasi in apnea, continuando a sgocciolare. E sua moglie che spizzica compiaciuta i suoi grissini. Siamo in crociera, Vittorio, siamo in crociera!

“Arrosto al tavolo 23”. “Acqua frizzante al tavolo 37”. “Chardonnay al tavolo 7”. Via, via, sveglissima, nessun segno di fatica. Sempre sorridente con i clienti. Sempre sorridente con tutti. Martina alla mano, dolce, gentile. Perché Guido con lei si accartoccia? Perché con Francesca, per esempio, con Francesca cameriera piccola e carina, questo non succede? Gli passa accanto in questo momento, Francesca. Gli passa accanto e Guido le afferra un braccio e le picchia dolcemente la testa con le nocche. Lei prende la rincorsa e gli piazza un pugno in mezzo alla schiena. “Che scemo che sei!”. Lui fa la mossa di toccarla ancora con le mani unte di grasso e lei scappa via ridendo. Lui gode ancora per un attimo quel suo culetto tondo, quella sua schiena snella, e poi di nuovo giù a capofitto nel lavoro, ora alle prese con quel pentolone enorme, luccicante di sporco, che sembra quasi sfidarlo. Ci si infila con tutto il torace finchè non si vede più la testa. Gratta la roba appiccicata agli angoli, sente i muscoli dell’avambraccio pulsare, quelli della schiena tirare. Poi alza la testa, e c’è di nuovo Martina che gli passa accanto, veloce e sfuggente come un coniglio. Lei però stavolta si ferma un istante, lo guarda e gli sorride – deve essere proprio buffo, così, con la testa dentro il pentolone. Lui accenna un sorriso ma poi distoglie gli occhi. Il sorriso gli esce male, accartocciato. Lo chef urla: “Tavolo 14!”. Lei vola via in sala, su un braccio l’ennesimo vassoio. Lui riesce a dare un’ultima occhiata allo specchio, scrutando ancora per un attimo quella sua camminata aggraziata, quell’ancheggiare sinuoso, sottile e sensuale.

martedì 25 settembre 2012

Sez. Grandi Scrittori - Tema: Salgari


È il 25 aprile del 1911. 
Un uomo esce da casa di buon mattino, ha un oggetto in tasca. Lascia due lettere su un tavolo. Si dirige con passo pesante e svogliato verso un boschetto, ha un’aria cogitabonda. Chiude le dita attorno all’oggetto levigato nella sua tasca, quasi cercando sicurezza in quel contatto. Forse è più una speranza, un anelare una tranquillità che fino allora non aveva mai avuto e che anche per il futuro rimaneva incerta: chi può dire che cosa c’è dopo il futuro? Si affaccia alla mente il ricordo del padre, Luigi, suicida perché si credeva afflitto da una malattia incurabile. Il pugno si contrae attorno all'oggetto levigato nella tasca. Si ferma, si appoggia al tronco di un albero e prende fiato. Il pensiero va alla moglie, Ida, che per lui ha lasciato il teatro e che adesso è un fagotto urlante rinchiuso in un manicomio. Pensa ai debiti contratti per cercare di curarla, alle ore di lavoro massacrante nelle quali lo sostenevano solo le cento sigarette fumate ogni giorno e le bottiglie di marsala, oltre alla disperazione. Piange. Rivede la scena di due anni prima, quel giorno nel quale si lanciò su una spada, ferendosi invano. Spalanca la bocca in un muto grido di dolore, estrae dalla tasca la mano che regge l’oggetto. Lo maneggia, lo osserva come incantato, ne fa ruotare il manico esponendo la lama. La alza raccogliendo un barbaglio di sole, e la cala. Di nuovo. E di nuovo. E di nuovo. 
Una giovane lavandaia troverà per caso il corpo in un bosco mentre andava a far legna; ha la gola e il ventre squarciati, e in mano stringe ancora il rasoio. La sciagura perseguiterà anche il resto della famiglia: sua figlia Fatima muore tisica nel 1914, nel 1922 la moglie Ida morirà nel manicomio dov’era ricoverata; nel 1931 il figlio Romero morirà suicida e nel 1936 muore il figlio Nadir, per le ferite un incidente di moto; per finire anche Omar, l’ultimo rimasto, si uccise buttandosi dal secondo piano del suo alloggio nel 1963. 


