giovedì 16 febbraio 2012

Tema: Teoria e pratica del ricordo


Svolgimento

Come è triste la carne... E ho letto tutti i libri!
( Stéphane Mallarmé)



Ci sono città che si dipanano in teorie infinite di porticati e sembrano quasi labirinti nei quali perdersi senza paura. E’ bello camminare sotto i portici: ci si lascia trasportare dall’andamento lineare e al tempo stesso sferico delle colonne e delle arcate. D’estate ci si ripara dal sole e d’inverno dalle intemperie. Il ticchettio delle scarpe sul selciato crea un sottofondo piacevole al nostro silenzio o scompare a intermittenza nel brusio cittadino, quasi a segnare il tempo come un metronomo. Nel frattempo, ogni pensiero può specchiarsi sulla vetrina di turno o sul giardino intravisto in fondo a un portone socchiuso, mentre sciami di persone ci sfiorano, ognuna avviluppata nel suo bozzolo. Lo sguardo si posa casualmente su una targa dorata o su un campanello sbiadito. Oppure si apre una porta e scorgiamo un androne buio dal quale emerge una sagoma indistinta. D’un tratto, ogni particolare diventa l’abbozzo di una storia e dimentichiamo noi stessi per inseguire una fantasia. A volte invece una nicchia o una grata diventano il punto d’accesso a mondi perduti. Mi fermo davanti a un citofono. Guardo oltre la vetrata del portone. Tutto il passato ritorna a ritroso man mano che ripercorro mentalmente la stretta tromba delle scale del palazzo. Ero una ragazza assetata di conoscenza e di vita ma poco incline alla spensieratezza. Dal citofono emergono voci distorte. 
Era la fine degli anni ‘70. A Padova, quasi ogni giorno, scoppiavano tafferugli, manifestazioni o attentati. Di notte pareva una città fantasma. I porticati e le logge deserte racchiudevano pericoli e allungavano ombre sinistre sulle piazze vuote. 
Sola, un po’ incosciente e ignara, me ne andavo in giro senza scorte. Avrò avuto al massimo 17 anni. Leggevo molto e poi camminavo e camminavo. Da qualche parte avevo letto che secondo Nietzsche camminare a lungo favorisce il pensiero. E io, presa da una totale frenesia, camminavo sempre. Anche durante le lezioni. Certo, preferivo starmene da sola a leggere qualche libro e quindi, appena potevo, ‘bruciavo’ la scuola. Il liceo mi aveva profondamente delusa, come anche tutta la versione ufficiale dei fatti.  Avevo capito che la conoscenza passa davvero per una porta stretta stretta. Sarà per questo che ho sempre amato Alice?


Di giorno ero semireclusa all’interno di un collegio di suore. Di notte diventavo una peripatetica al chiaro di luna. A volte, prima di tornare in collegio, m’infilavo in qualche chiesa alla ricerca di  quadri nascosti. Lì, nella penombra, ricordavo dei deliri mistici avuti in età preadolescenziale. Da Sant’Agostino a Moravia, passando per la Nausea di Sarte, non m’ero fatta mancare niente. Ora che stavo per compiere 18 anni, che cosa sarebbe successo? Mi sarebbe apparsa la Madonna per dirmi che era lesbica? O Gesù sarebbe sceso dalla croce come cantava Dalla? A quei tempi ancora mi tormentavo sul senso della vita e alternavo momenti di estasi a momenti di nichilismo estremo. 
Ma dicevo di quel citofono. Ora distinguevo una voce piuttosto vellutata e suadente, mi invitava a salire le scale. Ero venuta da sola. Le altre compagne le detestavo. Volevo essere la prediletta. E lui, l’eremita, aprendo la porta, già mi incantava coi suoi enigmi e le sue frasi lapidarie. Era circondato da libri, riproduzioni di quadri e non mancava mai la musica classica in filodiffusione. Avevo l’impressione di entrare in una sorta di cenacolo alla Mallarmé. Infatti, gli incontri avvenivano rigorosamente di martedì. In quelle poche ore furtive trascorse in quella casa ho avuto più volte le vertigini. Ogni volta gettavamo i dadi e la casualità creava infinite connessioni. Passavo giorni e giorni a scervellarmi su un quadro di Leonardo per capire l’arcano nascosto. Oppure studiavo la metrica per godere dei versi più complessi. Ero giovane, in carne e discretamente disinibita. Anche il sesso era diventato un puro esercizio di stile e a me veniva da ridere.
Poi, compiuti i 18 anni, decisi di lasciar perdere. La noia per quella erudizione anacoretica e distaccata si era impossessata di me. Era l’anno che uccisero Aldo Moro.
Per fortuna amo ancora terribilmente andare alla deriva sotto i porticati e scrutare la vita.  

Bea Ary

4 commenti:

  1. Che voglia di poter dire una parola in più o di dirla meglio! Che ebrezza da cinepresa, che senso di vergogna per l'attore alle prime armi e insieme di esaltazione per il regista da oscar!

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  2. Questo è un post con le contropalle - dritto nel quadernino di maggio!!!
    GD

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  3. sì, concordo, molto profondo

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  4. E' bellissimo questo post: mi sono immedesimata nella tua vita e nei tuoi pensieri da adolescente.

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