domenica 23 settembre 2012

Tema: Non lo saprai mai

«Non lo saprai mai», disse guardandosi allo specchio.
Non sapeva cosa pensare e l’unica cosa sensata che gli venne in mente di fare, fu di guardarsi allo specchio. Nulla distoglieva il suo pensiero da ciò che gli svuotava la pancia giorno dopo giorno, dimenticandosi persino della notte. Si vedeva spento. Sapete, quelle macchie che si formano su uno specchio dopo anni che lo tenete appeso al muro? Come se ci si specchiasse troppo spesso per troppo tempo, come “è tempo di cambiare questo specchio, ma non credo lo farò mai”. Adesso non aveva proprio niente da perdere perché non aveva niente neanche in tasca, era vuoto e come un albero stava fermo, mentre il gatto gli si raggomitolava sulla pancia. S’addormentò, seduto sulla sedia con la sinistra sul gatto e la destra sulla testa.

È mattina. La radiosveglia (puntata alle 11.00) dava Iggy Pop e il suo idiota, anche se lui non aveva chiuso occhio un’altra notte. «Certo che la tecnologia è proprio fenomenale –pensava- fino a vent’anni fa potevi soltanto ascoltare la radio e ciò che dava, svegliarti con la paura di sentire roba anni ’80 italiani, mentre adesso puoi persino programmare il tuo brano preferito o scegliere di svegliarti con la nona di Beethoven, grazie a questo coso minuscolo; io che diamine ci faccio ancora a letto? Forse ho voglia di parlare, da quando sei andata sembra il finale di un film muto: nero, bruciature agli angoli, la gigantesca scritta “fin” in corsivo bianco al centro e di te neanche l’ombra. Alzati e vai in bagno» Sentì squillare il telefono, rispose a quel suo fratello, quello imparziale, l’amico di sempre. Si misero d’accordo su ciò che c’era di noioso da fare durante questa bellissima giornata dedita all’ozio, -perché si sa, quando non hai un cazzo da fare è difficile che t’arrivi un miracolo che ti proponga cose simpatiche e poi Palermo è diventata una città morta, c’è spazio soltanto per i cerebrolesi tunz-tunz del sabato sera e se vuoi bere una birra meglio una bettola, io non ci metto piede in quelle gabbie di matti- tipo andare a bere una birra in una bettola, che diano musica buona almeno.


sabato 22 settembre 2012

Tema : Porcini che nascono

Dalle mie parti in questo periodo si va per funghi. Anzi mi correggo, dalle parti di mia moglie. Alto Cilento, zona prolifica del prelibato boleto o porcino come dir si voglia. 
La moglie, natia di quei luoghi, ha nel suo imprinting questa smodata passione. Io un po’ meno, ma l’accompagno molto volentieri alla ricerca. Contemplativo.
Mi piace andar per boschi la mattina presto. Adoro i profumi i colori, osservo estasiato la maestosità del creato. Ignavo son capace di sedermi su di un porcino di trenta chili. Ecco dov’è il mio problema. Non li vedo! Lei parte come un caterpillar. S’inerpica agile su per le montagne. Si getta nei rovi, lotta con i serpenti, scava, grufola, si ciba di ghiande e dopo un paio d’ore torna ululando alla luna. Incinghialita! Ricoperta di fango, spine, foglie e arbusti come un marines. In braccio un cesto stracolmo del superlativo boletus edulis, un sorriso soddisfatto stampato sul volto ed un nido di quaglia in testa. Io invece? Zero assoluto. Con gli occhi stracolmi di natura selvaggia e narici rigenerate da sniffate di puro ossigeno, non ne becco uno. Sospetto che si nascondano apposta. Dopo anni di inutili ricerche son arrivato alla conclusione che il porcino fiuta il forestiero e per “schiattiglio” non si fa cogliere da loro. Preferisce l’autoctono. Oramai l’ho capito. Il porcino è stronzo. Punto.

venerdì 21 settembre 2012

Sez. Grandi Scrittori - Tema: Jorge Luis Borges


La Biblioteca si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di scaffalature, ripiani e archivi compattabili con corridoi vasti o angusti nel mezzo. Dall'interno di ogni compattabile si vedono gli altri, a destra e a sinistra, interminabilmente, con i colori delle costole dei libri che formano arcobaleni di soli sotterranei. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è puramente casuale, nonostante più di uno studioso di biblioteconomia abbia ispirato la catalogazione e la disposizione dei volumi. Essi sono divisi in collezioni o fondi o continuazioni, e poi in numeri di collocazione e di volume, con i decimali e i bis e le seconde edizioni. Inventariazione esatta che non lascerebbe spazio a equivoci, eppure i volumi vanno spostandosi, a volte scompaiono, a volte si trovano in tutt'altra collezione, i più riottosi a lasciarsi leggere si nascondono scivolando oltre il bordo  del proprio scaffale, oltre altre decine di libri. I corridoi sarebbero identici se a fare da punti di riferimento non ci fossero, abbandonati in un angolo o sui ripiani, tesi di laurea vecchie di vent'anni (ognuna col proprio cd), mouse e stampanti in disuso, mucchi di volumi non catalogati, resti di pranzi clandestini.
Come tutti gli uomini della biblioteca, quand’ero alle prime armi io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, senza distinguere un corridoio dall’altro, un’uscita dall’altra, perché non riconoscevo i punti di riferimento; ora che non posso più percorrere quelle gallerie, affermo che la Biblioteca è interminabile. I pragmatici si ostinano a volere revisionare tutto, i romantici, come me, ripetono la sentenza: "La Biblioteca è un labirinto dagli infiniti volumi, il cui inventario è impossibile".
A ciascuna parete corrispondono tre scaffali; ciascuno scaffale contiene un numero variabile di libri - tanti quanti se ne riescono a infilare nelle collezioni più numerose, pochi volumi che cadono sistematicamente in quelle meno ricche - il cui formato passa dalle miniature ai tomi settecenteschi da quaranta centimetri; alcuni hanno poche decine di pagine, altri migliaia e giacciono distesi per la loro enorme mole; ciascuna pagina ha un numero diverso di righe che dipende dal font e dalla misura delle lettere – dal 16 dei libri per bambini al 9 di alcuni dizionari- che sono nella maggior parte dei casi nere, ma possono essere di qualsiasi colore nelle definizioni o nei titoli e bombate, ritoccate e adattate alla grafica nelle copertine. 

giovedì 20 settembre 2012

Sez. Grandi Scrittori - Italo Calvino - Le città invisibili: Eunia

Svolgimento

Dopo cinque giorni di cammino si arriva a Eunia, città di specchio, dove tutte le grandi emozioni sono vissute all’infinito. Tutto è fatto di specchi: le case, gli uffici, le statue, ma anche tutto ciò che si trova dentro ogni casa è costruita in modo da riflettere il mondo davanti a sé, e così tavoli, mobili, pareti, vasche da bagno, vasi, armadi, libri; e tutti questi specchi non vengono utilizzati per vantarsi della propria figura, per ammirare la propria immagine, o al contrario per moltiplicarne i difetti, ma vengono utilizzati per ingabbiare le emozioni ogni volta che se ne vivono di particolarmente forti.
Quando gli abitanti di Eunia provano forti emozioni, gli specchi riflettono e memorizzano l’evento che le ha causate; e così è possibile rivedere uomini e donne che si amano e si dicono frasi d’amore, amicizie che nascono e scene di persone che muoiono, ridono, litigano e piangono. Le coppie ritrovano le emozioni perse dopo anni, gli amici rivivono il loro primo abbraccio, i nemici rinnovano l’odio e i vecchi paracadutisti la libertà provata in mezzo alle nuvole. Le persone che abitano a Eunia sono felici di rivivere le emozioni guardandosi allo specchio, e così continuano, incatenate dentro i propri ricordi a guardarsi e riguardarsi. E quando chiedi il perché di tutto questo, loro ti rispondono in questo modo: <<l’uomo è sempre alla ricerca di grandi emozioni, e quando queste arrivano egli è impreparato a viverle, e allora è meglio emozionarsi quando si è pronti, ogni volta che si vuole>>.

mercoledì 19 settembre 2012

Sez. Attrici - Tema: Tina Pica


Se devi metterti a cucinare, dimentica la fretta. Che i pomodori la sentono e non si lasciano peppïà come si deve. Nisciuno te corre aret e a chi ti sta davanti augura buona corsa. E poi la mattina na donna cumme me, appicciata la candela alla Madonna che ha più da fare? Prima ci stava il teatro. Ore e ore a sentì De Filippo che ci raccontava la sua Filumena. E poi altrettante per rifarla uguale uguale. E il tempo perso con De Sica manco lo conto: "C'hai la faccia per far cinema" diceva, così mi son trovata davanti n'altro altarino a fingermi bigotta ed eterna zitella. Tra una scena e l'altra c'avevo il tempo d'un rosario intero. Vincenzo quando mi vedeva sorrideva contento. Non mi ha mai sposata, così per tutti son sempre stata na' vedova. Altro che.
Il segreto per far peppiare la salsa sta – oltre che nel tenere la fiamma piuttosto bassa - nel non turare completamente con il coperchio la bocca della pentola, ma nel poggiarlo su di un lato mentre, in direzione opposta, occorre poggiare il coperchio non sul bordo della pentola, ma sul cucchiaio di legno posto di traverso l’imboccatura, per modo che si crei una piccola circolazione d’aria che impedisca alla salsa di attingere forza dal fuoco e le impedisca di precipitare nel bollore cosa che rovinerebbe tutta la faccenda.
Oggi che sto a casa di Giuseppe, mio nipote, su al Vomero, nessuno più mi cerca: ogni tanto qualcuno mi viene a domandare di Fabrizi o Taranto. Qualche studente che vuole farci na' ricerca. E io ascolto e sorrido. Che c'hanno mai da ricercà mi son sempre chiesta. E allora racconto pure a loro il segreto del ragù napoletano: col lardo di pancia e  il rosso secco. 
Bella non lo son mai stata, che dice? A quelle belle non ci fan fare i ruoli che faccio io, che facevo io. Per cui meglio così. Nel ragù ci deve stare la cipolla vecchia per dare sapore, per alzarsi dal piatto col sorriso sul labbro.
Che altro ve devo raccontà? Facitene salute!

EF

Tema : Bianco il pavimento (Mi sento designificato *2)


Bianco il pavimento. Passano le valige degli uomini d’affari, i bisturi dei migliori chirurghi plastici, turisti grassi, gente e ancora gente si lancia sul buffet. 

È quel mangiare compulsivo tipico di chi vuole saltare il pranzo. Collezionare bricchi, uova, salsicce yogurt, frutta, cereali nello stesso piatto per lo stesso stomaco. Le hostess osservano il buffet come animali in cattività. Le cinesi si schiantano contro le colonne del wow hotel: è colpa del jet leg. Camerieri vigilano attentamente contro la pratica abusata del take away. L’ascensore scende e sale dal centesimo piano al primo intervallando le pause per i passaggi degli uomini con il carrello. Primo piano all’americana centoventottesimo piano, è lo stesso. Buongiorno signora triste, l’albergo si riempie si vuota: è la stessa balena che mangia il plancton. 

Marco e Irene scendono assonnati, piatti pieni per grandi cervelli. 

Troppe vertigini questa modernità ci vuole una botta di tradizione per poter stare bene. Spezie curcuma narghilè una favola da una mille e una notte tascabile, in una sola parola il grand bazar di Istanbul. Una ragnatela di Persepoli si snoda. 

Marco: «come va con vaccini?» 


«Non c’è male. Senti questa vaniglia bourbon. » 
« Attenta a quelli ci fissano. »
«Ah tutto tranquillo hanno in testa il fez. Sono religiosi. Il fez l’ho studiato ieri è: un antico copricapo turco, serve per distinguere i signori altolocati da quelli non. È una questione di estrazione sociale.»
«Il curcuma vien usato come colorante.»
«Del dragoncello che uso se ne fa?»
«Ah quello con la menta è per il pesce. Le spezie sono l’essenza della vita danno gusto al momento giusto. È un ottima prospettiva.» 
Viagra turco è il the. Le strade di Istanbul sono tutte in salita piene di gente che si affanna con cose sulle spalle. Ogni quartiere vende articoli diversi. È un luna park antropologico, un continuo clik e annotare movimenti e colori persone.

martedì 18 settembre 2012

Sez. Attrici - Tema: Liz Taylor

(Chi ha paura di Virginia Woolf?  rewriting)



Quel pomeriggio la signora era svaccata sul divano, le gambe larghe – lo so, una cameriera non dovrebbe dire cose così -, addosso una vestaglietta a righe sgualcita, sotto come sua madre l’ha fatta, e sul tavolino il bicchiere vuoto, e la bottiglia per terra;  in mano un copione, quello di Chi ha paura di Virginia Woolf. Il signor Burton invece era al piano di sopra, nel suo studiolo, stranamente tranquillo (s’imbottiva in quel periodo, il dottore gli aveva prescritto un nuovo farmaco) – ovviamente a lei non garbava che lui fosse così assente, lo voleva sempre attorno, anche solo per insultarlo, tenerlo in tensione: pretendeva  che schioppettasse, una padellata di anelli di calamaro.
La signora cominciò ad urlare per richiamare l’attenzione del signor Burton, fogna! pantano! ehi palude!, ma il signor Burton faceva finta di non ascoltarla – cosa impossibile, la voce della signora sa essere un trapano e poi il soggiorno e lo studiolo sono privi di porte e comunicano attraverso la tromba della scala, ehi fogna? pantano?, il signor Burton dava fondo a tutta la sua pazienza per non risponderle - in questi casi mette le mani alle orecchie, chiude gli occhi, persino la testa sotto un cuscino -, ma la signora continuava a chiamarlo, fogna, pantano, palude, non aveva pace la signora, lo voleva giù, da lei, a scodinzolare, a grattarle la schiena, a dirle va tutto bene, Elisabeth? va tutto bene?, a prenderle il ghiaccio, a riempirle il bicchiere – e non che non potessi  farlo io, lei voleva lui, le avessi dato io il ghiaccio avrebbe detto non mi serve, rimettilo in frigo – ma lei lo voleva soggiogato, strisciante, ad una punta del divano a massaggiarle le caviglie, e intanto pantano, palude, ehi, paludina?


lunedì 17 settembre 2012

Tema: Scrivi una cosa qualsiasi

Di quella sera che.

Di quella sera che mi dissero di guardare indietro e io feci una risata così strana che, tentando di ricordarmi la forma della mia bocca, pensai a scrivere quattro boiate e a chiudermi un attimino dentro al mio ufficio. Di quella sera che stasera mi stai sul cazzo e anche se fosse non guardarei indietro neanche se mi pagassi, perché a guardarsi dietro uno ci riesce soltanto se ha uno specchio e perché troppo tempo è passato dietro ai gusti spettrali delle persone e mi dirai che tutta questa tiritera è da folli e io ti risponderò che sei comunque una di quelle persone che amo di più e quindi ti dedico questo estratto. Di quella sera che non ne posso più di pensare a come se ne è andata via, mentre stavo solo ad una festa e mi scolai quasi tre bottiglie di vino per farmi passare i pensieri. Di quella sera che restai come un fesso all'aeroporto a guardare gli aerei con dei biglietti in una mano e l'altra mano aperta come quando apri il cofano dell'auto per vedere cos'è che non va. Di quella sera che in spiaggia ero più che andato e facevo gli angeli sulla sabbia, indossando un accappatoio, circa quattro anni fa. Di quella sera che ho ascoltato dei codardi e cantai tutta la notte delle loro gesta. Di quella sera che le parole riempivano il bicchiere. Di quella sera che come stasera guardai indietro e diventai quello che vedrei adesso guardando indietro, adesso che sono l'uomo più buono del mondo, amico di tutti e di nessuno, amico mio. Di questa sera che ho in tilt il cervello perché non so se guardare indietro o meno e se ne vale la pena. Cambiare.

Sez. Attrici - Tema: Era fuoco


«Adesso vedrai che mi trasformo in cane. Col mio naso di cane ti annuso, ti scovo, ti trovo. E vedrai che ti trovo. Coi mie denti ti afferro e non ti lascio andare più. E sarò tutta cane. Vedrai se lo sarò!» e lo dice tutto d’un fiato togliendosi il cerone bianco dal viso e le labbra a cuore e il pallino finto-naso e quei quattro raggi-sopracciglia nere. E ride, con stridore rauco di voce di petto mentre il cancro le mangia i polmoni. Tirando da una sigaretta ride «io, con questi occhi che mi hanno disegnato, che non sono donna ma mezzo clown e mezza bambina. Federico ti immagini io cane? Oddio che ridere! fallirei» e Federico ad amarla dalla sua poltrona, immobile lui con un sorriso onnisciente, gli occhi che sono due buchi in confronto a quello scricciolo di clown. «No Federico, basta. Non sognarmi più dentro a vestiti di personaggi che vagano dentro a quella tua testa troppo grande per me. Ti ho dato tanto, tutto quello che avevo, ed io ti ho amato e ti amo, ma non sognarmi più, sono stanca. Mi piace sorprenderti Federico e lo faccio ogni giorno e mi trucco ogni mattina e tiro fuori quello che c’è nella tua testa senza che tu mi dica niente. Lo tiro fuori io il tuo mondo e te lo faccio vedere. E non sono più Giulietta. Sono la tua estensione, Federico, il tuo prolungamento. Tutto quello che tu non sei io lo sono. Sono la membrana che ti separa dal mondo, che è piccolo, Federico, troppo piccolo per te. E per me con te». Federico fa un cenno con la mano destra e rotea gli occhi verso sinistra: la finestra, guai a tenerla chiusa! Giulietta si avvia lentamente a spalancarla, le dispiace lasciar disperdere il calore raccolto in casa, non le piace lasciar disperdere i loro umori al vento. Vorrebbe raccoglierli tutti gli umori, dentro a dei barattoli e porli in credenza. Spalancando le imposte un sussulto scuote quel corpicino esile «Visto? Fa freddo Federico. Copriti bene dai!». Avevano imparato a conoscersi dopo tutti quegli anni insieme e non occorrevano parole tra Federico e Giulietta. Ma a quella chi la tiene, chi è capace di farla stare zitta? E parla e parla, il fuoco dentro.
E dopo avere arso insieme e fatto ardere il mondo intero si spengono insieme, a distanza di cinque mesi l’uno dall'altra.

VB